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Lumini accesi nel buio... fiammelle vive nella notte... scintille di anima e pensiero...

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sabato, 26 novembre 2005

La vita è anche fatta di cose non accadute, quelle che avrebbero potuto accadere e non accaddero. Quelle che stavano per essere e poi non furono. Tipo "le rose che non colsi" o che non mi colsero.

Penso ai baci d'amore non dati.
La vita ne è piena. Sono grappoli succosi d'uva lasciati a penzolare da un pergolato nella penombra indorata da un sole settembrino ... devi solo tendere la mano, eppure non lo fai, accarezzi il grappolo ma non lo cogli, lo lasci lì a penzolare splendente nel tuo ricordo. E  forse, solo il ricordo  può conoscerne la bellezza, la bellezza del non accaduto.
I baci mancati, quelli che stavano per accadere e che un'esitazione fatale ha sospeso per sempre, sono esistiti, a modo loro. Perché a volte esitare nelle cose d'amore è un piacere sottile, un massaggio erotizzante di anima e corpo che non svanisce, contrariamente a quanto si crede, perdura... Ognuno di noi ha in serbo l'immagine di quella superba occasione da mancare, "una scena d'amore e di esitazione stupenda",   e forse avvenne nel sedile di una macchina nella circostanza di un passaggio imprevisto  e di una solitudine inaspettata sulla via del ritorno, o forse ci sarà dietro alle nostre spalle un portone di casa  e sopra il portone la notte oppure la pioggia, o forse sarà stato nel tramonto dell'ultimo giorno di vacanza o di lavoro… quasi certamente nell'occasione di un congedo, como si fuera esta noche la ultima vez  un ultimo incontro possibile voluto dalle circostanze o dalle  coincidenze, non importa… perché comunque sempre accade che il tempo diventa liquido, e si scivola in una quinta dimensione, in una bolla di sospensione magnifica... "accadrà o non accadrà... siamo così vicini..."  e le parole cambiano suono, e i silenzi diventano densissimi, l'intimità negli occhi si fa tersa, il bacio sta  per accadere,  vibra nell'aria come un elettricità quasi insopportabile ....
He-si-tàtion... tutto il non detto è lì, non attende più  di essere capito, in un attimo si ha la certezza che  tutto può cambiare, il bacio si offre come grappolo da cogliere... 
He-si-tàtion...
il tempo sospeso nell'imminenza, potremmo interrompere l'attesa, varcare il limite, precipitare nel finale prevedibile, nel gorgo di catarsi e apoteosi, potremmo "morirla" nell'accaduto.
Oppure… oppure potremmo sospenderlo per sempre, scendere dalla macchina, aprire il portone, rinunciare, sapendo che  tutto accadde … anche senza compiersi, il bacio ci fu... anche se nessuno lo diede. Immagino che, tra voi, i collezionisti di baci mancati  mi comprenderanno meglio dei puntuali raccoglitori di baci.
Credo che l'età cambi la prospettiva delle cose.
Io stessa un tempo - non riuscivo a guardarmi da fuori, come adesso -  non capivo la bellezza dei baci mancati, mi esasperavano, sintomo della mia timidezza inetta o di quella del corteggiatore.
Oggi so che, a volte (non sempre), l' ultimo bacio mancato può essere più bello dell'ultimo bacio dato… così, ogni tanto, lo lascio penzolare luminoso nel ricordo  e sorrido… "un palombaro nell'ombra, hesitation…in love…"

Postato da: farolit a 21:42 | link | commenti (44) |

giovedì, 17 novembre 2005

Una storia non inizia e non finisce.
Una storia “si” racconta, sempre. Da sempre.
Sentite questa.

"... I bambinacci che si erano ritrovati sotto la quercia di Passostorto erano Zanni il Roscio, un lenticchioso attaccabrighe facile alla rissa; il suo compagno di banco Pino, un piccoletto col muso da topo e dalla linguetta velenosa, detto Pipino non solo per via delle gambette corte; ultimo Giufà, un energumeno di pelle scura, capelli fitti fitti neri di carbone, un unico sopracciglio pelosissimo a coronare l'orizzonte della fronte, gli occhietti lucidi come due livuzze: era l'extracomunitario terrone, non parlava quasi mai perché tanto nessuno lo capiva, si limitava a fare " 'nzztth' " (sollevando il mento) per dire "no" ed ad abbassare la testa per dire "si". 
I compagni lo chiamavano Nullo.
Aveva un'espressione assente, la bocca sempre aperta, ma capiva sempre quello che c'era da capire.
Quel giorno avevano "bigiato" (direbbero i lettori del Nord) o "sparato" (direbbero il lettori del Sud) o marinato (direbbero i lettori d’altri tempi) ed si erano subito scapicollati  sotto la quercia di Passostorto perché lì – così gli avevano detto Tanfo e Raspo della Quintaccì... spioni giuda di natura che gli piace di dire i segreti de li altri ancora di più che giocare - lì c'era di sicuro
il nascondiglio delle fionde dei bullacci dell' Altro Ronco.
Scavarono, scavarono… il Zanni e Pipino... fino a mezzodì.
Scavarono e non trovarono nulla. Solo Giufà, solito lavativo, se ne stava sdraiato a suonare fili d'erba, a guardare le nuvole galoppare veloci sulla sua testa in forma di onde spumosissime e cavalloni giganti...  come quando c'è la mareggiata alla Punta, "minchia che bella nuotata mi farei!" pensava e mentre pensava … -SPLAT!- sentì arrivare qualcosa sulla testa, non era la spuma del mare.
 "Porc..! Mannaia a ...." esclamò pensando che fosse la cacca di qualche uccellaccio.
Ma cacca non era, era uno sputo. Sollevò lo sguardo e l'unico sopracciglio e - SPLAT! - gli arrivò un altro sputo proprio nell'occhio. "Buttana di tua...." sentenziò pronto alla carneficina.
Cercò di salire tra i rami ma non vide nulla, tranne un grillo che saggiamente zompò via.
"Ooo biiischeeeroooo!" gli sembro di sentire e l'occhio gli cadde a terra su tre pezzi di legno molto strani  diversi tra loro per  foggia e misura. Giufà si avvicinò guardingo e vide che sembravano pezzi di burattino: un braccio, una gamba e il torso con un braccio ed una gamba, mancava la testa. 
Gli altri  due  interruppero subito l'inutile ricerca delle fionde.
"Oè grullo d'un Nullo! O che tu c'hai lì" fece il Roscio
Giufà mostrò la sua scoperta.
"Questi li piglio io!" disse il Zanni afferrando cùpido i legni.
"
 Eee 'nnò!" intervenne Pipino "Questi non sono miha tua, sono del Ggiuffà! L'è vero Ggiuffà?"
Giufà capì e disse no, cioè disse " 'nzzth. "
"Ovvia ho capito, la vuo ddì che ce li giochiamo!" ribadì Pipino.
Il Roscio acconsentì, giocarono a forbice carta e pietra, se li divisero.
Il Roscio - che era bravo a quel gioco - vinse il pezzo più grosso e interessante: il torso con un braccio ed una gamba dal quale subito ricevette un inspiegabile calcio nell'occhio.
Pipino vinse il braccio,  a Giufà toccò l’altra gamba. Cercarono la testa per un po’ e intanto  gli sembrava di sentire delle risatine miste a sfottò venire proprio dalla quercia sputacchiante.
 "O bischerissiiimiiii!! Ma dov'è che cell'avete li  occhi, sotto i piedi? ah! ah! ah! "
Il Roscio si beccò uno sputo che lo rese furioso, strappo rami e tirò calci all’albero che continuava a ridere e a sfotterlo. Poi, rassegnati e affamati, decisero che era meglio tornare alle case, ognuno col suo pezzo di legno. Cammina cammina, che si era fatta sera e  la fame si faceva sentire, di lontano videro una signora, alta-alta, assa' bbona e assai strana;
se ne stava sul  ciglio della strada seduta su una sedia, l'aveva ... tipo una parrucca azzurra,  stava seduta su una sedia e imburrava panini sopra e sotto, metteva l'acquolina... ma c’aveva un sorriso che non dava punto affidamento, come se aspettasse al varco qualche su' fiòlo che sicuramente doveva averla fatta grossa… "

CONTINUA ...
(forse, se qualcuno la vo' fa' continuare...)

 

 

 

 
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Postato da: farolit a 17:52 | link | commenti (47) |