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mercoledì, 14 maggio 2008

nuvole di farolit

Arriva sempre il punto in cui le cose cambiano.
Dentro dico, ché il fuori mi sembra spesso così secondario.
E pàntarèi. E pàntablog. 
Non è poco il tempo che son qui a raccontare e ad ascoltare, a fare domande a collezionare risposte. Ed è tutto tempo ben speso.
Dal   primo piccolo post >> 
acceso come un fiammella nella notte, all’
ultimo lungo post >>  costruito con tutta la fatica che sempre e ancora pretende il Senso.
Sì, è stato tutto tempo ben speso, tempo che mi ha dato, a cui anche ho dato.
E dare è  sempre più ricchezza del ricevere.
Ora mi piacerebbe ringraziare tutti.
Tutti quelli che si sono trovati a passare di qua, in questo luogo strano pure per il web.
Tutti quelli che sono tornati a trovarmi, anche silenziosamente. Gli amici (amatissimi!) che non son pochi e gli sconosciuti nemmeno. Miei  cari, cyberlettori e telecommentatori, vorrei davvero salutare chi ha trovato il tempo per l’ascolto di farolit e tutti coloro che farolit ha avuto il piacere di ascoltare. 
Il  piacere  di condividere era e rimane la necessità prima di un luogo come questo, l’occasione da non mancare. E mi è piaciuto non mancarla, onorarla, dialogare con ogni diversità, scrivendo, ascoltando.
Ora, però, non so spiegare perché mi sono stancata di dialogare “così”.
Forse è più forte il richiamo della vita fuori da qui.  
Lontano dal monitor che astrattizza i cuori c’è ancora e sempre l’esperienza concreta, aldilà di tutte le parole che sappiamo mettere in fila in un post o in un commento.  L’esperienza insostituibile che da senso alle cose e a tutte parole, comprese quelle dei post.
Ho anche  bisogno di “scrivere” in altri modi, in altri mondi, lontani dalla “forma post”.
Voi capirete.  Sì, lo so, mi capirete.  Lo state già facendo.  E grazie ancora.
Capirete anche che ho detto già tanto in “forma di post”, tanto che, ormai  per me, è troppo e potrei  solo continuare a ripetermi e ad  annoiarmi di me.
La Cicala che in me invece vuole tornare a cantare, libera dalle forme e dai luoghi, libera dal blog e dalle sue occorrenze.
E vi saluta così… con l’augurio di un canto.

Intanto però l'insospettabile previdente Formica che è in me  lascia qui sotto l’indice con i titoli  linkabili di  tutti posts  scritti in  questi tre anni e mezzo.
Per chi avesse ancora voglia o piacere di andare a scarfuliare nei sentieri battuti da Oz.
Siamo sempre in cammino…
E il cammino ora continua fuori di qui.
Buon cammino a tutti noi. 
Cristiana


Nella terra del nonsenso

Un  odore esatto dal passato

Collezione di gesti

Intenzioni rimandate

Dialogo tra Ormone e Neurone

Posso fare a meno… non posso fare a meno

Il mio Regno per un aggettivo!

Elogio della delusione

Intervista all’ultima mangiatrice di uomini

Finzioni necessarie

Arianna e il Tempo

L’irriducibile spirito del Natale

Pezzi che mancano

L'anello del Nibelungo

Dialoghi sopra i cieli

Parole d’amore fatte a mano

Il mio grosso grasso Edipo

Uno specchio benevolo

Dialogo tra regola e libertà

Don Farolit alla  Seconda Crociata dei Pezzenti

Cose non dette

Erméle, l’angelo del silenzio

Distopia NamberUàn

Elogio dell’Ombra (che siamo)

La Natura nel sottosuolo

Balcone dell’anima

Il mondo delle cose non accadute

 A letto col Gattopardo (l’amante lettrice)

Capisco e non capisco …

Ologrammi, istruzioni per l’uso

Dialogo tra Fatti e Parole

PsycoZodiaco - Lo roscopo dei segni maniacali

Braciole di Cigno -Frammento di racconto trash inconcluso e dedicato
 
La casa moribonda

Dialogo tra Cuore e Ragione

Biodiversità

Equinozio d’Inverno

Dialogo tra Desiderio e Atarassia

Meditazioni da(l) bagno – capelli 1

Farolamin – pillole di stoltezza

Dialogo tra Smalta e Acetona
 
La riserva necessaria

Giardino di ambivalenze

E Dio inventò il Soledì ...

Agenzia Interinale per cuori rattoppati - dialogo

Dialogo tra l’Uno e l’Altro

Siamo ancora in cammino – auguri di capodanno

Sveglietta del cuore

Staffetta d’amore

Dialogo tra Formica e Cicala

La verità del trucco

Rimedio

Dialoghetto tra io e me 2 – Minuetto della scelta

Don farolit e l’avventura nella Terra di Tortoriciland – primo episodio

Dentro un quadro - Intervallo non-sense

Simbolopatìa & frigoriferi
 
Balada para una loca – si accettano domande

Un’infelicità di qualità

Ozioso dialoghetto sulle strane passioni
 
Smalto per l’anima – manutenzione del corpo

Le innaturali conseguenze dell’amore

Il primo bagno d’estate – la milonga in fondo al mar

L’anima dei piedi – ogni punto è una possibilità

Gli occhi parlano  
 
Dialoghetto tra io e me - Colloquio di selezione per  un pregiudizio

Ed è come un veliero – la madre

Attesa battuta dal tempo

Un giardino di delizie, la vita

Outing: non ho letto l'Ulisse di Joyce

Liberiamoci dal male

Principessa2000 - favola di torri draghi e principesse
 
Sentimento del tempo - Età interiore

Ode al sonno - Somnum omnia vincit

Sirena milonguera - quién hubiera dicho…

Finestre che ci comprendono

Brodetto di sirena - ricette di Chimere

Testamento della Cicala – canto di gratitudine

Chi cerca trova... il senso nascosto del non-sense 

La Farolit Films Production
 
Elogio dell' equivoco 
 
Soave sia il vento - Auguri musicali

Dove andiamo? Siamo in cammino  We’re off to see the Wizard

Dilemma del blogger - Posto o non posto?

Paura?

Baci mancati – Bellezza del non accaduto

Pinocchio splatt- ogni storia si racconta

I dolci  - l’indispensabile inessenziale

Tango nel pomeriggio

Lungo lamento… sui padri

La magia delle cose… mi chiama

Don Farolit alla Prima Crociata dei Pezzenti

Nel Labirinto

Cosa resta del viaggio?

Nel possibile tutto è possibile

Parla la Sciura Luna

Se dice de mi – saluti estivi

Dialoghetto tra anima e corpo

Libro sòla (fregatura)

L’altrove che è in noi

Dettagli significanti – sta la barca

Le meravigliose nuvole

Quelli che il blog… 

Fa’ la tua serenata, ascolta la mia

Il gioco ci gioca

Maestri inaspettati

Psichiatric help blog – the doctor is out

Psichiatric help blog – the doctor is in

Paroleparoleparole – scegli una parola

Tanguera felice di cadere – stupire se stessi

Il quadro m’interroga - chi è costei?

La gentilezza

Spazio libero per l’immaginario

Mestieri inutili e necessari

Il vecchio e la donna, danzatori dell’anima
 
Ninna nanna per noi, genitori di noi stessi

Due bagagli: uno essenziale, uno da perdere

Le maschere non si scelgono a caso

L’ultima musica  che ci ha incontrato

Comunicazione di servizio: non fiori ma opere di blog

I sogni siamo noi. Raccontami un sogno

Auguri - Soave sia il vento -  seminare gratis

Foto albero di Natale Trash

Racconto di Natale 3

Comunicazione di servizio - Ritorno dal Freddo

Metereopatia Ode alle Cicale


Lettore continua questa storia “Un giorno il signor…”
 
Cibo della felicità

Un piccolo ricordo salvato dall'oblio

Tu non sei come la rosa

Siamo zolle inconsapevoli

L'oziosa Cicala

Abitavi in una via troppo stretta

Tango-evocación

Ho scacciato i libri dal mio Regno

Farolitos 

 

Postato da: farolit a 15:42 | link | commenti (24) |

martedì, 25 marzo 2008

Nella Terra del NonSenso accidenti! Ecco dove siamo…
Milagro pensava questo camminando col suo  stupido kit di etichette per ridare nomi le cose e pensava anche che aveva già finito le stupide etichette.

Thò, ne posso chiedere una a quel tizio laggiù... Che fa? Ah, guarda con quale gesto rapido e naturale alza la maglia dal braccio e con una sola mano stringe il laccio emostatico. Poverino! Sta facendo l’insulina, si vede che c'è abituato per farsi un’iniezione così  in pieno giorno, sui gradini della piazza municipale, accanto alla fermata del bus e senza chiedere aiuto.
Ecco sì, lasciamolo in pace ché ora mi pare un po’ stordito.
E avanti in dietro. Raccoglie un altro tassello di un mondo che scompare.
Milagro vuole trattenere il mondo che scompare. Non per ostilità al divenire, ma per incapacità a stare nel senso di quella direzione, in quel tipo di divenire.
Le cose, indifese, si sostituiscono così rapidamente, troppo rapidamente e malamente. Come quella volta che arrivò il tram e in una sola notte sparì un intero viale alberato; al suo posto apparve un fossato di cemento, sempre mezzo allagato, roba da metterci dentro coccodrilli. 
Ora cammini per strada e dove ieri c’era un panificio c’è un ennesimo franchising  di perizomi di acrilico. Un altro ologramma, ma più brutto, identico a mille altri.
Milagro si aggira nel suo barrio cercando il Senso, facendo l’inventario del senso e del nonsenso.
Per mestiere e vocazione, ogni giorno fa la conta delle sparizioni e delle sostituzioni per vedere se i sensi nuovi pareggiano con i sensi vecchi . E oggi non pareggiavano. Così a occhio, a pelle, a senso.
La vecchia rosticceria aperta anche di domenica che salvò molte cene del nonno vedovo e del giovane zio studente è sostituita da un bar con tavoli di plastica nera e karaoke dei poveri, tristissimo.
L'osteria monostanza delle due vecchiette da cui si andava a prendere il vino per cucinare è rimasta tale, solo le due sorelle non ci non più. Le hanno sostituite due fratelli, lasciandone il nome,  per rispetto e buon augurio, come si fa con le barche. Hanno fatto bene. E Milagro fa una bella ics di assenso sull’elenco del Senso. Anche il vecchio lavagista solitario che non salutava le donne per via della moglie gelosa è stato sostituito da uno nuovo, più ciarliero e con almeno quattro lavoranti mistocingalesi.  
La pasticceria è la spina dolorosa.
Milagro s'accende una sigaretta, appoggiato come il gatoMaula al muro dell’angolo, si garantisce un tempo sospeso, un segmento di pensiero esclusivo, dedicato alla pasticceria e alla sua prossima estinzione. Ultimo baluardo della storia di quella via.
La pasticceria  è li da 1963 e, tra un po’, un pezzo alla volta, chiude. Nessuno a raccoglierne l'eredità. Il figlio ingegnere del padre pasticcere non vuole sapere di far biscotti e cannoli. Ma il pasticcere padre scavalca la malattia che se lo divora e, fin che c’è, crea cannoli, come poesie, pieni di senso e d'amore; e fin che c'è, pensa Milagro, quel senso va mangiato e pregato. Amen.
Spegne la sigaretta, raccoglie la cicca e la butta. 
Nonita  non c'è più. Morta anche lei cinque anni fa. Stava all’angolo seduta sulla soglia di casa, era una  di quelle che pretendevano un saluto da tutti "vieni qua, vieni da Nonita!"; seduta su una seggiolina, davanti all'uscio di casa, fuori nel marciapiede nei giorni di sole, incorniciata in un trono di piante rigogliose che obbedivano alla sua regalità ... era l'imperatrice di via Argentieri, Nonita, nulla le sfuggiva ... neanche l'andirivieni dei topi dalle magnolie al cassonetto. Eravamo tutti battezzati e censiti nel suo Regno - considerava Milagro - quando se ne è andata, con giusto preavviso, il suo trono rigoglioso si è estinto e, con lei, un intero regno: il Regno di via argentieri, senza eredi. Dov'era la sua reggia ora c'è l'asettico sportello di un'agenzia di trasporti rapidi. Ogni tanto fa una cosa buona: non paga pizzo, e gli bruciano le macchine. E con le macchine bruciano anche gli alberi innocenti che hanno solo la colpa di essere nel posto sbagliato al momento sbagliato. Vennero in 10 i pompieri a salvarlo quella notte, povero Gillo! Milagro conosceva gli alberi uno ad uno, per nome. Povero Gillo! Lui così discreto e modesto, mai una fronda di troppo, proprio lui crocifisso al rogo! Bruciato vivo dal Non-senso. Pace all’anima sua.  
Lo scalpellino scultore cimiteriale che abitava accanto al portone riappare nei giorni che somigliano all'infanzia; ma non fa impressione perchè  pure da vivo pareva un fantasma, bianco bianco, ricoperto di polvere di marmo, era una statua animata e incantava i bambini del barrio con quel suo essere un personaggio fiabesco, lì sulla soglia della bottega sempre aperta, entrarci era come entrare in un disegno. Non se ne voleva uscire. Al suo posto ora c'è  OroFuso un imperscrutabile laboratorio di oreficeria, buio, blindato, inacessibile.
Pure la cartoleria all'altro angolo dove si andava per fare due chiacchiere e sentire l'odore di carta, di legno di matite,  di gomme e di inchiostri (odori di premessa creativa per chi scrive e o disegna) è sparita; sostituita dall'ennesimo QuiquoquakBar, pretenziosità in simil Ahi!Tec che ha cominciato simil-lounge e poi si è rassegnata al richiamo della tamarrica natura con notturnodiurno bertucciaio di bivaccanti giovini  con occhiale a specchio, ciuffo gellato, cappuccio pellicciato, musica unz-unz e puzzo di arancini al gatto rancido fritto.  Il caffé lo allungano con il latte, direttanente dalla busta.
Rimane ancora il tipografo sempre operoso, innamorato perso del suo lavoro. La sua mitica bici,  una tandemblu mai vecchia, sporge dalla bottega sempre aperta. Milagro ci fece rilegare la sua sudata tesi anche se si laureava in un'altra regione. A volte, Milagro passandogli  davanti deve trattenere il raptus di entrare ad abbracciarlo. Accanto c'è l'officina. Un tempo c'era l'elettrauto, un signore magro, molto educato e maliconico, salutava sempre, con la sigaretta tra le labbra. Un giorno lo trovarono morto impiccato proprio lì; dicono avesse molta solitudine, una moglie separata e sopratutto una figlia grande che lo ignorava. Ora, al suo posto, c'è un meccanico che si porta dietro il figlio piccolo, gli insegna a truccare i motori per le gare clandestine. Ah ecco, Milagro  segna: "bisogna benedire i bambini!”

 Nella piazza vuota e bianca si andava le domeniche pomeriggio,  ginocchia nude, a pattinare con gli zii che si divertivano a fare divertire i nipoti, mentre i genitori stavano con i nonni. Ora bambini vanno a pattinare tutti bardati di protezioni ninja, col padre separato che monta di servizio ogni finesettimana, puntuale e rassegnato, come un lavoro inevitabile, una delle cose da dover fare.
Tra uno spacciatore e l'altro,  il polacco alcolizzato dorme sulla panchina, sotto la magnolia imbrattata dall'uniposca di qualche ragazzetta che vuole imparare parolacce sul ramo come un quaderno, invece di imparare tizio o caio àiloviù. Milagro fa l'inventario delle bottiglie rotte e dei fiori nuovi, dei rami spezzati e di quelli spuntati. Facendo il bilancio dei punti di compensazione del senso e del non senso, del bene e del male,  sa di stare nel punto di mezzo.

Bisogna chiedere scusa agli alberi. Bisogna giudicare gli ignavi. E punirli. Bisogna santificare le nuvole e i tramonti. Bisogna tenere presente quel traffico di macchine e di navi, di anime e di barre d'uranio lì accanto. E tutti i pesci in fondo al mare chi li ringrazia?
Inventariare il senso e il non senso di ogni giorno garantiva l'Equilibrio di tutto quell'universo ingovernato, l'Entropia dell'Anima passava da lì e Milagro ne era custode segreto.

Davanti al portone di casa getta l'occhio di saluto nella guardiola il vecchio usciere che a una certa ora, la sera,  lascia il suo pappagallino libero di volare per la stanza che è tutta la casa del vecchio, che è tutto l'universo del pappagallino; Ciccina va su e giù per due tre voli e poi si posa sulla spalla a picchettargli l’orecchio, a sussurragli cose amorose. Il vecchio chiude il garage e patisce meno la solitudine. Milagro segna una ics buona ed entra nell'androne.
Anche nell'antico bislacco palazzo di Milagro, rifatto a metà e per l'altro fatiscente, i sensi e i nonsensi si giustappongono come in un sogno lucido. Il senso è in apparenza cascante come le portefinestre i controsoffitti, le pareti sbriciolose e tubi fradici del 1921 a cui si da sempre una mano d'intonaco bianco per fingere che non sia così e imporre la contemporaneità a quel luogo che è un anello del passato, come i marmi sberciati dell’androne e le scritte sotto il muro "viva la fica" pronte ad affiorare al calore del ricordo come scritte con l'inchiostro simpatico. Come l'odore di legno vecchio e polvere, di carte accumulate insieme ai sogni di sette generazioni... e libri e cartoline e foto e certificati.
I morti sono ancora tutti là:  il medico, l'avvocato, l'ingegnere, il professore.
La moglie del medico, dell'avvocato, dell'ingegnere, del professore. La governate dell'uno e dell'altro. E c'è pure  il morto del figlio: il figliomedico morto ammazzato, di quello non si parla mai, ma è il più vivo di tutti.
Milagro li vede, su e giù per le scale, a casa loro. Salutano alzando il cappello, col giornale sotto braccio e un sorriso di buona creanza. Salutano ignorando il presente, non vedono che il vecchio studio di ortodontista è stato anche ambulatorio boudoir dell'exelettrauto mago Zàitanus, e che ora  è redazione di un finto giornale, più fantasma del fantasma, con quel caminito illusorio di aspiranti giornalistini che non salutano quasi mai. I morti invece salutavano sempre. Mantenevano la buona educazione del saluto. Anche gli altri morti, quelli più remoti, quelli che Milagro non aveva mai saputo e che non riusciva vedere: il morto che veniva a prendere la spazzatura, quello che portava il ghiaccio, quello del carbone, quella che lavava le lenzuola, quella  che cardarva la lana dei materassi, quello che portava le uova. I morti prima che nascesse la tv, dunque prima che nascesse il mondo. Milagro li salutava tutti, perché salutare i morti si deve, per buona creanza di vivi.

Quando Milagro entra nell’ingresso l’anzianissima casa lo accoglie con un  lamentoso sospiro, il solito bisogno di cedimento definitivo. E Milagro sempre carezza lo stipite e le risponde “coraje vieja, coraje...”
Il gattoMaula  invece , contrariamente alle sue abitudini,  stavolta non gli si precipita incontro loquace e curioso “o beeeene, sei tornato, mi fa tanto piacere, come va? che si dice la fuori? che hai fatto? che hai trovato? che mi dici? che mi hai portato? “, ma  accenna un saluto indaffarato e vago, da lontano. Non vuole distrarsi, da giorni è intento a discutere con Dio gli interessanti risultati di fine campionato tra “anime sante e anime in pena”; c’è stato un inevitabile pareggio perché le prime nel bel mezzo della partita, proprio mentre vincevano, si sono messe ad aiutare le seconde e le seconde, incoraggiate  a diventare come le prime, cambiavano presto schieramento. Dio perplesso meditava di rifare il regolamento perché quel gioco non aveva Senso; e il gatto Maula, invece, proprio in quel momento, gli stava consigliando di riflettere e di prendere tempo, facendogli notare che un gioco in cui tutti vincono è interessante, anche se non ha Senso.

Milagro posa le chiavi e  il cappotto, e, mentre entra nel corridoio, percepisce le orecchie di Almagro che lo stanno seguendo, come pensieri, dal soggiorno. Va allora, Milagro guarda suo padre. Seduto di fronte, a l'altro lato del tavolo, guarda Almagro come da una sponda, come in uno specchio. Sono seduti l'uno davanti all 'altro, stanchi e senza parole.
Almagro  vorrebbe andare in pensione, è snervato, non trova più energie,  lavora da sempre, per tutti: per sé, per il padre, per il figlio. Per il mondo intero. E ora conta i giorni che mancano alla pensione, con un peso indicibile. Giorni come macigni. Deve resistere, ancora una volta, come sempre, perché persino la pensione ha il suo prezzo. E non può nemmeno aiutare quel suo povero figlio, come vorrebbe, come sarebbe giusto.
Milagro lo guarda e sa.  Milagro vorrebbe lavorare, ha energie buone da spendere, tanti semi buoni da piantare, e ancora speranze persino... Milagro ama il lavoro del padre,  e quella sua stanchezza grande. E anche lui vorrebbe, ma non può aiutarlo, questo suo povero padre.
'Ti ho preso le sigarette
' gli dice. Almagro prende il pacchetto in mano. In silenzio.
Sono uno davanti all'altro, entrambi dal lato insensato dello specchio.
Vorrebbero tendersi le braccia l'un l'altro, per scambiarsi di posto. Volentieri Milagro direbbe "descansate padre, continuo io", volentieri Almagro risponderebbe "adelante figlio, me descanso, continua tu". Ma non possono farlo, sono nella terra del NonSenso, accidenti, non si può.  Non possono nemmeno dirselo, perché ogni parola aumenta il peso e l’evidenza di stare in un  paradosso privo di senso. Allora stanno in silenzio. Rimangono fermi a guardarsi, senza potersi  aiutare. Stanno zitti, per troppo amore e per reciproca amarezza. E per rispetto dell' Entropia dell'anima, perché il senso delle cose si complica sempre quando uno vuole cercarlo davvero, magari nel confronto. E a nessuno conviene farlo nei termini giusti, onesti, con tutte le ragioni di ciò che è stato. Milagro ha pietà, e tace. Ma dentro ha la domanda. E se la fa, spesso. Sempre tacendo. Almagro finge di non sentire, di non riconoscere il rumore nella testa di suo figlio.
Milagro si chiede il Senso di tutto questo.  Sì, si chiede dov'è stato l'errore? Dov'è l'inghippo? Chi lo ha voluto figlio in eterno?  Almagro, pover’uomo? Almagro, sei stato tu? Chissà chi ha preteso che il testimone non fosse più trasmesso… A chi fa comodo che sia così? Che si viva fermi nella terra del NonSenso. E squilla il telefono: l’ennesima vantaggiosissima disperata promozione pubblicitaria. Milagro non ce l'ha fa a trattarli male questi dei callcenter, potrebbe benissimo essere uno di loro.

Così va in cucina apre il frigo e scongela un sogno, uno dei soliti. E se lo gusta alla salute del callcentrista. E, mentre mangia e pensa al callcentrista, con la mente comincia scrivere una lettera di Senso, da questa parte del mondo, a suo padre.

 "Almagro,
mi  hai nutrito di troppi sogni, di soli sogni, me li hai dati come fossero veri, come se appartenessero al mondo e poi… poi mi hai lasciato solo e mi hai detto ‘svegliati! svegliati in un altro mondo’.  No, non mi hai mai detto che m’avresti svegliato. E nemmeno che dormivo. Mi hai chiesto direttamente di rinunciare ai voli. Me lo hai chiesto mentre ero in volo. Ora insisti che sono rimasto bloccato nello sviluppo, che è una colpa sfortunata, e che è per questo che sono incapace di ammazzarli tutti i sogni e passare il guado dall'isola che non c'è al mondo vero. Dici.
Ma quel tempo della nostra comune infanzia, padre mio, quel tempo condiviso a mangiare le stesse cose, sogni per lo più, è esistito e ci lega ancora intimamente.
Almagro, fingi di non sentire, lo so che mi senti. Scartavetri quel mobiletto trovato al mercatino. E nel gesto che fai trovi una risposta per te. Ragioni ancora  come se il modo fosse quello dei tuoi 20 anni. Con quelle certezze in bianco e nero da poter seguire senza esitazione: tutte cose da fare, dici.
Anche se da ragazzo ti è mancata tanto la libertà di “essere”,  magari anche solo in quel talento per la musica che ti sei negato, anche se tu sapevi bene di averlo e che era più di un sogno.
Certezze in bianco e nero.
Quel mondo dei tuoi vent’anni non c'è Almagro, non c'è più.  Non ci sa essere. Dissolve. Scompare pezzo a pezzo,  anche se mi hai dato gli occhi per guardarlo e per sentire di perderlo nell’enorme cassa armonica del mio pensiero. Mi hai fatto un'anima per un'età di mezzo, per un'era di passaggio. E io posso  fare solo questo: il  testimone di un mondo scomparente, sommerso, eppure ancora visibile.
Io appartengo al mondo di mezzo, in mezzo al Senso e al Nonsenso: io appartengo a quelli che, ancora ieri, senza saperlo,  scrivevano a mano le ultime lettere col francobollo, ai primi che impararono a  mandare una mail.  Io sono di quelli che ancora non sanno l'inglese e che ancora leggono poesie.
Sono un  mangiatore di sogni, Almagro, non di pane.
La performance per stare in questo mondo ce la siamo persa strada facendo.
Almagro, te lo devo  dire questo non è il migliore dei mondi possibili, l'orticello da coltivare non c'è. Non c'è nemmeno la parola “coltivare” in questo mondo. E non è mica un rimprovero. Lo dico perché ogni coerenza che ti aspetti e che non trovi, ogni corrispondenza di fatto che pretendi di trovare dove e come dici tu...  ogni cosa che non corrisponde al tuo alto Senso (che è un senso di fatica premessa e di merito conseguente ) è per te un rimprovero. Una mancanza personale.  Sei stato educato così, non da me però. Io ai rimproveri non ci credo, sono stato educato da te. Mangio sogni.

Lo so, mi hai dato tutto quello che non hai avuto, tutto quello che ti è mancato: la libertà. Dono grande. Mi hai dato la libertà, e non mi hai detto che non c’erano più rivoluzioni da fare, non mi hai detto che avrei potuto usarla solo nel sogno. Hai omesso. Hai esaurito tutte le rivolte e poi ti sei seduto. E ora in questo mondo è quasi impossibile la libertà, nessuno la riconosce, persino la parola è un equivoco. Non la capisce più nessuno.
Non vuoi che te lo dica ma io te lo dico lo stesso che in questo Tempo, in questa terra di mezzo, la libertà è grandissima sterile fatica, raramente condivisa. Non ci si guarda più negli occhi nemmeno tra liberti.
Dove posso andare io con la mia libertà? Non mi hai dato un modo possibile per stare nel Senso di questo mondo: il senso della convenienza, il senso dell'utile, ad esempio, mi sarebbero serviti. Che male c’era? 
Lo so,  l’opportunismo è una bestemmia  per noi.  L'opportunismo caino dei tuoi pratici fratelli. Allora guarda Almagro, guarda! Guarda davvero! Io non ho potuto costruire nulla con queste mie mani. Ho potuto soltanto continuare a essere nel tuo segno. La tua gloriosa sconfitta e la mia vittoria di Pirro sono la stessa cosa. Invisibili entrambe. Anche se non voglio, io posso appartenere solo a ciò che tu mi hai dato e ciò che mi hai dato esiste solo per me e per te. Questo lo sai, non ce lo diciamo per non farci male.  Va bene, pa', sto zitto. Continuo l'inventario, so obbedire. Io sono l’eterno figlio senza figli, indosso questa parte come se davvero mi corrispondesse. Il patto è questo. Ti amo Almagro. E fingo che a fallire per troppi sogni sia stato io.”

Postato da: farolit a 13:06 | link | commenti (29) |

lunedì, 03 marzo 2008


Marc-Chagall-Summer-80036O
gni tanto vengo assalita.
Sono momenti in cui non me lo aspetto.
Niente può preannunciare l’arrivo implacabile di certi assalti.

Magari sto salendo le scale, le scale che oggi sono di casa mia, e che furono le scale di casa di mia madre ragazza, di mio nonno medico, di me nipote piccola in visita al nonno medico. 
Sì, magari sto tornando a casa, stanca, trascinando il fardello del mio corpo verso qualche tregua agognata, il letto o il bagno, prima ancora di aprire la porta di casa ecco..., violento, improvviso, l’agguato: un odore esatto dal passato, un misto di Atkinsons Lavender, di carta ingiallita di libri di scuola anni sessanta, e di biscotti sospiri di monaca che si tenevano in una scatola di latta speciale sopra il carrello.
Boom! Stùnk! Mi arrendo.

L’agguato mi paralizza come un siero potente ad effetto immediato: sono teletrasportata verso i miei otto anni smarriti.
 Quando la Domenica si attraversava lo Stretto (odore di naftasalsedineesporiciziadicaronte) per venire da questo lato, a trovare i nonni,  in questa casa che mai avrei pensato di abitare un giorno della mia adultità.

  Altre volte sto passando in corridoio e mi prende alle spalle un misto di sapone da bucato a mano marca Sole e acqua contenuta in cisterna di ferro...  l’agguato primaverile e rassicurante di  campagne prese in prestito da qualche mio genitore in fuga dall’altro.

   E magari a casa di un'amica,  in un punto insospettabile della sua cucina, accade che vengo sopraffatta da un ricordo inconfondibile che sa di pane, di fumo di sigaretta esportazione con filtro, di latte zuccherato e di last al limone:  è l’odore di Rosa, è lei, le sue mani totali quando mi accucciavo la sera con la testa sulle sue gambe stanche e mi carezzava la testa e l'orecchio sinistro  finché non m’addormentavo.
  Posso anche starmene placida a leggere sprofondata nel
mio quieto letto, inabissata nella notte fonda che ecco... arrivano, bel belli, i fragranti fantasmi di pubertà che sanno di banchi vecchi verdini, di libri scolastici nuovi, di  cartolerie settembrine da scuola che inizia, un nuovo ciclo, l'io trepidante nel sentire di prendere lo slancio e non sapere per cosa, perché,  eppure senza malinconia per ciò che si lascia.
   C’è poi anche l’odore di A. e quello lo tengo per me, insieme al suo rosato oppiomiele.
Son sicura che m’assale pure lui, a grandissimo tradimento, pretendendo di portarmi nella piena epopea tardoromantica dei nostri ventanni.
Ma in quel caso la neoilluminista che in me simula indifferenze che fanno ancor più tenerezza.

Non c’è immagine che possa restituire l’emozione potente di un odore che viene dal passato.

   La memoria olfattiva ci restituisce intatto il senso di ciò che eravamo, ce lo fa ripercepire. Questi sensi ritrovabili, questi noi fiutati nell’aria apparentemente identica del giorno per giorno o scovati nel fondo di qualche cassetto, nel retro di qualche giardino, nella scia di comignoli di paesini lontani, nella culla teporosa che abitammo… questi sentimenti che fummo sono ancora là, intatti e belli. Senza il tempo che ce ne separò.
Doni invisibili da trattenere.  A cui essere grati.  Noi e zio Proust.


Ora, odoroso cyberpassante, se ti va, 
regalami un odore che ti ricordi di te

(alla faccia di questo luogo così inumamente inodore)

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lunedì, 25 febbraio 2008

Creazione3

Sono una collezionista, spesso involontaria.

Di molte cose…  di nuvole, di sguardi, di sassi di mare, di delusioni, di equivoci.
Di adornos, aggettivi, calze di filanca, spine senza rose, rose senza spine, maschi usati, brillocchi nuovi, racconti di sogni, meteropatismi, tappi di bottiglie di vino da me bevute, lettere mai spedite, cappelli, cose di colore rosso, silenzi volontari e involontari,  giornate oziose, macchie sui muri, occasioni di gentilezza, canzonette rassicuranti, pezzi di carta, frasi preziose, smascheramenti, punti di vista, pregiudizi superati, stupori, pernacchie tempistiche, buoni consigli, bottoni smarriti, traspies, suoni nuovi, dettagli significanti, ritorni, abbracci, domande chirurgiche, risposte taglienti, lune, amiche molto belle, dichiarazioni tardive, labirinti, telefonate, valutazioni mediocri, considerazioni da blog, ombre, baci dati e mancati, riscritture di finali storie, odori umani soprattutto. Film fatti in casa, ricette fameliche, età interiori, sonni omerici, dialoghi immaginati, considerazioni perìporniche, pause, riserve, risposte utili, delizie domestiche, piedi nudi, nuotate sottacqua, simboli, rimedi, scelte, luoghi del tempo, passi,  (bio)diversità, giorni di soledì, vezzeggiativi ribattezzanti, litigate terapeutiche,  borsecalde, pigrizie, oroscopi inventati, segreti altrui, passeggiate pomeridiane nei cimiteri, finestre illuminate, androni di palazzi, direzioni immaginarie di orchestre reali, trashologie, cazzeggismi di primo livello, ologrammi, libridini, piante rinate, pacche sulle spalle, trucchi sapienti, azzardi, verità ben assestate, pianti lunghissimi, corpo a corpo sul divano, specchi, regole inventate e rispettate, pezzi che mancano, conversazioni impossibili, incoraggiamenti a perfetti sconosciuti,  gravi ignoranze musicali (tipo i Pink Floyd)… vabbè non posso fare un post per ogni categoria che colleziono.  O forse sì?

Sono anche una collezionista di gesti. Perfetti e imperfetti.
Come spiegarlo il gesto?
È una questione di cadenza, di modo e di tempo uniti dall’istinto.
È una questione di anima, come sempre. Io li scruto i gesti dalla mia invisibilità furtiva. Sempre.
Li nomino quando li riconosco. Li interrogo quando mi arrivano nuovi, estranei.

Certi modi di stare distanti col corpo, preservando la pelle o con una lontananza degli occhi che ti stanno davanti e guardano altrove. Certi modi di non mescolarsi con niente.
Certi modi di creare una vicinanza con le mani, con le labbra, con gli occhi che ti vengono incontro. Certi modi di essere per l'altro nell’inflessione della voce.
Avete presente uno che butta una carta a terra, mentre si lamenta di quanto non sopporta le ciarle dei suoi vicini di poltrona a cinema?
O la cura con cui il nuovo inserviente del bar  ricarica i tovagliolini nel portatovaglioli?
Il modo che ha il vostro amico di muovere il pacchetto di sigarette quando fa una considerazione a cui non crede nemmeno un po' e per cui non è necessario replicare.
Il movimento leggero del capo con cui il giornalaio vi saluta anche se gli passate davanti e non comprate nulla.
Il modo di indugiare della mano sulla maniglia della porta che non sa aprirsi del tutto ma non vuole chiudersi, aspetta.

I gesti dicono.  Fanno. Possono. I gesti curano o feriscono.
Costruiscono continenti o li distruggono in un nanosecondo. Ritraggono intenzioni. Svelano mondi interiori, intelligenze, insicurezze.  Mediocrità, profondità. Dicono tutto. Più e meglio delle parole.
Ci sono gesti che ci innamorano, gesti potenti, gesti ignobili, gesti rassicuranti, gesti consueti, gesti inconsueti, gesti gentili, gesti volgari, gesti ridicoli, gesti divertenti, gesti esclusivi, gesti escludenti, gesti sprezzanti, gesti accoglienti, gesti illuminanti, gesti irreparabili, gesti riparatori,
gesti attesi, gesti mancati, gesti miseri, gesti orripilanti, gesti perfetti.
Il gesto perfetto poi... che lusso! 
È come un’opera d’arte gettata nell’immanente.
È  il punto in cui l'istinto cadenzato del modo e del tempo di dentro, prende forma, fuori, nella bellezza.
Ecco io davanti al gesto perfetto m’inchino, sto zitta (finalmente!) e cedo il passo.
Gli riconosco una superiorità di gran lunga più grande rispetto alle parole.
E rimango incantata, ammirata, quando un gesto sostituisce una risposta.
O quando, addirittura, fa una domanda, e incoraggia un altro gesto. Lo pretende.
Accade di rado ovviamente, sempre più di rado. Ma accade.
Ce ne dimentichiamo perchè siamo così tanto abituati a sostituire i gesti con le parole, come se le parole davvero potessero tutto: nnamo, dimo, famo... faremo, saremo, fummo, mai, qui e blàblàblà… Tutto da verificare.

Ci sono volte poi che io le parole le prendere a sberle, tanto sono inutili, messe lì solo per comparire e farci fare buona figura, ma senza significare neanche un po’...
Le parole che riempiono il vuoto con il loro rumore,  ma quando le assaggi non sanno di niente.  Sanno sempre di vuoto.
E intanto... tra i tanti gesti di ogni giorno, ci  sono gesti bellissimi, veri, pieni di sostanza.
Gesti quotidiani che cadono nel vuoto dell’invisibilità... sotto i nostri occhi assuefatti.
E bisognerebbe imparare ad ascoltare i gesti, ad assaporarne il significato, udire il movimento dell’animo, della sua azione attraverso il corpo. Il gesto non mente, compreso quello del buon attore. 
È un segno affidabile, una guida sicura delle intenzioni, dei desideri più intimi e autentici.
Ed è importante riconoscere il gesto autentico, che è bello solo quando incarna il significato, quando coincide col significato, quando “è” il significato.  Altrimenti il “bel gesto” fine a se stesso è solo aria fritta, balletto, pantomima. Ridicolume irritante. (troppe rose di scuse ho ricevuto! troppe... per amare ancora le rose) Il finto bel gesto, il gesto fine a se stesso, vuoto …. è la cosa peggiore, è l’ostentazione di qualcosa che di fatto non c’è, la certificazione della sua mancanza. Meglio la solita fiction delle parole allora.

A volte credo che l’amore sia tutto fatto di gesti, senza neanche una parola.
E  credo che, nell’amore, persino le parole siano gesti.

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sabato, 16 febbraio 2008

AfterDayDa qualche settimana verso in uno stato semikafkiano. Una condizione di paralisi quieta, un eccesso di atarassia perturbante.
Io sto bene.
Davvero sto bene.
Ma, mi accorgo, attorno a me le cose prendono forme vagamente minacciose, come dei moniti. 
Persino il quadro di mio nonno pare abbia alzato il sopracciglio giudicante. Problema suo.
Il fatto è che ho la casa piena di intenzioni rimandate


Dovrei
... fare  questo e dovrei fare quest’altro.
Dovrei cambiare la lampadina fulminata in bagno.
Dovrei pagare la multa
Dovrei fare la denuncia del pass resident che qualche cazzone  m'ha rubato
Dovrei alzarmi alle otto andare dall’altro lato della città entro le 11.00 per farlo
Dovrei prima recuperare la macchina
Dovrei anche fare benzina
Dovrei comprare i lacci delle scarpe
Dovrei andare in banca e verificare se quell’assegno è scaduto
Dovrei pagare la tessera dell’associazione
Dovrei portare il portatile a riparare
Dovrei portare il tacchi delle scarpe da tango a riparare
Dovrei compare il detersivo
Dovrei odinare il montarozzo dei cd di tango
Dovrei ricopiare i numeri di telefono nell’agenda 2008
Dovrei cucinare quella zucca prima che vada a male
Dovrei andare dal dentista
Dovrei fare la ceretta
Dovrei comprare le lentine e l’antistaminico
Dovrei comprare un piumino ora che ci sono gli sconti
Dovrei comprarmi gli stivali prima di finire i soldi
Dovrei recuperare i miei libri tumulati nell’armadio di formica, cibo per tarme
Dovrei prenotare il biglietto aereo prima di pagarlo il doppio
Dovrei spostare dall’ingresso quel montarozzo  di libri di mamma da deportare a casa sua
Dovrei cambiare le lenzuola al mio letto
Dovrei andare a trovare il mio cane  e mia zia
Dovrei fare queste e tante altre cose.

E veramente mi guardo attorno...  in giro e spuntano ovunque intenzioni rimandate,  ma tante, ma troppe.
Il fatto è che non mi appartengono neanche un po’.  Non so che dirgli. Mi parlano come da un’altra dimensione.
  Come fantasmi non miei.
E io vorrei tanto essere un'altra, entrare a casa mia e prendermi per il bavero “Avanti, sù, mettiamole il fila queste cose da fare, quanti fastidi da rimediare! Tutte queste intenzioni  da trasformare in fatti, ora! Subito. Non domani. Adesso”.
Questa altra me stabilirebbe un altro ordine.
Un ordine normalizzante. Qualcosa che rassicuri, invece farmi sentire sempre dentro un disegno di Escher. Anche se dentro un disegno di Escher io ci sto bene. Il paradosso non mi pesa.
Ecco... invece un'altra me prenderebbe il righello e ristabilirebbe le prospettive giuste, non quelle sbieche di quest’ottica illusa.  Ma chi l’ha detto che è illusa? L’anima non si illude, si nutre di un altro ordine… tipo la nuvola che passa. O un giorno di sole. Ha altre gerarchie. Disordinate? No, ha un altro ordine.
Blatera altre superiorità che sono necessità. E scrive questo post.
E i piatti nel lavello? E la contravvenzione scaduta? E il curriculum da mandare? La cornice da aggiustare…
Ssssshhh...  sta passando una musica …. nei tubi della casa, tra un po’ arriva l’acqua, ma prima si annuncia così… come una piccola sinfonia privata… tra il respiro dei sonni, mentre io veglio e penso di non dover fare altro.

E tu?
Tu che passi da qui e leggi, tu che perdi tempo nei blog...
tu cosa dovresti fare e cosa fai?

Postato da: farolit a 17:27 | link | commenti (40) |

domenica, 10 febbraio 2008

Marlon-Brando---The-Godfather--B10104021

Ormone - taci, stai zitto

Neurone - si che è meglio va’

Ormone - quando frigni così, non ti sopporto

Neurone - e perché io si? Almeno riuscissi tu a stare zitto

Ormone  - io devo farmi sentire,  fosse per te staremmo a fare la muffa

Neurone - dignità! Si chiama dignità, altro che muffa! ma un animale come te non lo capisce…

Ormone  - e perché tu credi di capire, tu che ti fai tanto il saputo… tu coi tuoi soliti giudizi facili, mica si vive di solo intelletto, siamo pancia, necessità materiali

Neurone - io questo posso anche capirlo, in teoria, quello che mi fa specie è che per farti contento io mi debba trovare trascinato in condizioni imbarazzanti a dir poco… spesso annullato, umiliato, senza più alcuna voce in capitolo io io io…

Ormone - tu cosa? è giusto così, è la mia forza

Neurone - chiamala forza, matta bestialità

Ormone - io reggo il mondo, persino la specie, l’evoluzione della specie

Neurone - ennò! visto come si sta evolvendo la specie… fossi in te non me ne farei un vanto

Ormone - fosse per te e tutta la tua filosofia saremmo tutti estinti

Neurone - no, tutti no, buona parte e non sarebbe una gran perdita

Ormone - ma perché mi stai così lontano? Chè c’hai paura aaah? Avvicinati coniglio

Neurone - non fare finta di non sapere… lo sai …

Ormone - no, non lo so

Neurone -  perché da vicino ti approfitti di me, ti prendi delle confidenze che io noi ti do, mi accechi, mi obnubili, mi stordisci, mi metti le mani addosso, mi fai vergognare di me, mi costringi a fare cose di cui mi pento … sistematicamente

Ormone  - sono io che le faccio, non tu. Tu stai chiuso nella tua stanzetta coi tuoi libbri, coi tuoi sooogni… io porto il pane a casa

Neurone -  ah sì questo è sicuro… ma facendomi fare le tue cose  trascini nel pubblico ludibrio anche me

Ormone - e che sarebbe ‘sto pubblico ludibrio?

Neurone - ecco lo vedi? Sei ignorante,  tu trovi normale non capire le parole…

Ormone - non servono

Neurone - come no?

Ormone -  a me no, sono un tipo concreto, potenza dell’istinto! Le parole le lascio a quelli come te, divertiti

Neurone - animale!

Ormone -  tanto non mi offendi, io sono animale e me ne vanto

Neurone -  sì, sei bestia e non capisci le parole

Ormone - e allora?

Neurone -  e allora è mortificante per me, trovarmi nelle storie in cui mi metti a dover pure spiegare le parole

Ormone -  le parole sono una tua necessità, non mia

Neurone - ennò visto che mi trascini sempre con te, che mi sfrutti per tuoi prosaici fini, che mi usi  sempre per ottenere ciò che vuoi, perché da solo mica ce la fai, per colpire i tuoi bersagli hai bisogno anche tu delle mie parole sensate, dei mie gesti coerenti

Ormone - coerenti? Sensati? Non capisco…. ma pensa a magna'. Io faccio così, ho fame magno, punto. E sto bene così

Neurone – ti piace farla semplice, ma non è così semplice

Ormone - semplicissimo, picciotto, arrenditi all’evidenza, non puoi stabilire tutto tu, ci sono cose che stabilisco io, ti devi adattare

Neurone - giammai! Sei tu che ti devi adattare, sono io la tua guida, dovrei esserlo

Ormone - eh eh eh ... lo sai che non è così

Neurone - deve esserlo

Ormone - sei il mio schiavo … e ti piace

Neurone - no! Non sempre

Ormone - se mi scateno potentemente ti tengo in pugno, noon mi sfidare, lo saaai... tu di tuo sei una mammola, non hai tenuta nervosa… guarda come tremi e non ho ancora fatto niente... che faccio mi scateno?

Neurone - non ne capisco la necessità

Ormone  - eeeh la capisco io

Neurone - veramente  io ti preferisco quando sei più calmino e ti si può parlare

Ormone - ancora con le parole? e io invece mi preferisco quando posso liberare, scorazzare selvaggiamente invece di sentire il tuo solito predicozzo della minchia! Ops! Scusami il francesismo… ma tu perché tremi? perché sudi? cosa temi figghiuzzo? niente ti faccio… per ora...

Neurone -  il mio non  è moralismo, è buon senso, tu ci porti alla rovina! Tu non pensi mai alle conseguenze, fai danni che poi io devo riparare sempre

Ormone - ma quello è esattamente il tuo compito, non il mio. Chi mangia fa briciole...  io mangio tu pulisci le bbriciole. dillo che m’invidi

Neurone - un minushabens come te?

Ormone - 

Neurone - un decelebrato? un primate?

Ormone - già, ma io mi diverto di più di te, io ti faccio sempre proposte che non puoi rrrifiutare, le tue proposte invece sono quasi tutte rrrifiutabbilissime e di una noia cha ammazza... lo so, io travalico il limite, ti porto aldilà di te, dove tu non oseresti mai arrivare… e non sei contento, aaah?

Neurone – proprio così mi trascini nell'indecente bassofondo della contraddizione, nelle umiliazioni più impensabili, nella frustrazione costante, nel pentimento del pentimento, nell'abominio di me stesso

Ormone - abo che? per me la contraddizione non esiste: ho fame, mangio. Te l’ho detto, per me la cosa è semplice sei tu che la fai complicata. Raggiona semplice e mi capisci. Quando eravamo più giovani ci capivamo, raggiovavi più semplice, eri sempre d’accordo con me…  ora che ti  è preso? stai invecchiando caru'?

Neurone - guarda che anche tu cambi idea alla velocità del fulmine! Ci sono volte che appena ti sei saziato non ne vuoi più di quella minestra (una volta invece da ggiovane la fame ti tornava subbito) e sono io poi che glielo devo spiegare alla minestruzza che non ti piace più

Ormone - io non posso cambiare idea perché non ho idee, quando sono sazio è perchè non ho più fame, semplice

Neurone - semplice una minchia!

Ormone
– proprio così! aaah, lo vedi che mi capisci...

Neurone – volevo dire… che tu per arrivare a saziarti ti devi servire comunque di me, delle mie parole, del mio talento… solo attraverso me ottieni quello che vuoi

Ormone - ma ceeerto… è così che deve essere, ma tu sei solo una copertura, il travestimento necessario, la faccia pulita e rassicurante di dottor Jackomino

Neurone  - la verità è  che sono il tuo schiavo

Ormone - … mmm … sì, direi di sì … ma solo quando ho fame

Neurone - giuro che non ti sopporto, meno male invecchiando,  ti si allentano gli appettiti

Ormone - guarda che anche tu hai bisogno di me, di saziarmi

Neurone - sì, ma solo per trovare un po’ di pace

Ormone - allora lo vedi? Aiutami e saremo contenti tutti e due

Neurone - invece tu non ti arrendi mai, ogni volta mi umili, mi costringi a fare e dire cose che non sono io, ad andare contro la mia stessa natura, a uscire di notte come un ladro, a non farmi riconoscere in pubblico, ridicolo agli occhi di chi mi conosce

Ormone - eh eh eh sei una mammola, guarda che anch’io tengo conto dei tuo bisogni, ti porto rispetto a modo mio,  il rispetto che si deve a un coniglio, un coniglio filosofo... ah ah ah

Neurone - se voglio ti prendo a sberle

Ormone - devi solo provarci… e mi ti faccio accoppiare oggi stesso con quel mitocondrio senza congiuntivi e senza igiene personale che ho visto ieri!

Neurone – nooo! ti prego, congiuntivi e igiene sono il minimo sindacale, se mi togli pure questo è la fine

Ormone - e allora vieni qui, inginocchiati e chiedi scusa

Neurone -  ma devo?

Ormone - Shiz!

Neurone -  Bau!


Postato da: farolit a 01:55 | link | commenti (36) |

lunedì, 04 febbraio 2008

panoramastretto


Posso fare a meno di…  lavare le caffettiere
Non posso fare a meno del … cactus di due metri
Posso fare a meno del… quadro di mio nonno
Non posso fare a meno delle … telefonate delle amichette
Posso fare a meno di …  una casa grande
Non posso fare a meno di calore
Posso fare a meno de…  i telegiornali
Non posso fare a meno della…  macchina il venerdì sera
Posso fare a meno del discobar bertucciaio sottocasa mia
Non posso fare a meno del…  lattuccio la mattina
Posso fare a meno di un fidanzato
Non posso fare a meno de… lidea di un fidanzato
Posso fare a meno dele librerie della mia città
Non posso fare a meno de ...  la bossanova
Posso fare a meno del …  Sabato sera
Non posso fare a meno della … leggerezza
Posso fare a meno di … fingere di essere un'altra
Non posso fare a meno di … fare domande
Posso fare a meno de … la radio di sottofondo
Non posso fare a meno
di…  qualcuno che mi sopporti così come sono
Posso fare a meno di questa destra e di questa sinistra
Non posso fare a meno di… Try A Little Tenderness
Posso fare a meno della mia immagine virtuale

Non posso fare a meno di… Internet
Posso fare a meno della carta di credito
Non posso fare a meno di…  ballare la milonga
Posso fare a meno di … fare bilanci
Non posso fare a meno di …  dormire dieci ore
Posso fare a meno di … viaggiare
Non posso fare a meno di … viaggiare
Posso fare a meno de...  l'ombrellone
Non posso fare a meno dello… spruzzino
Posso fare a meno di Novembre
Non posso fare a meno diLuglio
Posso fare a meno di…  sentirmi strana
Non posso fare a meno di …  essere strana
Posso fare a meno di … introiettare la monnezza della tv
Non posso fare a meno di … scrivere post lunghi
Posso fare a meno delle… 
recensioni dei film
Non posso fare a meno
dell acqua di rose
Posso fare a meno di … reagire a una provocazione
Non posso fare a meno di   dire una battuta servita
Posso fare a meno di … credere a ciò che appare
Non posso fare a meno del … pigiama di pile
Posso fare a meno del…  perizoma
Non posso fare a meno di… preparare pasti caldi
Posso fare a meno di… piacere

Non posso fare a meno di… essere curiosa
Posso fare a meno dei… sensi di colpa
Non posso fare a meno
di… verità
Posso fare a meno de … la mia ostinazione
Non posso fare a meno del … mare
Posso fare a meno della …  messa in piega
Non posso fare a meno di … resistere
Posso fare a meno di… ricordarmi quanti libri ho letto
Non posso fare a meno della…   mia forza d’animo
Posso fare a meno della  pornografia
Non posso fare a meno de…
 i cieli di Settembre
Posso fare a meno di…  fare shopping
Non posso fare a meno
di… piangere
Posso fare a meno di…  essere corrispondente
Non posso fare a meno di… amare

E tu?
Di cosa puoi fare a meno
?
E  di cosa non puoi fare a meno?