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Di questa mirabile impresa vorrei narrare:
"Di come il prode Farolit del Municipio "Cavaliere dal Neurone Solitario" insieme all'impavido Greppo-Fortebraccio "Cavaliere della Memoria Smarrita" si distinsero nella singolar mattanza della "Crociata dei Pezzenti", sbaragliamento quizzomane per la Conquista del Sacro Titolo di Principessa SISSIS."
Partiti che furono all'alba, in sella alla fedele Fiestamobìl (fedele eccezionfatta per le salite cui ronzinantemente non tiene il minimo e si spegne sul più bello), Don Farolit del Municipio e Don Gneppo dell'Annunziata, fido compagno d'accademiche avventure, volsero subito verso la Terra di Papardo, cittadella universitaria fortificata, lì sull'altura edificata d'ospedali specializzati, sotterranei labirinti, laboratori scientifici etici etici …. s'incamminarono alla volta dell'Aula Polifunzionale ove insieme ad altri 300 Cavalieri provenienti dalle Terre Unite dallo Stretto Mare, si sarebbero battuti lealmente per la conquista del Regno della SISSIS.
- Io non ci volevo venire! - piagnucolò l'impavido Gneppo ancora stranito dal risveglio vespertino.
- Taci Gneppo, non pencolare! Il nostro nobile destino ci porta ad affrontare questa paurosa avventura e certamente, non si può negare, che ad essa siamo anche condotti dalla dannazione dei nostri peccati. Questa sarà occasione di tali grandezze e imprese d'ingegno che il nostro valore non potrà che trarne buona ventura e incentivo per il nostro coraggio, fatti non fummo a viver come bruti, homines sumus nihil humano alieno a nobis putamus…. Eccetera eccetera .
Dobbiamo compiere imprese che ci rendano finalmente degni dei nostri letterati titoli e rendano altrettanto merito all'altezza del nostro coltissimo lignaggio. Chista è a zita! S'av'a ffari!
Restò grato e soddisfatto della risposta il fido Gneppo, smise il piagnucolio, ripassò mentalmente possibili trappole in cui non cascare (date delle riviste letterarie italiane tra fine ottocento e ventennio) e si assopì per un po' con la testa smarrita al finestrino della placida Fiestamobil che già temeraria affrontava l'erta salita di Papardo, sì faticando assai, eppure mai spegnendosi.
Giunti che furono d'innanzi all'inespugnata Fortezza dell'Aula Polifunzionale quale non fu lo spaventoso spettacolo che gli si aprì davanti: moltitudini infinite di anime trepidanti e spettrali che in folte schiere, brulicando, s 'accalcavano all'ingresso blindato della Fortezza: donzelle pallide e semisvenute con uno stuolo di parenti al seguito per infondere coraggio fidanzati preoccupati, nonne con la gotta, padri pensionati e ancora incongrui laureati di mezza età…mamme con figli poppanti in carrozzina e marito al seguito. Oh lasso! Quella umanità misera e sconfitta anzitempo si preparava all'ennesima mattanza, quella guerra tra poveri era l'ultima possibilità di conquista di un occupazione per il popolo letterato-disoccupato delle due sponde dello Stretto Mare. E tra questi certo non sarebbero mancati gli illustrissimi dottorandi, borsisti, titolati. Eran trecento… aspiranti abilitanti per 30 posti da pagare in comode rate di tempo e di denaro, l'imbuto che tutti inghiottì ne avrebbe salvati solo il 10 per cento. A quella vista, che la Storia (per mano mia che te la narro, lettore) ricorderà come la "Crociata dei pezzenti", il nostro Cavalier di pietade rischiava di venir meno, ma non cadde come-corpo-morto-cade. Meditò piuttosto su quella visione. Quali colombe sciamanti da ogni ombra timore affastellate, le schiere sarebbero state presto separate da quegli affetti e fagocitate dall'orrido mostro d'abisso, il buio ventre della Fortezza stessa; le anime sarebbero state divise ordinatamente in apparenti bolgie alfabetiche a nascondere l'anarchia sovrana, la demoniaca aleatorietà di quel Terribile Regno d'Imperscrutabile Tenebra che solo conduce alla conquista del titolo di Laureto Abilitato.
Don Farolit non vacillò, alzando gli occhi al cielo pensò alle infinite schiere di nobili letterati intelletti prima del suo e alle innumerevoli prove a cui l'umana sussistenza li costrinse, anche il poeta ha 'dda magnà, non c'è sempre un Mecenate a mantenerlo a garantirne la libertà… non c'è quasi mai per il vero poeta che è sempre un poveraccio, per il finto poeta prezzolato il Mecenate c'è sempre, e pensava al duro calle e all'altrui scale e Calati juncu ca passa la china ….
Mentre il Cavaliere dal Neurone Solitario era tutto assorto in queste profonde considerazioni Gneppo Fortebraccio, l'Arguto, con un'opportuna gomitata nelle costole lo spronò ad accorgersi che la Fortezza dopo, la debita estenuante attesa canonica di due ore cui ogni veterano esaminando è aduso, abbassava i ponti levatoi, questi sorvegliati da tre sordidi guardiani a loro volta pilotati da un Cerbero vaccaio-tonante che, con volgarissimo eloquio, dava disposizioni su come direzionare tutto quell'Umano Bestiame d'Impavidi Pezzenti. I tre affluenti umani di aspiranti abilitanti convogliarono finalmente in vociante massa nell'Agone dell'AulaPolifunzionale, un cilindro stretto, alto e senza luce, come il fondo di un pozzo oscuro, come una torre di pena e d'oblio.
Sul palco che sovrastava l'agone altri tre guardiani parascolastici si davano tono di professori dietro una cattedra che mai gli appartenne davvero se non per mimesi. Il più giovane e arrogante parascolastico, armato di microfono da rapper, faceva su e giù per la balaustra, scudisciando verbalmente gli afflitti , continuava l'opera di vile mandriano ma alle necessarie istruzioni e regole della tenzone scudisciava con superflue e ignobili considerazioni personali la miseria di quegli impavidi. "Massù siete tutti dottori (detto con voluta sprezzante ironia di chi dottore non lo è ma ha un ruolo di potere sul dottore), sapete cosa fare, comportaaatevi beeene, non me lo fate ripetere, non copiaaate che poi ve ne pentite"
A quella vista Don Farolit del Municipio s'incendiò, scattò d'un colpo, pronta a scagliarsi su quel loschissimo figuro e, a colpi di ginocchiate nei testicoli, liberare dalla mortificazione di quei commenti perpetui la massa degli eroi pezzenti che si preparavano all'ultima loro grande disfatta.. Per fortuna il fido Don Gneppo dell'Annunziata lo fermò trattenendone il fisico col braccio (da qui il soprannome Fortebraccio) e il pensiero con argomenti arguti: - Bada Farolit che siamo qui per ben altra tenzone, e Cavalieri dell'Intelletto-Errante come noi possono battersi solo cavalieri di pari livello, come ricordò il Quijote, nostro modello al suo scudiero" Questo bastò a trattenere l'impeto dell'azione di Don Farolit, ma non certo lo sdegno che crebbe al perpetrarsi logorroico di quell'affronto. Vennero distribuite munizioni scadenti, penne Bic già usate e mangiucchiate da altri pezzenti di precedenti crociate e finalmente la Busta del Cimento. Grande fu lo stupore del nobile Farolit quando vide che non già il suo degnissimo nome avrebbe dato suggello all'impresa, ma un codice a barre, identico a quello delle merci al supermercato. - Sono forse un detersivo? Un chilo di biscotti? - Ma il tempo breve (un minuto e mezzo per ognuna delle 50 domande) della battaglia cominciò e dato che fu il segnale ancora una volta Gneppo Fortebraccio lo svegliò a gomitate da queste metafisici ragionamenti
Lasciati questi pensieri, imbracciato il foglio, Don Farolit impugnò la penna e il suo Neurone Solitario e con aria nobilissima, spremendo le meningi a più non posso come si addice ad un ingegno operosissimo e ad un intelletto superiore, valutò attentamente le domande ingegnosissime e le risposte multiple di ragguardevole finezza intellettiva e poi, mise la x nell'apposita casella dell'apposita griglia alfanumerica, 1A , 2B, 3, 4C, e così fino a 30. Come una schedina del totocalcio o un grattaevinci ché di questo trattasi quando di dice "prova scritta".
Ma fece grandissima attenzione a non cadere nei mille e più tranelli del perfido Mago Bastardone del Coglionazzo, esperto in trappole fatali di Nozionismo sterile e farraginoso, capace di inganni sordidissimi (come bocciare per una cesura, pentemimera o eftemimera?)che a confronto gli incantesimi del Castello d'Altante o le visioni dell'Isola di Alcina sono amenissimi piaceri.
- Il sapere è anche ammissione di non sapere- si disse Don Farolit e nel cartesiano dubbio non rispose, nel tranello dell'errore non cascò: cos'è l'odonimo? E la data precisa dei trattati di Rastad e Utrecth? E cosa fece Annibale a Sagunto? E cosa scrisse Durneith? E qual è il porto più trafficato del mondo? E cosa teme la Geografia medica? E così via…
Non furon pochi i colpi e le offese gravissime all'intelletto di Don Farolit, ma le prese o le schivò finché poté. E questo lo rese degno di infinite e memorabili lodi. Nell'intervallo della battaglia alcuni come Gneppo l'Arguto raggiunsero le plaghe dei bar per curar le ferite con caffè e sigaretta, molti altri, più saggiamente, si accalcaron nelle radure del bisogno orinario; più di cinquanta ne contò Farolit lì nell'angusto anti-spazio di tre wc ove udì echeggiare tra i reduci crociati colpi di interrogativi mancati e risposte incerte e gemiti ed improperi; in ispecial modo la colpirono quelle di alcuni veterani, già alla terza missione, i quali ammettevano che quest'ultima Crociata si annunciava durissima perché era chiaro, fin da subito, che moltissimi sarebbero stati i caduti e moltissime le perdite ingiuste di valorosissimi e capaci insegnanti che mai avrebbero raggiunto il Regno della Principessa Sissis e quindi l'Impero della Scuola. Ben più di mezzora durò la conquista d'avvicinamento al gabinetto e quando che finalmente Don Farolit, chiusa bugigattolo dalla porta rotta, sanciva sonoramente sua piccola vittoria con la fluida liberazione della vescica… ecco che udì le sguainata voci di cerberi-guardiani-maschi che, giunti fin dentro il gabinetto a continuare l'indegno lavoro parascolastico di Mandriani di Crociati Pezzenti, bussavano alle porte dei bagni intimando violentemente di uscire. Don Farolit del Municipio trattenne lo sdegno e alzò le braghe.
La battaglia riprendeva, simile nella forma al suo inizio più aspra che pria. Un brusio crescente e disperato si alzò da quella moltitudine in tenzone, accadde che molti presi dal panico si aiutarono a fallire. E "Le prose della volgar bimba"? "Il fu Maria Pascal"? E "Laggiù sul lago di Garda"? E quali dolorose scene attendevano ancora il nostro prode! Una cinquantenne scovata coi libri e pubblicamente umiliata dai cerberi parascolastici, gente che sbagliando a scrivere il proprio nome sulla scheda veniva eliminata dalla prova. Madri chiamate ad allattare bambini… gemiti rassegnati di sconfitta, deliri d'ignoranza da spavento. Ma qui mi fermo, lettore. A te basti sapere che Don Farolit del Municipio e Don Gneppo dell'Annunziata si distinsero per dignità e valore nella coraggiosa difesa del loro baluardo intellettivo. Finito che fu il cimento, Don Farolit inferse un ultimo colpo di "maleducato" a un sordido guardiano-necrovoro che insultava quei morti-vivi, ormai corpi d'anima vacanti, a liberare velocemente l'Agone . I nostri eroi uscirono a testa alta dalla Fortezza Polifunzionale sorridendo come dopo l'effetto di una purga. Fuori il sole brillava e il cielo era di azzurro-smalto come nel disegno di un bambino. Don Farolit e Don Gneppo presero questo come buon auspicio e ,a cavallo dello Fiestamobil abbandonarono per sempre la perigliosa Terra di Papardo. Raggiunsero il mare, in quella regione che si chiama Punta Faro. Seduti sulla sponda di manca davanti allo StrettoMare, i due cavalieri guardavano in silenzio l'orizzonte e l'altra sponda.
E quando Don Gneppo ad alta voce pensò - Ed ora che faremo? Dove andremo?
Senza esitare Don Farolit, anch'egli pensando, ad alta voce rispose:
- La terra di Oz, mio fido Gneppo, non ce la leverà nessuno.
Nadie nos puede quitar lo que luchamos
Questo disse e qua s'interrompe il manoscritto del prode Farolit del Municipio.
Spero, caro lettore, che questo parlar figurato, non ti abbia troppo disturbato.
Spero che tu possa aver inteso il Prode Farolit e le sue mirabili gesta alla Crociata dei Pezzenti, giorni di esacrandi quiz (i quiz!!) in cui tanto gli diede coraggio e lo spronò all'inverosimile impresa l'Hidalgo, fratello d'anima e amico immortale, "Cavaliere dalla Triste Figura", già valoroso dei Mulini, egli spiegò al nostro "come" fare ...
- RODARI così ne filastroccò... qui
- Messina gli dedico un piccolo e degnissimo festival
Ecco dunque dove siamo, ancora una volta.
All'ingresso del labirinto. Proprio davanti.
E non parlo di quello mitico che aveva il filo o di quello letterario in cui siamo piacevolmente da sempre, ma del nostro privato labirinto, quello psichico.
Lo sapevo, non è mai una volta per tutte. E' sempre ancora una volta, come se tornasse, come una cambiale, come un rompicapo, come un parente lontano in visita occasionale, come il pensiero della forma del futuro... inevitabile, ci attraversa, s'ha da fare.
E chiede tempo, il tuo prezioso tempo, tempo da perdere in percorsi ciechi che non portano a nulla ( tranne alla consapevolezza che non portano a nulla); e chiede passi, tragitti da percorrere apparentemente simili, ma sulle cui varianti occorre ragionare, rammentare, fare attenzione alla direzione da non ripetere, per non tornare allo stesso punto. Per dare un senso, all'apparente nonsense del labirinto.
Ecco il labirinto, trappola faticosa, ci attorciglia ma siamo noi, a noi ci riporta comunque.
E sarà inevitabile smarrirsi pur avendo il cielo a vegliarci zitto e sornione; sarà inevitabile, ancora una volta, la senzazione di essersi persi... pur sapendo che non esiste un luogo più esatto del labirinto, luogo dalle tante vie, ma dall' unica uscita.
L'uscita ...la ritrovi ritrovandoti. Non parlo di voi, pardon... parlo con me.
_______________
Un labirinto reale fisico (tanto per uscire dal virtuale) che ho attraversato è proprio quello della foto, il labirinto di Villa Barbarigo a ValSanZibio che oltre ad essere il più antico ed esteso oggi esistente è stato concepito quale simbolo dell'incerto cammino di ogni vita umana. Attraversarlo insomma è come un cammino iniziatico in cui all'anima fallace viene offerta la possibilità (faticosa) di incamminarsi verso l'elevazione e la perfettibilità. Insomma almeno di questo labirinto conosco l'uscita: a Oriente amici miei, a Oriente.
Cosa rimane di un viaggio?
Quello che abbiamo saputo incontrare
quello che ha saputo incontrarci
indizi di ciò che siamo e non sapevamo di essere
cosa rimane del viaggio al ritorno?
fango nelle scarpe
paglia sui tappetini della macchina
risvegli ancora straniti
bagagli di cose mescolate che ci hanno rivelato un altro senso
pizzitti di carta di numeri ora conosciuti
biglietti obliterati
mappe e piantine finalmente segnate dall'uso
cosa rimane del viaggio:
il camminare sulle orme del compagno che ci precede
la svagarsi infinito e indefinito nel ronco
nella trazzera, nella valle rocciosa, nel declivio di frutteti,
nel percorso sconosciuto e camminato fino al suo limitare,
nei gesti che il viaggio costruisce e conserva
come una famiglia necessaria,
io penso all'acqua
tu guidi
fino alla fine della terra.
la cadenza del tempo segnata da cielo che rischiara o imbrunisce
imponendo direzioni al vagare
alla curiosità e alla stanchezza
al limite e alla libertà
e a tutte le cose che non ho detto.
Cosa rimane del viaggio?
Questo mettersi in cammino davvero.