Lumini accesi nel buio... fiammelle vive nella notte... scintille di anima e pensiero...
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Oggi passeggiavo per la solita piazza,
considerando, come d'abitudine, le sue nuove possibili varianti, quelle che solo un osservatore costante ed attento, abituato a scrutare ogni giorno il medesimo paesaggio, può sapere.
D'un tratto ... un gioioso, asimmetrico, fresco cespuglietto d'erbette selvatiche mi è apparso e mi ha fatto pensare.
Il giorno prima non c'era, ne sono sicura. Non era evidente e nemmeno sospettabile, lì nell'ordinata piccola aiola di Piazza Municipio. E si.
Orbene, da quale nulla è apparso? Per giunta così rigoglioso e rugiadoso, così incoerente e sorridente.
Nell'aiola in cui oggi l'ho "visto", c'è una fontana, di solito spenta.
Due giorni fa, oppure ieri chissà, in momenti che il mio sguardo non ha colto, questa fontana è stata attivata e poi chiusa, inopinatamente.
Uno dei suoi cinque zampilletti, chissà perché, non è ricaduto come gli altri nella vasca da riempire, ma è fuoriuscito dalla traiettoria prevista - forse per la pressione dell'acqua, forse per insofferenza o per semplice curiosità (va a sapere cosa passa per la testa di incoerenti zampilletti)- ed è andato ad annaffiare l'aiola sottostante, dove, evidentemente, gemme di erbette selvatiche (i cui semi, lì e allora, giunsero chissà quando portati dal vento) non aspettavano che questo incoraggiamento per palesarsi al mondo e al mio sguardo.
Le commoventi gemme, ignare a se stesse e alla possibilità che le ha incontrate.
Ecco l'arcano del piccolo misterioso mondo di una zolla di terra.
Così è il Caso, il regno sconfinato e imperscrutabile delle possibilità.
Del doman non v'è immaginabile certezza e tutto è sempre possibile nel possibile,
persino una felicità nuova.
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Ditemi ora, lettori cari: siamo o non siamo zolle inconsapevoli della nostra stessa fertilità?
Dürer mi direbbe di si
A ben guardare...

L'oziosa Cicala che, sdraiata sul sofà, pensava al cielo fuori dalla finestra e alla forma delle nuvole di passaggio animate come creature provenienti da una vita altrove, vedeva chiaramente l'ampio distendersi dello Stretto sotto di loro, il frastagliarsi denso e caldo della Costa Viola e dei Monti sopra Villa e l'assottigliarsi a becco di passero della punta spartiacque di Capo Peloro.
Sapendo di come batte il mare in una sponda e come in un altra, a seconda del mese e della capacità d'ascolto, vedeva anche il traffico navale: l'andirivieni orizzontale di merci in container e di persone in crociera; quello frontale, da sponda a sponda, di traghetti con macchine e persone pendolari.
Vedeva e non si chiedeva nulla.
Ma, tutta intenta, nella stanzetta linda, nella penombra fresca del primo pomeriggio, in quell'attimo in cui gli animi si acquietano e rallentano il respiro, e tacciono sospesi i rumori farnetici della città, osservava una macchia sul soffitto, una macchia a cui era tanto affezionata. Stava perdendo la annosa forma di "un profilo che parla" per trasformarsi in quella inattesa di "un corpo che si arrampica".
Vigile, nel benessere di quell'ozio che si spandeva momentaneamente alle forme di vita circostanti, ammansite dal cibo e dal riposo postprandiale, "quando sarà sera... mmm.. com'era? Come faceva" si diceva "la filastrocca pigra?" e con gli occhi chiusi cercava lontano un ricordo, un'immagine conosciuta "c'era un cavolo... un cavolo al mercato" rigirandosi su un fianco e leccando sul labbro la goccia rimasta del succo di una pesca. "c'era una ragazza... una povera ragazza... si, ma povera perché?" sprofondando in quel torpore di memoria, restringendo il suo pensiero fino al punto più vicino del ricordo "c'era pozzo e stava sola al buio... povera ragazza. Ma perchè povera? Si sta così bene soli al buio. Era mattino o era sera? Il sole tramontava ... questo lo so."
A questo punto si alzò. Andò in bagno e si lavò. C'era l'acqua anche a quell'ora, che fortuna. Il rumore dell'autoclave, altrimenti, avrebbe potuto disturbare il riposo quieto del condominio.
La finestra del bagno dava sul cortile interno, sui panni stesi, sui filippini arresi, sulle redazioni sparse, sulle enormi case di anziani soli, sulle settimane enigmistiche incompiute, sulle ortensie improbabili, sui piccoli rumori vicini, su un pezzetto di cielo da cui continuavano a vedersi nuvole migranti verso Nord. Anche loro.
Udiva il televisore del vecchio professore ormai mezzo sordo (il professore), s'udiva d'un bel po' e poi taceva. Riprendeva per le scale il passeggio di persone dirette negli uffici. Le formiche risalivano sul tubo di scolo come sempre destinate ad ostinarsi all'opra senza saper perché. Da grondaie e cornicioni pulcini di piccioni riprendevano a pipiare la loro urgente necessità di nutrimento.
Volendo tutto il mondo era là.
"Si ma com'era la filastrocca della pigrizia?" Per pensarci meglio andò a letto. E pensò senza fretta. C'era un silenzio liquido, uno di quei silenzi abitati da brezze lievi e tiepidi soli. Un silenzio di prima scelta. "prese l'acqua... lo ricordo. Con le mani?" Si guardò i piedi cedendo al solito compiaciuto commento: "bei piedi". Intanto dal balcone socchiuso arrivò l'inebriante fragranza della pasticceria di sotto. Cannoli! Come un richiamo... a uscire dal cantuccio, dalla penombra fresca, dal ecostistema della stanza.
Ma in balcone una dolcezza ineludibile di sole la investì. Era un sole di prima qualità, non violento, né accecante o soffocante, ma caldo e accogliente, indorante, conciliante con la vita che c'è.
La Cicala guardò il gelsomino sul balcone, prese l'acqua e l'annaffiò. Canticchiava pensando ai cannoli che l'attendevano.
Fu così che arrivò la folgorazione, la vecchia filastrocca imparata in prima elementare era là:
La pigrizia andò al mercato
ed un cavolo comprò.
Mezzogiorno era suonato
quando a casa ella tornò.
Prese l'acqua, accese il fuoco,
si sedette e riposò
ed intanto a poco a poco
anche il sole tramontò.
Così persa ormai la lena
sola a buio ella restò
ed a letto senza cena
la meschina se ne andò.
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Se questo fosse soltanto un "esercizio di stile" concluderei dicendo:
Quando uno é fatto così, vuol dire che è fatto per l'ozio.
E questa è una bella cosa, d'avere la fortuna della Cicala.