Oz

Lumini accesi nel buio... fiammelle vive nella notte... scintille di anima e pensiero...

Eccomi

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venerdì, 25 febbraio 2005



Il vecchio avanzò dal fondo della sala. I ballerini seduti aspettavano un gesto.
Calò il silenzio. Il vecchio non si mosse.

Altero guardò tutti sfidando i pensieri pietosi e l’attesa: “Fatemi una domanda! Chiedete! Vengo da lontano e lontano me ne andrò. Non sapete se fra anno ci sarò ancora. Chiedete ora, adesso!” Il silenzio divenne gelo. Nessuno osò proferir parola, ogni domanda era un duro colpo a quel Quijote da milonga. Così, dal fondo, silenziosissima, lo raggiunse una donna, bella, giovane; ferma davanti al lui lo carezzò con gli occhi come a ricordargli il loro eterno appuntamento che, ancora una volta, era lì e ora. Lui le rispose sorridendo con gli occhi.. La musica iniziò, la platea fu ricacciata nel limbo della sua esistenza terrena.
Uno di fronte all’altra, lentamente si unirono nell’abbraccio: il vecchio esile, rarefatto, elegantissimo, tragico e lirico; la donna giovane, un fulgore di seta la carne e i capelli, occhi grandi e dolcissimi, protesa assolutamente all’ascolto.
Quella danza metafisica era un tango senza passi, fatto di impercettibili particelle di anima; pareva non accadere nulla, come pare non accadere nulla in una poesia, solo parole splendenti o terribili: la morte e la vita. Ballavano insieme nell’unico senso di un verso comune, senza dialogare, perché non erano più due complementi, ma erano un unico elemento essenziale.
E piedi soavi disegnavano quella poesia, in una pausa senza fine, in ghiririgori di nuvola che parevano adornos, ma che erano, invece, parole; parole di quella lingua sconosciuta in cui morte e vita, separati altrove, si trovano, si riconoscono e si comprendono, l’una nell’altro, per sempre.

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Questa storia è accaduta davanti ai i miei occhi stupiti, tra una moltitudine di altri sguardi perplessi. Ho anche parlato al vecchio tenendogli la mano, gli ho fatto le domande, promettendogli che nella vita non esistono gli adios ma solo gli arrivederci.
Io e il vecchio ci siamo salutati, ma questa è già un‘altra storia.

Qui vorrei ricordare la gioia della danza, una gioia  spesso segreta…
Qualsiasi danza, persino goffa, maldestra, accennata, inventata è un ringraziamento alla vita, è un ode alla libertà dell’esistenza.
Tutti dovremmo danzare superando il pudore del corpo, sorridendo al limite dei gesti che riusciamo a realizzare, beffandoci di quelli che vorremmo eseguire… godendo della danza in sè, quale che sia...e invece… invece spesso rinunciamo a questa felicità, questo diletto raggiungibile a patto che superiamo quel limite della psiche, che ci frena, ci giudica, ci deride inutilmente, facendoci sentire inadeguati  ancor prima che lo faccia qualcun altro.
Molta, troppa, gente è frenata da questo inutile pudore di sé, come se si temesse che  il corpo, una volta liberato dai pregiudizi di cui abitualmente lo graviamo, potesse improvvisamente tradire invece ben altre dimensioni di noi, più nascoste.
 Forse se conquistassimo quella leggerezza dell’animo, del gioco, della possibilità, della caducità delle cose, forse ci tireremmo in ballo con più allegria  e meno timori. Siamo sempre in tempo però.
A pensarci bene i nostri nonni, contadini, ufficiali, studenti, … ogni categoria di uomini e donne imparava a ballare senza troppe paturnie, il ballo era un codice come tanti, ma codice socializzante privilegiato. Il corpo uno strumento di comunicazione possibile.


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O lettore, a questo punto, sai già cosa voglio da te. Dimmi:
 che danzatore sei?
cosa danzi o  come ti sogni danzare?

Postato da: farolit a 20:44 | link | commenti (48) |

domenica, 20 febbraio 2005




Stella stellina
la notte si avvicina
la fiamma traballa
la mucca è nella stalla
la mucca ha il suo vitello
la pecora ha l'agnello
la chioccia ha il suo pulcino
ognuno ha il suo bambino
ognuno ha la sua mamma
e tutti fan la nanna...
la nanna... la nanna...



Stella stellina.... C'è un punto del tempo dell'anima in cui diventiamo genitori.
Genitori di noi stessi.

Genitori comunque, prescindendo dal fatto di esserlo o diventarlo realmente.
Forse la prima volta accade quando istintivamente sentiamo il bisogno di prenderci cura di qualcosa o qualcuno che non siamo noi, quando sentiamo di avere a cuore le sorti di un amico, una pianta, un piccolo animale, un progetto... un amore.
La notte si avvicina....Forse lo capiamo quando l'esperienza della perdita o della possibile mancanza di quest'altro-da-noi ci intimorisce e genera la necessità della cura e delle sue inevitabili ansie.

La fiamma traballa...
Forse nessuno ce lo insegna, forse non lo impariamo, è già così...la mucca è nella stalla …la chioccia ha il suo pulcino...
Non so quando accade che ci accorgiamo di essere figli soprattutto di noi stessi, partoriti da noi, dalla vita che siamo riusciti a darci, oltre che nostra madre biologica.

Ognuno ha il suo bambino
...Non so quando è che guardiamo i nostri limiti sorridendo, accettandoli senza contare i meriti mancati o accumulati, accetandoli gratuitamente
Ognuno ha la sua mamma... Volersi bene, senza narcisismo, come si vorrebbe bene a un figlio è una sapienza necessaria; dobbiamo offrire a noi stessi l'accettazione, la cura, la premura, la tenerezza che a un figlio si deve, che un figlio ispira.
La cura premurosa e clemente di sè aiuta a capire gli altri, aiuta ad amare meglio, ci rende consapevoli del fatto che non siamo mai lasciati a crescere da soli.  E  tutti fan la nanna... la nanna... la nanna..
.

Nessuno dovrebbe mai smettere di cantare ninnananna o di ascoltarle.


Questo post è un ninna per mia mamma  (quella che ho,  oltre quella che sono).
Chi vuole, chi sa  o chi si ricorda  una ninna, passando di qua,  può sempre lasciarne una e condividerla con me.
Chi non sa e chi non ricorda può sempre  impararne o inventarne un'altra.
Chi non vuole... che guardi e passi... ma prima, almeno, che ascolti:  ninna-ooo ninna-eee questa ninna è anche per te.

Postato da: farolit a 11:53 | link | commenti (46) |

lunedì, 14 febbraio 2005





Fare il bagaglio è una cosa che rivela molto di noi.

Io, da quando i miei bagagli vengono sistematicamente smarriti o viaggiano in differita rispetto a me, ho imparato a fare due bagagli.

Due bagagli:
uno essenziale
uno che si può perdere
entrambi necessari.

Fare un bagaglio essenziale aiuta, perchè per  farlo ti devi conoscere bene, nel bagaglio essenziale porti con te la parte immodificabile e necessaria.
Anche fare un bagaglio che si può perdere serve, come un terapeutico mandala: là dentro, ad esempio, io ci metto tutte le paure e i pregiudizi peggiori su me stessa. Nel mio "metereo-freddopatico" caso il bagaglio che si può perdere conterrà: maglioni  su maglioni e calzettoni, chiili di lana apotropaica, borsacalda anche ad Aprile, medicine per l'eventuale influenza o per la vecchia ipocondria. Ma nel bagaglio che si può perdere ci saranno anche certe inutili velleità da  femmina (biancheria intima scomoda e intrigante che non indosserò mai quando serve...), aspettative  su possibilità da cogliere, (immancabili zapatitos, scarpe da tango) libri che non leggerò (perchè in viaggio c'è sempre già il viaggio da leggere)
 Nel mio bagaglio essenziale invece c'è l'acqua di rose, la pazienza, il sapone neutro, la curiosità, i tappi per le orecchie, l'accettazione del caso, la settimana enigmistica, il senso del limite, le pantofole, pochi pregiudizi buoni, l'asciugamano di lino col bordo all'uncinetto fatto dalla mamma, tensione per la mia solita distrazione e lentezza, un pigiamino usato e infantile "a scanso di ogni tentazione", aspettative vaghe, mutande comode.

Starete sorridendo, immagino...
Eppure  questa ottimizzazione del  bagaglio essenziale è un ottimo risultato per una Cicala che un tempo aveva la sidrome della paurosa lumaca e pretendeva di portare con sè  tutta la casa e il suo rifugio di sicurezze. E sì chè i viaggi migliori i li ha sempre fatti la mia fantasia, la mia fantasia ... che non mi ha mai deluso.
Insomma anche adesso la casa la porto con me, ma in maniera meno fisica; perchè  la casa la trovo ovunque io decida di andare, perchè ho capito bene qual'è il mio viaggio: 

io non parto mai, torno sempre.

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 E tu lettore-viaggiatore, dimmi, tu che bagaglio fai?
Qual'è il tuo viaggio?


Postato da: farolit a 13:06 | link | commenti (50) |

martedì, 08 febbraio 2005

Venite pur avanti, vezzose mascherette!
È aperto a tutti quanti. Viva la libertà!

Viva viva la libertà!
La libertà! La libertà!



Finch'han dal vino calda la testa
una gran festa fa preparar.
Se trovi in piazza qualche ragazza,
teco ancor quella cerca menar.
Senza alcun ordine la danza sia
 Chi il minuetto, chi la follia,
 chi l'alemanna farai ballar.
 Ed io frattanto dall'altro canto
con questa e quella vo' amoreggiar.
Ah! la mia lista doman mattina
d'una decina devi aumentar!

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Oggi a parlare è la mia maschera... passante incauto.
E questa in cui ti trovi è la festa a cui ti invita.
Se ti garba parlare con me, scegliti una maschera (che tu sia Topolino o Cleopatra non importa) e dalle voce, lascia parlare ciò che essa rappresenta e, attaverso ciò che rappresenta,  fai parlare te stesso.
La maschera che hai scelto parlerà alla maschera che sono, che ho scelto di essere.
Questa è la festa (anzi "le festin") e le maschere non si scelgono a caso...

Postato da: farolit a 19:43 | link | commenti (42) |