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C'era una volta un re
che disse alla sua balia
"Raccontami una storia"
La balia incominciò...
Un giorno il signor Mida,
uscì di casa in tutta fretta, incalzato, come al solito, da pensieri che anticipavano la consueta giornata di lavoro. Aveva fatto le tre di notte a studiarsi le modifiche della pratica e ora crollava dal sonno.
La pratica del giorno prima l'aveva affidata a quel tizio, un nuovo assunto, giovane per giunta, sentiva, anzi sapeva, che non l'avrebbe svolta come gli aveva chiesto, il lavoro avrebbe dovuto sbrigarlo lui come sempre, piuttosto che perder ulteriore tempo a spiegare come si fa, del resto la pratica andava consegnata quella mattina stessa e la responsabilità era sua, e sì.
Ingurgitò a volo il primo caffè della giornata e, ventiquattrore alla mano, si diresse di buon passo verso la fermata della metrò. Nel solito grigiore del solito mattino dei soliti musi cupi e seriamente assorti, scendendo le scalette della Metro, gli lampeggiò un ricordo del giorno prima, proprio lì la sera prima, salendo le scalette della Metro, aveva incrociato la faccia di una ragazza, faccia ridente, giubotto rosso, sorriso divertito, occhi pieni d'allegria, gli aveva detto quasi ridendo "Hola!", svegliandolo dal solito torpore.
E anche ora, all'imbocco delle solite scalette, quel lampo di ricordo del giorno prima lo risvegliava. Inghiottito dal ventre della Metro, assimilatosi subito a quell'odore di sotterranea vita pendolare, abbonamento alla mano, il Signor Mida ritornò ai pensieri della pratica che lo attendeva.
Attese poco e, giunta che fu la metro alla sua fermata, vi entrò col balzo felino di chi sa dove meglio collocarsi per dare meno disturbo e soprattutto per non essere disturbato dall'inevitabile calca mattutina.
Balzò agile, pronto, come una sveglia programmata, a sintonizzarsi sulla familiare frequenza delle fermate, sul ritmo montante e discendente dei loro intervalli che avrebbe potuto scandire ad occhi chiusi, sordo come era al quella specie di sottofondo mattiniero che unisce il silenzio di lavoratori vari, insoddisfatti dalla grama vita in cui si trovano a specchiarsi reciprocamente, al cicalar di qualche studente adolescente, alle facce spente, assorte in un altrove estraniante, sprofondate nella lettura di un giornale o nell'ascolto di una musica, monadi chiuse a fissare il loro invisibile altro mondo.
Anche il signor Mida, chiuso nella sua monade, non vedeva e non sentiva nulla attorno a sé, solo ad un certo punto sentì ... gli sembrò di sentire... squillante di entusiasmo un... "Hola!"
Si girò, ma non vide nessuno, tranne due ragazzi, forse stranieri, spagnoli?
Ma che spagnolo strano... forse argentini. Chissà! Chissà se anche quella ragazza era spagnola o argentina... Chissà...
O mio dio! Aveva perso la fermata! La fermaaata!! Per la prima volta in 8 anni... gli toccava scendere alla fermata successiva, sarebbe arrivato in ritardo, la pratica sarebbe è partita senza la sua visione, sarebbe partita mancante e rabberciata, orrore!
Mio dio che figura, doveva sbrigarsi... assolutamente.
Si precipitò davanti all'uscita, e quando le porte si aprirono, con sua grande meraviglia vide...
Il re si addormentò
la balia terminò
ma tu lettore no
Continua questa storia mia
continua e falla tua
E chi ti continuerà
sua la tua storia farà...

La mia tazza fumante di caffellatte mattutina.
Una necessità insostituibile e determinante.
Averla o non averla significa essere o non essere, avere delle possibilità lungo il corso della giornata o precludersele a priori.
Ovvero: navigare lucidamente, saldo timone in mano, ben consapevoli dei venti e delle vele che la giornata offre o... rimanere appannati, materia vagante in un limbo sotterraneo dove rumori e voci arrivano ritardati e indistinti come da un universo inesplicabile.
Non esagero, no.
Ci sono cibi, nutrimenti, che fanno la differenza,
nel momento, nella giornata, nel luogo, nella stagione.
Ci sono, lo sapete.
Come pozioni felici che vengono a restituirci la parte migliore della nostra natura e, quasi al solo pensiero, innescano un "apriti Sesamo" esclusivo e intimo.
A volte consolano, meglio di una carezza o della comprensione di un amico. Questi cibi ci conoscono, sanno accoglierci e sono sempre pronti a far parte di noi.
Ognuno avrà il suo cibo eletto,
la sua piccola sbobba domestica, il suo frutto di stagione, il paninetto fragrante, la sofisticheria da gran gourmet, l’amatissima ricetta della nonna, la petite madelaine, la merendina del compagno di banco, la cioccolata... qualsiasi cioccolata, la soppressata, la caramella allo zenzero... e persino il germe di grano.
Ognuno avrà questa possibilità di appagamento sicuro,
di immediata riproducibile felicità.
Lettore
che passi frettoloso a cercar colori e suoni d'immediatezza,
fermati e ascolta.
Chiedo il tuo tempo attento.
Il mio tempo ti do.
Attraversa l'eco di questa stanza vuota
e lascia il tuo segno.
Questo spazio ti è dato
per cercare un ricordo sepolto e ancora mai affiorato.
Qualcosa di tuo che giunga da lontanissimo
e con tua stessa meraviglia.
Un ricordo salvato all'oblio.
Una memoria destata che ci parla di te,
di un te che non sei più,
che non ricordavi di essere
o che semplicemente non ha mai avuto voce.
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Io ricordo…
Ricordo, sì, la ricordo bene, una scatoletta di legno scuro traforato con rifiniture di ottone decorate.
Avevo nove anni. Mi trovavo spesso nella vecchia casa di un'amica di mia madre.
Mentre gli adulti si appartavano a parlare tra loro venivo lasciata libera di esplorare quello spazio affascinante pieno di vecchie stanze, di corridoi scricchiolanti, di porte da aprire e di oggetti strani.
Il mio angolo preferito era quello orientaleggiante in cui, su un candido lembo di muro, campeggiavano rosse barbute maschere di Bali, come guardiani dagli occhi strabuzzanti.
La mia passione voluttuosa si consumava presso un tavolino basso di legno intarsiato, ricoperto da una serie di scatolette preziose, di lacca, d'argento, d'avorio, d'ebano. M'incantavano. Anche perché anch'io, all'epoca, nel mio piccolo, facevo un'appassionante collezione di piccole scatole.
La mia collezione era partita da scatole di latta ma, da qualche tempo, l'avevo allargata ad altri generi di materiali, con scatolette di plastica e di cartone.
A dire il vero, era stata proprio quella preziosa esposizione a casa dell'amica di mia madre a farmi scoprire questa nuova possibilità
Ricordo, sì la ricordo bene, una scatoletta di legno scuro traforato con rifiniture di ottone decorate. Era la più povera della serie, ma m'incantava.
Passavo le ore ad aprire e chiudere il coperchietto a baule, cercando di assaporarne ogni dettaglio, come un innamorato che cerca di memorizzare il volto amato prima di allontanarsene per una lunga lontananza; le parlavo tutto il tempo finché non arrivava l'ora di andarmene e dovevo salutarla, lasciarla lì muta e inerte, lontano dalla mia attenzione assoluta.
Lasciavo un pezzo di cuore in quella scatoletta per ritrovarlo la volta seguente.
Ed era oramai come se anche lei mi parlasse. Io, inizialmente, fingevo di non sentire perché mai avrei potuto sottrarre qualcosa all'amica di mamma.
Ma la bella scatoletta rimaneva sempre lì dove la lasciavo, circondata per intere settimane da una scandalosa muta indifferenza, a volte persino dalla polvere.
Capii subito che il mio intervento non sarebbe stato un rapimento: nessuno avrebbe chiesto il riscatto, nessuno l'avrebbe cercata, nessuno se ne sarebbe mai accorto.
Non fu difficile portarla a casa.
Ma, stranamente, passata l'euforia del salvataggio, messa accanto alle mie scatolette di latta, di cartone e di plastica, quella noblesse stonava, imbruttiva tutto il resto, soprattutto rivelava tutta l'ipocrisia del mio gesto.
Era un furto, si, un furto bello e buono. Un furto inutile e pretenzioso che offendeva la pazienza umile della mia collezione di latta e di carta.
Un tarlo che non mi faceva dormire la notte. Un grillo sentenzioso che non si stancava di frinire dal centro del mio comodino, nel buio, accanto a me. Il rimedio era uno solo. Un abile Lupin come me non aveva problemi a capovolgere il percorso della sua azione. Detto fatto, la volta successiva riportai la scatoletta a casa "sua", sul suo pregevole tavolino, accanto alle sue degne sorelle. E mi compiacqui a lungo di continuare a ritrovarla lì le volte seguenti, paga di poterci giocare unita ancora di più a lei da un segreto solo nostro.
Un giorno l'amica di mamma, a furia di vedermici giocare sempre, me la volle regalare convinta di farmi contenta.
Ricordo ancora il suo stupore, si lo ricordo bene, davanti al mio sorridente ma fermo diniego.
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Se questa storia ti ha annoiato, lettore,
perdona chi l'ha scritta e passa oltre.
Se invece ha incontrato il tuo ascolto,
lascia qui la tua, raccontamela.
Salva un piccolo ricordo dall'oblio e fammene dono.