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Questa lunga lista di dolciumi a saperla leggere dice molte cose.
Quasi commuove. Elenca momenti che vanno dallo stato di necessità in cui un cannolo ha sostituito la cena a quelli di convivio familiare, domenicale, natalizio e pasquale; dice del raptus di "bisogno d'affetto" prontamente placato ma anche palesa l'ostentazione tronfia avuta con l'ospite di Bergamo che non aveva ancora mai assaggiato i dolci siciliani.
Parla delle cenette improvvisate con gli amici, ma anche delle disquisizioni di alta filologia dolciaria per la serie "ora ti dimostro che la cassata di D. è superiore a quella di S."
Molte, troppe, sarebbero le cose che potrei dire a riguardo.
Una però appare lquasi lapalissiana: nella mia famiglia c'è il culto dei dolci.
E la Pasticceria è un luogo del rimedio.
Non esagero. Da più di 35 anni "la" Pasticceria sotto casa ci onora di un conto aperto, aperto da mio nonno buonanima, come una specie d'investimento. Nessuno dei sei figli del nonno, matrema compresa, si è mai potuto (o voluto) sottrarre alla celebrazione di questo culto.
La Domenica, ad esempio, nonostante il lautissimo pranzo condiviso, gli zii in questione fanno a gara per offrirsi reciprocamente possibilità di scelta dolciaria; ognuno porta il suo dolce prescelto della settimana: così Pasticcini mignon di X fanno gara con Profiterol di Y, il Babbà di Z sfida la Mattonella di W ecc ... ecc…
Addirittura, dirovvi, il solenne rituale dei dolci, nella mia famiglia, prevede molte cose e tra queste: un'estetica nella procedura di taglio (mia sorella ad esempio pretende che il Piemontese si tagli verticalmente), un'etica nella sequenza di degustazione (specialità dello zio junco, prima assaggio la torta al limone poi, semmai, la cassata), un inattaccabile fondamentalismo di genere per la serie "ma quale ricotta! se non c'è cioccolata, non ci sono dolci " (di Bambi, l'altra zia che per sicurezza porta sempre un dolce al cioccolato), un laicismo ecumenico e pangenetico "ogni dolce è buono in qualsiasi ordine e momento" (della mitica mamma Clarenza), uno stoicismo d'allergia alimentare elitariamente ricompensato da "dolci fatti esclusivamente per me" (della zia uccellino-canterino...), per non parlare della fenomenicità dell'attimo dolciario che va colto lontano dai pasti (della sottoscritta farolit ... unica incompresa sostenitrice di questa illuminata tesi)
Per non parlare delle dotte dissertazioni sulla gianduia tra sorema laRubiconda e zia Bambi, entrambe cioccolatodipendenti gravi, le quali potrebbero andare avanti per ore commentando la freschezza di un dolce, la sua stagione ideale ... e persino l'umore del pasticcere.
I dolci a casa mia sono una cosa seria. Non devono mancare in casa, più o meno come l'aspirina o il pane.
Ed io, che certo non sono una che ama particolarmente i dolci, io stessa li considero ormai "un bene di prima necessità".
La mia vecchia ipocondria ha infatti da tempo saggiamente (e felicemente) sostituito la Farmacia con la Pasticceria.
Inutile dire che ho provato a scrivere un Ode al mio dolciume prediletto, impresa vana: ho presto scoperto che trattasi di cosa ineffabile " che dà per bocca una dolcezza al core, che ’ntender no la può chi no la prova" (aria sulla quarta corda...)
Basterà dire che ho imparato a trovare scampo e rifugio momentaneo nel rassicurante luogo della pasticceria sotto casa, piccolo porto accogliente dove, almeno per qualche attimo, puoi metterti al riparo dal mal tempo dell'umore, da quello dei giorni e da qualsiasi tempesta.
Ecco sì: sono grata ai dolci di esistere, quintessenza dell'inessenziale eppure... eppure indispensabili.
Conosci già la domanda, degustatore dei miei posts:
cosa d'inessenziale è indispensabile ai tuoi giorni?
Tango nel pomeriggio.
Entrando nell'età adulta s'imparano tante cose e quasi tutte sono cose da "non fare".
Tipo: cantare a teatro insieme al tenore, fare le capriole a mare senza costume o la linguaccia a chi ci sta insopportabilmente antipatico, tutte cose che all'adulto personaggio della nostra storia risultava incomprensibile non poter "più" fare.
Non che proprio non sapesse "non fare" quelle cose, riusciva piuttosto adottarne una simulazione blanda quando, stretta dalle circostanze, doveva rendere credibile il suo travestimento da adulto. Eppure sotto sotto... sotto questa donna rimaneva infantilmente selvatica e giù rimproveri "non sei più una bambina" soprattutto dai parenti preoccupati di questo suo non saper stare socialmente comme il faut, di questa genuina insofferenza alla recita delle convenienze sociali. Come poteva dunque stare al mondo? Simulava. Simulava le cose da "non fare" e per queste aveva come un timer dai tempi corti e lento ad attivarsi; se i tempi duravano più del dovuto o l'occasione la coglieva di sorpresa ecco la fanciullina selvatica apparire come un ultracorpo nel corpo di un adulto con tutti i suoi imbarazzanti effetti. Un amico attore una volta glielo disse, trovava quasi scandaloso quel modo impudico della sua faccia di tradire i commenti più intimi, tutti moti dell'anima... non si fa... ad una certa età … non si fa, su!
Ma che male c'è? Che male fa? Chi disturba? Si chiedeva la selvatica fanciullina seduta, ferma e in silenzio nelle poltrona di un teatro, costretta ad ascoltare una musica bella e irresistibile, senza muoversi, senza fiatare, come fosse una commemorazione funebre, una lezione-concerto, una coercizione all'inerzia che le dava il tormento; il tango al pomeriggio poi era una prelibatezza sopraffina per pochi pochissimi intenditori, un'occasione rara che non poteva essere sprecata così, solo con le parole. Meditava che i teatri seri dovrebbero avere spazi appositi per chi vuol cantare e ballare ascoltando Mozart. Chi ha stabilito la passività vegetale dello spettatore, forse una supposta veneranda età? L'esperto commentatore da radio intanto spiegava con perizia filologica "le influenze della musica africana nel tango" e faceva ascoltare una serie di musiche irresistibilmente ritmate... Troilo, Salgan, Piazzolla, Rovira... Pugliese! San Pugliese! ...dissertando sulla necessità inevitabile di una forte partecipazione del corpo per suonatori di tango, insisteva sul primato dell'oggetto fisico del corpo del compositore-musicista, il corpo crea la musica del tango, quella musica non vuole spartito teorico ma partecipazione fisica del momento: Per questo ella si tormentava nella poltroncina di velluto rosso del teatro sotto il colpi micidiali di Gallo Ciego e de la Cachila, della Yumba, o del Esquinazo alle sei del pomeriggio. Fuori dal suo rito notturno il tango esplodeva come una provocazione del corpo, come un solletico, un attacco di starnuti allergici, un prurito selvaggio d'orticaria, di ridarella incontenibile, fino a crampi del mal di pancia.
No. Non si può ascoltare la Yumba, alle sei del pomeriggio, stando seduti, limitandosi a tamburellare con le dita sul ginocchio tatan tan tàn,… e poi col piede tatan tan tàn,…, e misurare gli scatti ritmici con la testa e cambiare lato di fianco e di natica alla postura. E' contro ogni natura tanguera… e umana. Ebbe conferma di questo suo pensiero accorgendosi di non esser la sola a subire quell'ingiusta tortura. Altri ballerini schiaffeggiati dalla Yumba pativano lo stesso supplizio seduti ad ascoltare. Compreso il suo compagno di sedia che si agitava martire e stoico più un San Lorenzo alla graticola.
Ora, se questo fosse un racconto totalmente inventato, arrivati a questo punto i personaggi avrebbero saputo bene cosa fare: alla prima battuta della Yumba, sarebbe seguita un'occhiata, anzi una mirada d'intesa, el hombre y la mujer, senza dire nulla, si sarebbero avviati nel foyer del teatro e, sotto gli occhi meravigliati delle maschere, avrebbero milongueato rispondendo finalmente comme il faut alla provocazione del tango, del tango al pomeriggio.
Se invece questo fosse un racconto parzialmente accaduto l'uomo e la ragazza, insieme a tutti gli altri ballerini in età adulta, avrebbero resistito - a fatica - fino alla fine della conferenza e intanto si sarebbe fatta sera e la musica provocatoria si sarebbe dileguata insieme le parole del conferenziere.
E forse proprio per questa ragione di occasione mancata e frustrata… forse l'ultracorpo della fanciullina selvatica, con aria di sfida compadrita sarebbe andato dal conferenziere a chiedergli quasi minaccioso: "Il tango ha che fare col corpo lo sa? Lei balla?" e avrebbe aggiunto con l'espressione del viso il dispettoso commento "Lei che si contenta di essere una voce…". E probabilmente lui intimidito, abbassando gli occhi con aria colpevole, le avrebbe risposto "No, ancora no... Ma intendo farlo quando torno nella mia città".
E certamente a questo punto la fanciullina selvatica, soddisfatta, finito il dispetto, gli avrebbe sorriso con invito al gioco dicendo "Allora vorrà dire che la prossima volta mi parlerà del tango col corpo".
E forse lui l'avrebbe guardata allibito e stordito, perché queste cose mica si fanno una volta entrati nell'età adulta.
Chissà, lettore, se tu sei entrato nell'età adulta tanto bene da riuscire a saper "non fare" le tante cose che non si devono fare, che non sta bene che un adulto faccia... chissà.
Chissà se invece, anche per te, esiste qualcosa che ti fa tracimare, che libera l'istinto naturale e fanciullo di essere proprio come senti di essere... chissà.
LAMENTO.
Lungo lamento.
Io che non mi lamento mai e sempre ringrazio, oggi apro le porte alla grazia terapeutica del lamento, infischiandomene di chi mi dirà che "lamentarsi non serve"...
E invece serve... serve.
Ma non vorrei che il mio fosse un lamento cosmico.
Non servirebbe in questi paludosi tempi, dove le sabbie mobili del presente sembrano aver fermato il Tempo quasi fosse un disco rotto che, da anni anni e anni ripete ripete ripete ripete ripete ripete ripete ripete a tutti la stessa falsa canzone di tristezza
"nessuno è felice, nessuno è felice,
guarda il mondo, guarda il mondo e lo sprofondo,
nessuno è felice, non c'è speranza, non c'è salvezza"
ripete ripete ripete ripete ripete ripete ripete ripete ripete ...
lo ripete incessantemente ai nostri giorni che si somigliano da anni anni e anni nel sentire,
nel vedere attraverso la lente deformante della T.V. e quasi quasi ci convince a confonderla coi "nostri" occhi.
Insomma in questi tempi di sabbie mobili a me un lamento cosmico non serve, non sortisce effetto alcuno, meglio avere un obbiettivo preciso (forse fittizio) ma qualcosa, qualcuno di cui lamentarsi.
Ecco, io oggi mi lamento dei padri. A cominciare dal mio s'intende.
Oggi mi lamento di tutto ciò che è padre e che latita bellamente da un tempo indefinito, rintanato da generazioni sotto alibi d'incomprensione e giovani gonnelle.
Mi lamento dei testamenti fasulli, dell'eredità di debiti, delle false lezioni, delle abiure ostentate, delle mancanze impunite, degli alberi che nessuno ha piantato e che nessuno insegna più a piantare, del gesto che non posso imitare perchè non l'ho mai visto, dell'esempio che non mi hai dato.
Mi lamento dell'abdicazione programmata al ruolo di natura, al vostro "non voler essere padri" che ci ha reso TUTTI FIGLI, tutti ancora figli, figli per sempre, figli di madri giganti olimpiche, figli piccoli che non sanno trarsi di impaccio.
Dove siete, padri? Dove siete?! Alla macchia alla macchia e senza risposte.
Perché il dramma è questo: fingete di non essere padri, fingete che non vi riguardi quest'assenza di futuro, fingete che non siamo vostri figli quando ci chiamate inetti.
E vi piacerebbe tanto convincere il presente che "nessuno ha responsabilità di niente" perché la responsabilità non esiste, come non esistono le regole, il bene e il male.
Sono stanca di voi Padri genetici, padri di questo tempo senza vergogna, e non chiedete nemmeno scusa per l'assenza strategica ed egoista, per la vostra stolta competizione edipica.
Mi lamento dunque della debolezza morale, vi guardo e so che non vi chiederò più nulla.
Pianterò alberi anche per voi, mi costringerò all'etica della resistenza, nonostante tutto, nonostante la vostra resa incondizionata.
Sarò padre anche per voi. Riscatterò la nemesi che ci travolge entrambi.
E soprattutto, credo, pregherò.
Fine del lamento.
Aaah... ora mi sento meglio.
Lo so questo lamento somiglia ad uno sfogo, quasi a un'invettiva.
Ma ha importanza?
Tu che passi e ascolti, se hai voglia, puoi fare altrettanto:
lascia qui il tuo lamento
cosmico o privato, del momento o della vita,
effimero o esistenziale... davvero non importa.
N.B. O voi che passate, non necessariamente chiedo lamenti alla pieghe più intime del vostro animo, non fatevi condizionare dal mio lamento.
Va bene tutto: anche un tacco rotto, un'unghia spezzata, un malditesta improvviso, il parrucchiere che ha sbagliato il taglio, son finiti i biscotti della colazione, gli elettrodomestici si rompono tutti insieme, la mia più cara amica (senza coraggio) si ostina ad amare un'inutile arrogante panzone egoista e lo sa, chi vive in centro in città la notte non può più dormire, com'è che al posto giusto ci sono sempre le persone sbagliate, gli incompetenti, e com'è che le persone giuste stanno al posto sbagliato? "piove governo ladro", "non ci sono più le mezze stagioni"... ètici ètici...
Coraggio, coraggio!
Rispetto il pudore degli intimi lamenti e non ve ne chiedo.
Ho voglia, per questa volta, di un coro di lamenti d'ogni tipo... o davvero (fortunati!) non avete nulla di cui lamentarvi?
lamento allegro AHIAHIAHIAIII Cielito lindo
lamento malinconico tango Evora
Le cose mi chiamano con una certa insistenza.
E spesso pretendono che io mi distolga dalle occupazioni del giorno, quelle fondamentali al trascinamento dell'indispensabile carretta da mandare avanti; sì insomma cose utili, produttive di senso e di guadagno comunemente (formicamente) inteso.
Eppure ci sono cose che mi danno il tormento.
Voi direte: "Te le immagini. Sono tutte nei tuoi oziosissimi occhi di Cicala sfaccendata, non aspetti altro per distoglierti dal tempo laborioso." Me lo sono detto anch'io…
E invece no. Non è così. Le cose mi chiamano, fanno trucchi e magie con immagini sorprendenti per ottenere la mia attenzione.
Ne ho le prove. Qui. Guardate, guardate onestamente, se sono io a inventarle queste immagini o se sono loro, già pronte, a chiamarmi, a pretendere il mio ascolto prima di svanire
Parlo del nuvolo rosato che mi fa capolino, mentre sul divano riguardo il libro dei quiz della Principessa Sissis;


appare e scompare nel giro di sette minuti, come a ricordare "Ehi il pomeriggio sarà pure grigio, l'equinozio autunnale ha già detto lo sua, ma ci sono anch'io rapido, fulgido, splendente... solo che tu voglia accorgetene..."
Direte "Bhè è solo una nuvola che passa davanti a una finestra". (Magritte però non lo direbbe) E avrei potuto pensarlo anch'io se non fosse che mentre di buon mattino rassetto la stanza, ramazzo a terra, faccio il letto ecco che … la finestra si trasforma in uno quadro-specchio che riflette qualcosa che poi svanisce … guardate, guardate:



non è un fotomontaggio, è la realtà che si diverte a ricomporsi a reinventarsi virtuosisticamente come se davvero ci fosse qualcuno di talento a comporla.
E' così. E' così! Non è una coincidenza. Non sono solo nuvole.
Guardate ancora là dove il giorno prima c'era il nuvolo... il giorno dopo appare un veliero fantasma bianco-bianco su uno sfondo denso di temporale tra i palazzi della città, se ne va a zonzo come una visione, bel bello.
Eppure lo "vedo", c'è. Queste visioni della realtà non appartengono solo alle cose di fuori.
Accade di notte infatti, mentre completo il mio abituale messaggino di per un amica lontana lontana ma vicina vicina, ecco che la coda dell'occhio capta questo: "un quadro appoggiato ad un muro" direte voi... "con un vaso di fiori davanti"… sì ma nel quadro c'è un gioco assolutamente virtuosistico di vero e falso (sintesi di un'estetica grafico-pittorica tanto paterna quanto materna) voluto dalle ombre.



Le ombre m'invitano al gioco di realtà finzione e forse ridono di me.
Perchè più il flash della ragione fa luce a comprendere, meno si afferra l'immagine, il gioco svanisce.
Davanti al quadro c'è un vaso blu con dei fiori, l'ombra del vaso e i fiori veri entrano nel quadro e si mescolano ai fiori dipinti.
L'ombra dei fiori entra nel quadro, ne fa parte, esce dal quadro, va sul muro e fa un altro quadro.
Se io avessi dovuto "inventare" tutto questo non ci sarei riuscita. Ne sono convinta ormai.
Le cose vengono a dirmi che "niente è mai come appare", come ci fosse un linguaggio segreto, ulteriore, come se io potessi capirlo.
Ditemi ora: sono io? Sono pazza o sono le cose a parlare? A svelare un altro magico senso.
Perdo tempo - qualcuno sicuramente lo penserà - perdo il mio tempo ascoltando queste cose, cose evanescenti che mi chiamano...
eppure, davvero, il tempo mi par di guadagnarlo.