Oz

Lumini accesi nel buio... fiammelle vive nella notte... scintille di anima e pensiero...

Eccomi

Utente: farolit

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venerdì, 29 aprile 2005

Postato da: farolit a 12:26 | link | commenti (38) |

domenica, 24 aprile 2005

Postato da: farolit a 16:59 | link | commenti (41) |

domenica, 17 aprile 2005

parole parole parole parole parole parole parole parole parole parole parole parole parole parole paroleparole parole parole parole paroleparole parole parole parole parole paroleparole parole parole parole paroleparole parole parole parole paroleparole parole parole parole paroleparole parole parole parole paroleparole parole parole parole paroleparole parole parole parole parole parole paroleparoleparole parole parole parole paroleparole parole parole parole paroleparole parole parole parole paroleparole parole parole parole paroleparole parole parole parole parole parole parole paroleparole parole parole paroleparoleparole parole parole parole paroleparoleparole parole parole paroleparole parole parole parole paroleparole parole parole parole paroleparole parole    parole,  paroline, parolone, parolette, parolacce, belle parole, brutte parole , parole essenziali,  parole superflue,  parole scritte,  dette,  insegnate,  ascoltate,  imparate,  telefonate,  lette…  parole cantate,  pesate,  scappate,  scagliate,  negate… esibite, rubate, manipolate, usate…  dimenticate, ritrovate, aspettate, taciute….   parole parole paroleparole parole parole parole paroleparole parole parole parole paroleparole parole parole parole paroleparoleparole parole parole parole paroleparole parole parole parole paroleparole parole parole parole paroleparoleparole parole parole paroleparole parole parole parole paroleparole parole parole parole paroleparole  ...  ed io che intanto - non si crederebbe lo so - inseguo il silenzio tanto da divenir nottambula (io che amo la luce) e mi prodigo da anni ad allevare silenzi impossibili,  con tappi alle orecchie e veglie solitarie nelle domeniche postprandiali... ma il silenzio non si produce, non si coltiva come una pianta, il silenzio si cerca perennemente e si trova casualmente, il silenzio non si crea ahimè. parole paroleparole parole parole parole paroleparole parole parole parole paroleparole parole parole parole parole parole parole paroleparole parole parole parole paroleparole parole parole parole paroleparole parole E intanto sono circondata, per mia stessa debolezza, da parole parole parole parole     parole paroleparoleparole parole parole paroleparole parole parole parole paroleparole parole parole parole paroleparole parole parole parole paroleparole parole parole parole paroleparole parole parole parole paroleparole parole parole parole paroleparole parole    ma non soffro d'horror vacui, no, non per questo bramo il silenzio, il silenzio mi serve come un contrappunto del respiro, una riserva dell'anima, per capire davvero ciò che mi dico, ascoltare moltissime cose. Eppure ,a te che leggi e che commenti, avrei voluto parlare delle parole inventate, del lessico degli affetti che ribattezza tutto di significati intimissimi ed elettivi... è che oggi mi pesa cercare parole per te e tanto tu, estraneo lettore, non mi dirai il nomignolo che ti dava la mamma da piccolo (o pure adesso che sei grande) cose troppo private, (sorema Sugnetta  ti esorterebbe così "scagiona una dicitura" ma tu non capiresti...)      parole paroleparole parole parole parole paroleparole parole parole parole paroleparole parole parole parole parole parole parole paroleparole parole parole parole paroleparole parole parole parole paroleparole parole parole parole paroleparole parole parole parole paroleparole parole parole parole paroleparole parole parole parole paroleparoleparole parole parole parole paroleparole parole parole parole paroleparole parole parole parole paroleparoleparole parole parole paroleparole parole parole parole paroleparole parole parole parole paroleparole       Allora è meglio che io  ti chieda una parola tua inventata o tradotta da un altrove che è dentro di te e fuori di te, una parola mutuata da qualcuno ( un amico, un fratello, un maestro, un figlio) e che tu hai fatto tua... se sei poeta ti viene facile perchè i poeti ribattezzano tutto, come i bambini,  anche se qui bambini veri non ce n'è...   solo parole paroleparole parole parole parole paroleparole parole parole parole paroleparole parole parole parole parole parole parole paroleparole parole parole parole paroleparole parole parole parole paroleparole parole parole parole paroleparole parole parole parole paroleparole parole parole parole paroleparole parole parole parole paroleparoleparole parole parole parole paroleparole parole parole parole paroleparole parole parole parole paroleparoleparole parole parole paroleparole parole parole parole paroleparole parole parole parole paroleparole
E se non hai una parola che sia "tua", o se quella non vuoi condividerla con me capisco;
scegli tu quale ti garba, lasciami un parola sola, quale che sia, anche incomprensibile anche senza spiegarla, ma non scegliere una parola qualsiasi,

scegli una parola
che per te significhi  l'essenza del qui e ora, una parola tra le tante che tu salvi per te stesso...

altrimenti, lettore frettoloso che mi leggi e mi commenti,

lasciami il tuo silenzio


perchè questa è la parola che io lascio a te: silenzio, questo è quello che qui e ora io vo' cercando.
 
E tu?

Postato da: farolit a 14:29 | link | commenti (45) |

sabato, 09 aprile 2005



Bè immaginatevi la scena.
Notte d'estate, amena località di mare, atmosfera vacanziera, profumo di gelsomini e tralci di bouganville: una giovane donna, bella, snella, lunghi capelli neri al vento, abitino corto, leggero ed estivo, braccia e gambe nude, abbronzate e lucenti - sembra uno spot - … avanza su tacchi alti e leggermente traballanti, si avvia con passo sicuro e ampia falcata verso il bailongo, la rotonda danzante del festival tanguero... sentite la musica di sottofondo?
Eccola mentre si avvia, disinvolta e fulgida -  vedete? - consapevole della piena fioritura del suo fascino quando... inciampa…. cade rovinosamente e finisce a "quattro di mazze" (alla Fantozzi) faccia in giù per terra, planando, strisciando per un po', in modo da grattugiarsi ben benino le ginocchia sull'asfalto…, prima di fermarsi.
Ridete eh?

La giovane donna si alza e ride pure lei, anzi all'inizio si sganascia come se questa scena l'avesse osservata da fuori; poi, accortasi di sanguinare copiosamente dalle ginocchia, attenua il sorriso che diviene prima di divertito stupore, poi  inequivocabilmente contento.
Sì, ho scritto bene, ho detto "contento", non ho sbagliato aggettivo.
Era contenta, soddisfatta, come chi riceve una bella sorpresa.
Con questa aria soddisfatta torna in albergo e si lascia medicare, mantenendo quel sorriso stupito e compiaciuto, mentre chi le presta soccorso la guarda preoccupato dicendo:
"sicura di non aver sbattuto la testa?"
"sì sì, sicura sicura, stia tranquillo, è solo un taglietto, basta disinfettare..."
"andava a ballare?"
"Andrò a ballare!"
sguardo del soccorritore come per dire "conciata così?"
 "ma siiì… vede? Ora smette di sanguinare, bastano due cerotti!" risponde la giovane donna con gli occhi brillanti di chi aveva appena ricevuto un premio tanto prestigioso quanto inatteso.
E con questi due garze-cerotti-trofei, con quel sorriso appagato si riavvia alla milonga e balla tutta la notte sotto gli occhi increduli di tutti.
Già ridete meno, vero?
 Ma avrei potuto raccontarvi un'altra storia, quella di una bambina che aveva paura di cadere e farsi molto male e che, per questo, passò buona parte della sua infanzia a non correre e quindi a non cadere.
Tuttavia si trovò, da grande, a non poter esibire nessuna cicatrice, niente che rammentasse di "quella volta che cadde dalla bicicletta", o "rincorrendo la sorella", o " inseguendo un gatto" o semplicemente "inciampando nel camminare con lo sguardo all'insù".
Nulla nella sua pelle, era un triste tessuto uniforme e ininterrotto, nessun segno che rivelasse le cadute, i tentativi liberi, incoscienti e ardimentosi dell'infanzia.
L'adulta ad un certo punto cambiò  e cosa trasformò la bambina terrorizzata dal cadere in quell'adulta maldestra che capitombolava sorridendo... non importa dirlo. E' importate capire che  fu contenta di cominciare la sua nuova collezione di cadute e cicatrici.

Importa dire, come disse Ofelia al re , che noi di noi "sappiamo quel che siamo, non quello che possiamo essere".  Questo mistero glorioso dell'animo umano che un tempo mi affliggeva ora mi consola assai.
Il potenziale di cambiamento che giace in ognuno di noi, oscuro a noi stessi, si rende felicemente  visibile tutte le volte che superiamo noi stessi i pregiudizi che ci siamo costruiti su di noi e cambiamo .

Morale della storia :
i peggiori pregiudizi sono quelli che abbiamo su noi stessi quando pensiamo "questo... mai! " quando ci convinciamo "sono così e dunque non potrò mai e poi mai essere quest'altra cosa", tutti limiti che ci diamo da soli e che, qualche volta,  tac! la vita ci toglie  con nostro stesso stupore…



 

Così cominciamo a mangiare cose che un tempo ci avrebbero orripilato, ad apprezzare la salsa di soia,  a usare l'aborrito telefonino, a prendere l'aereo che ci terrorizzava, capiamo improvvisamente il padre la madre il fratello tanto diversi e tanto odiati, cambiamo idea, ora ci piace uno che prima non potevamo vedere, perdoniamo un amore che ci ha delusi, superiamo il lutto, la malattia, impariamo a guidare, a nuotare, a bere vino, diventiamo fedeli, diventiamo infedeli, perdoniamo noi stessi, impariamo a ballare o a difenderci da soli, scopriamo la musica classica, non ci vergognamo più dei difetti, oppure cominciamo ad aver pudore, scopriamo l'acqua calda, troviamo coraggio, ci scopriamo vulnerabili, smettiamo di giudicare, perdiamo un'abitudine, scopriamo il corpo, scopriamo Dio, cambiamo città, superiamo una fobia che non ci faceva vivere, dormiamo persino col cane che non immaginavamo neanche di adottare un giorno, accettare limiti nostri e degli altri, ci fidanziamo con persone più grandi o più giovani di noi, diverse.... insomma siamo noi stessi DIVERSI da come ci immaginavamo di essere.

E tu, straniero, quando hai stupito te stesso?
Quando è stata l'ultima volta che hai superato un piccolo o grande pregiudizio e ti sei sorpreso di te?

Postato da: farolit a 21:21 | link | commenti (47) |

venerdì, 01 aprile 2005



Ditemi, vi prego, chi è costei.
Costei che, da anni, mi guarda con un lieve sorriso, consapevole di sapere molte più cose e di non dirle.
Una gentildonna di fine ottocento ritratta da un pittore napoletano. Altro non so.
Non so nemmeno come è arrivata fin qui, fino a me, se non nell'ultimo tratto.
Il quadro per anni ha sorriso, dall'alto del mobile dei medicinali, nello studio del nonno medico.
La dama ha sorriso allo stesso modo a generazioni di figli (sei), di nipoti (otto) e anche di pazienti, a tutti costoro mio nonno, immancabilmente e divertendosi assai, ha fatto notare (come oggi io a voi) lo sguardo inseguitore di questa donna che sembra non lasciarvi mai, sembra appunto seguirvi e corrispondervi negli occhi qualunque sia il punto da cui la guardiate.
Poi, chissà perchè, anni fa, quando se ne andò, nonno decise di lasciarla a me, questa ignota.
Ora ditemi, vi prego, chi è costei.
Se non potete saperlo, come credo, almeno immaginatelo.
Immaginate la sua storia, quella dei giorni in cui posò per questo "ritratto di signora", scegliendo la coccarda rossa per i capelli ben acconciati e forse selezionando gli ori a cui era più affezionata, scegliendo soprattutto questo sorriso pieno di cose non dette e che vorrei sapere, cose che continuano a interrogarmi dopo 150 anni.
Chissà... certaemente era (è!) contenta, sì, di posare e di farci intravedere le cose che non dice.
Chissà forse, posando, non pensò al passato che l'aveva definità fin lì, al suo matrimonio "fortunato", alla vedovanza felice , alla  maternità infelice, alla famiglia funesta, a quell'amore che fino a ieri credeva perduto per sempre e che qualche giorno prima aveva ritrovato, per caso, intatto, ancora inaspettatamente vivo... e di cui non le importava più nulla.
Chissà forse, posando, lasciò che,  nell'anima e in quei giorni, vagasse solo il pensiero di sè come idea, nel tempo.
E chissà dopo, amici mie, dopo,  finito che fu il quadro,  quale destino ancora la legò al ritratto o che sorte la separò da esso, chissà se mantenne ancora questa  malinconia sorridente, piena.
Cosa sa e cosa accadde a questa donna che m'interroga come uno specchio, con  un sorriso che capisco e che mi tormenta?
Questa donna che forse, fra 150 anni, potrei essere io adesso, nel sorriso mansueto di inquietudini andate.

Ditemi, vi prego: chi è costei?

Postato da: farolit a 18:37 | link | commenti (46) |