Oz

Lumini accesi nel buio... fiammelle vive nella notte... scintille di anima e pensiero...

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mercoledì, 29 marzo 2006

Il tempo. Il sentimento del  Tempo ci segue, ci determina, nostro malgrado.
Persino il sentimento del Tempo meterologico. Pensiamo alle tipiche  Paturnie di Primavera di questi giorni ad esempio… paturnie di fastidio e inquietudine, pullulano ovunque (persino nei blog) e in chiunque, dove mi giro giro ne vengo avvolta peggio che in nugoli di pollini portati da vento… Ogni anno lo stesso riff!
 Più o meno come le  Paturnie Autunnali; avete presente quelle tipiche paturnie da bilanci e depressioni prenatalizie? 
Ed io che sono una Metereopatica Accademica definisco queste paturnie Paturnie di mezzotempo, tipiche delle stagioni di trapasso e di assestamento…  come vengono se ne vanno, ma sono  pesanti da sopportare soprattutto per chi non ha, come me, il dono terapeutico del letargo da mezzotempo.

Ma aldilà  dalla meteorologia (anche se trovo psicologicamente molto istruttive le “previsioni del tempo”, le consiglio a tutti, aiutano a relativizzare – bon tempu e malu tempu nun dura sempri un tempu! - ad attrezzarsi a ciò che accadrà, ciò che saremo) da cosa dipende il sentimento del tempo?
Da cosa deriva il modo in cui percepiamo gli accadimenti, le esperienze, noi stessi ... nel trascorrere dei giorni?
Credo che dipenda dall’età interiore di ognuno di noi.
Certo alcuni corrispondono anche interiormente alla loro età anagrafica, sono quelle persone  in cui l’età interiore varia e cresce al variare e crescere dell’età cronologica. Ma non per tutti è così. Anzi, io credo che ognuno di noi si affezioni ad un età, quella che più si adatta alle necessità assolute della sua anima, e soprattutto per alcuni aspetti particoalri di essa; c’è infatti chi si affeziona all’infanzia per potersi stupire sempre, c’è chi vuole restare nella via di mezzo dell’adolescenza, libera e tormentosa; c’è chi raggiunge presto la mezza età per sentirsi in pace con il modo; pochi, come me, s’affezionano all’anzianità, età di grandissima pace ed equilibrio, lago quieto dove tutte le tempeste son già passate.
Orbene quando qualcuno mi chiede l’età spesso rispondo: quale?
All’anagrafe di anni ne avrei 35, ma dentro, la mia età interiore, quella vera, è 82.
Solitamente questa mia risposta non viene quasi mai presa sul serio. Gli interlocutori più perspicaci pensano che sia un mio vezzo ironico, i più  rimangono addirittura infastiditi se non impauriti, i più sciocchi mi compatiscono. Eppure io sono seriamente convinta che l’età interiore di ognuno di noi, sia più autentica di quella anagrafica, perchè è quella in cui ci sentiamo più a nostro agio.
Per me poi - bando alle iprocrisie!- è quasi una fortuna avere 82 anni (non scherzo! Sono serissima) dentro di me:  infatti virtualmente… nei miei 82 anni interiori posso dire di  ho viste tante, ne ho attraversate tante, non mi abbatto nella disgrazia, non devo dimostrare più nulla al mai contemporaneità, alla mia generazione e  alle altre,  non devo dare un nome al mio posto nel mondo, nè risposte al  mio corpo alla sua mutevole biologia, non devo faticare per guadagnare, per essere, per capire dalle esperienze, sono saggia in senso classico, godo della cura di miei affetti, non temo la morte dei miei cari, nessuno pretenderebbe da me sforzi di resistenza, prove di forza emotiva, fisica, esistenziale, sentimentale, niente performance, niente prestazioni a tempo indeterminato,  c’è un assoluto rispetto e comprensione per la mia fragilità, per la mia veneranda lentezza, per questo leggero distacco dalle passioni contingenti, si apprezza anche la mia concentrazione sulle cose dell’anima prima che del corpo, l'attidudine all'ascolto e...  finalmente…  finalmente… posso godermi la pensione, la natura, i nipotini, la scrittura, la lettura, il pensiero dell’aldilà… anima e corpo sono quieti.
Certo non nego che avere 82 anni dentro e dimostrarne 35 al mondo non crei delle forti contraddizioni, soprattutto per il resto del mondo il quale, giustamente, pretende che io corrisponda fedelmente (onori e oneri) ai miei 35; in virtù di questi 35 anni anagrafici io sarò sempre fuori tempo, fuori corso, fuori target, fuori misura, fuori tutto fuori dal mondo. Eppure... eppure nessuno immagina che dall’alto delle mie 82 ere , io sono sempre  nel Tempo, nel suo Corso, dentro le cose, dentro tutte le cose accadibili segretamente compiaciuta dei miei 82 anni;  fosse il contrario… sarebbe tutto più difficile.
Invecchiare (bene) è un privilegio (lo pesai per la prima volta a 6 anni - provandomi il rossetto di mamma e vedendomi allo specchio incongrua e ridicola, dovevo aspettare ancora tanto per corrispondermi, per non dipendere dal tempo dell'età- continuo a pensarlo), perché per me l’età matura non è decadenza ma compimento.
Di recente ho parlato col mio corpo (e la sua storica pigrizia) e mi ha detto che è d’accordo, ma ha precisato che raggiungerà il sentimento temporale dell’anima,  lentamente,  senza fretta, secondo natura;  anima e corpo in me sono finalmente d’accordo nel seguire il corso naturale degli eventi, senza forzarli. Si son detti: in fondo è un vantaggio avere 82 anni nell’anima e 35 nel corpo, godiamocelo questo vantaggio.

Questo è il mio sentimento del tempo,
giovane o vecchio commentatore che passi da qui, e il tuo qual è?
Qual è la tua età interiore?

sixteentons di anni...

Postato da: farolit a 16:06 | link | commenti (62) |

martedì, 21 marzo 2006

 

 

"dormono le grandi cime dei monti
e i dirupi e le balze
e muti letti dei torrenti
dormono quanti strisciano animali
sopra la terra nera
 e le fiere montane e le famiglie delle api
dormono i mostri giù nel fondo
del buio ceruleo mare
dormono gli uccelli
dalle lunghe ali distese..." 
                                                 (Alcmane)

"O sonno che chiudi talvolta le palpebre all'angoscia
portami un attimo fuori da tutto
anche da me stessa."  
                                               (Shakespeare)

_________________________________

Avrei voluto scrivere il padre di tutti i miei (oziosissimi) post: UN POST SUL SONNO, fratello sonno!
Sarebbe stato un post lungo, bello, nobile, esaltante, primaverile, esistenziale, lirico, infantile, storico, fatato, familiare... così almeno l'ho pensato  per giorni... ma, pensandolo pensandolo, il Sonno arrivò, mi trovò e mi colse.
O Sonno diletto, consolazione degli dei, pace alle creature in terra, vita stessa delle anime sognanti!
Avrei voluto dirne a lungo del sonno a coloro che lo conosco bene e che tanto lo onorano e lo ringaziano, balsamo dei nostri faticosi giorni!
Avrei voluto parlarne anche ai poveretti che ancora lo disdegnano come tempo sprecato, sottratto alla vita... figuriamoci!
Sonno! Sonno! che mi porti fuori da tutto, sonno che in un attimo, segretamete, mi porti a me stessa.

Somnum omnia vincit et nos cedamus somni...

but now you stay awake

Postato da: farolit a 21:27 | link | commenti (42) |

martedì, 14 marzo 2006

Se un pomeriggio di Marzo una Cicala…
s’incapriccia a tirar fuori una storia che non è solo una storia, è un vizio… Il vizio di questa Cicala - alcuni qui lo sanno bene - è quello di continuare storie altrui, deviarle dal loro corso naturale, dal finale previsto, a ribadire (come se ce ne fosse bisogno!) “guarda che in questa storia c’è un’altra storia… vedi?”

“…Si buttavano sulla spiaggia, uno sull’altro, pesci di ogni foggia e misura uscivano dall’acqua con un balzo, oramai avevano formato vere e proprie  dune, enormi colline di carne argentata che rilucevano nella notte pescatori si aggiravano tra le montagne di pesci come formiche impazzite, armati di carriole e di secchi cercavano di portarne via quanto più potevano.
Il piccolo tritone manovrava rabbiosamente una selva di cordame  che si era fatto passare attorno alla vita, tutti i muscoli erano tesi, lo  sforzo immenso. Era furibondo e aveva deciso di prosciugare il mare, ne voleva fare una pozza per vendetta ; la più bella ninfa marina che
avesse mai conosciuto lo aveva lasciato per un ballerino di tango. Lui le avrebbe offerto in dono il mare intero ma lei aveva preferito una milonga di periferia.”
 

quién hubiera dicho…

"... Era sera  e se ne stava appoggiata al suo solito balconcino di coralli, dondolandosi pigramente nel lento flusso di una corrente del Sud.
Osservava, incuriosita, la sua pinna rilucere nel battere il tempo, tàn-ta-ta-ta-tàn.
Da mesi ormai, tutte le notti, Ligea andava con sua cugina a spiare i ballerini nel Golfo. Laggiù, nella Baia Blanca, c’era una milonga sul mare ed ella, anche quella notte, si preparava a sgusciare silenziosa  verso la malia di quel suono tàn-ta-ta-ta-tàn
Era convinta, contrariamente alla cugina, che non servissero necessariamente gambe umane  per capire quella musica, le pinne andavano più che bene,  anzi benissimo.
Bastava solo accorgersene... tàn-ta-ta-ta-tàn … cominciare a provarci ...  tàn-ta-ta-ta-tàn … non era difficile… così… tàn-ta-ta-ta-tàn.
Ma intanto  mentre, ella, alle prese con un’azzurra milonga, provava una nuova pinnesca variante con la sua bella coda...  d’un tratto... ecco che  la corrente si fece terribile e Ligea si sentì tutta risucchiare in un gorgo onnipossente.
Subito credette che fosse una qualche ira del padre Poseidone o della zia Cariddi e si lasciò trascinare senza opporre resistenza e senza troppa paura.
In men che non si dica, invece,  si ritrovò nel bel mezzo di una spiaggia, proprio sul cocuzzolo di un’argentea palpitante montagna di pesci, circondata da un gran frastuono di voci umane.
Fu lì che lo vide, bello, alla luce della luna; bello, nello splendore della sua furia; bello, con in ricci sconvolti e i muscoli tesi nello sforzo.
Subito capì cosa accadeva e, istintivamente, guardandolo, battè con la pinna:
tàn-ta-ta-ta-tàn!
Fu lì che egli la vide, bella, ancora più bella della ninfa fuggita: bella, occhi di smeraldo baluginanti per lui e con la coda più incantevole che fosse mai esistita nel mare, una coda che sembrava dirgli cose nuove, straordinarie, cose mai udite a quel modo; tàn-ta-ta-ta-tàn , rispose a sua volta … d’istinto la sua coda, quasi senza capire, fermando di colpo la furia.
A quel punto ella gli guizzò vicino e lo agganciò dolcemente con la pinna continuando a muoverla con irresistibile compás...  tàn-ta-ta-ta-tàn.
Ligea  rastrava i pensieri e i sensi del piccolo tritone, passandogli  attorno alla vita, in planeo, e sciogliendo sinuosamente la selva di cordame; lo allacciava con nuovi lacci, ben più dolci dei primi, lo avviluppava con braccia profumate e capelli azzurrini.
Ligea trascinava quella creatura e se stessa nella felicità dell’abrazo e anche il cuore batteva … tàn-ta-ta-ta-tàn…
Fu così che il mare ritornò al suo posto, più bello che pria, con tutti i suoi pesci che certo non
dimenticarono mai quella strana notte di furia e d’amore.
E ancora oggi, quando a uomini e pesci capita di sentire uno strano suono laggiù, nel profondo mare tàn-ta-ta-ta-tàn subito il pensiero va a  Ligea e al piccolo Tritone, e a tutti quelli che sanno immaginare che si possa milonguear anche senza gambe, anche in fondo al mar." al mar de mis amores...

(... PAYADORA Sexteto Mayor)


La  prima parte di questa  storia non è mia, è di Sara, una sconosciuta tanguera veneziana,  narratrice di  rara sapienza; circa due anni fa, passando per tangoblivion, la  sua piccola  storia di tango e di tritoni feriti si è impigliata nella rete di pesca del mio cibermare, la  storia mi colpì; ma quel  pathos drammatico, irrisolvibile, definitivo mi dolse e mi costrinse a dare a quel tango una botta di milonga, una possibilità di rimedio, di speranza e leggerezza.
Ora questa storia torna a galla, colpa di Manginobrioches che,
un post fa, Cenerentola alla sua prima Milonga, quasi ancor presa da milonguero stupore, mi ringraziava di averle mostrato una cosa nota: “persino le sirene ballano il tango”…  anzi la milonga.
Chiaro che non c’è niente da capire, amici miei, non vado a parare da nessuna parte, mi capisco da me:  la Cicala Farolit se la canta, se la balla (se la milonga!) e se la suona da sola; e scrive e racconta e inventa altri finali, come quello di Anna Karenina (che non è  mai finita sotto un treno) o quello della Cicala stessa che non è mai morta di gelo fuori dalla formichesca porta, o quello delle sirene che ballano il tango in  fondo al mar, l'ultimo quello del Nene porteño -  llegó la hora de su triste despedida!-  el chico lindo que volvera.

Se anche tu, passante leggente-narrante, hai una storia tua che viene da un’altra storia non tua, se hai un altro finale, un nuovo inizio… può lasciarlo qui, in questa oziosa secca, liberissima com'è libero il mare. E  se non ce l’hai,  fa nient... guard e pass. :-)

 

 

Postato da: farolit a 17:33 | link | commenti (20) |

domenica, 05 marzo 2006

Sdraiata sul letto ...
dalla finestra di Roma vedo l'uva dipinta sul palazzo difronte,  sotto uno stinto trompe l'oeil di pergolati disegnati e in rilevo, e vedo un pezzo di cielo che so grande e un pezzo di tetto tegolato; sento il tintinnare dell'otto, saluta sempre quando passa, per quanto sia perpetuo il suo andirivieni  nel rutilante viale Trastevere, mi ricorda che  affacciandomi, qualora volessi, da questo quarto piano troverei, tutti i giorni  e per quasi tutto il giorno, tutto quel brulicame di persone che attraversano le strade, di macchine che sfrecciano  sui sampietrini e scalpitano ai semafori; uno spettacolo sempre attraente, in qualsiasi stagione, persino adesso che piove e gli ombrelli in movimento visti dall'alto, tra gli alberi frondosi, sono tutto un racconto di vita e d'allegria, ché, se non fossi la cicala che sono, scenderei anch'io a salutare l'otto, a brulicare anch'io sotto la pioggia trasteverina.

Sdraiata sul letto...
dalla finestra di Padova, vedo la Caserma Piave, una strada costeggia la caserma, lo so perchè sento il rumore delle macchine che sfrecciano su sampietrini frettolose di chissà quale tangenziale, ansiose di raggiungere qualche periferica laboriosità, fanno tremare il letto. Sdraiata sul letto dalla finestra di Padova, vedo la Caserma Piave e sembra un film di Olmi; un mondo sospeso e lento, spesso vuoto,  attraversato inaspettatamente da rare, minuscole, figure scure che camminano, quiete, in coppie solitarie talvolta facendo ondeggiare mantelline d'altri tempi, d'altri mondi.
Vedo questo soprattutto la sera, quando la luce elettrica di alcuni lampioni taglia il buio, lo fa senza troppa intenzione, ma comunque ribadice alla nebbiolina lattiginosa del giorno che esistono i colori.  I miei pensieri corrono fin dove il mio sguardo miope e appannato di nebbia riesce a inoltrarsi... poi dileguano.
Ed io rimango sempre aldiqua.

Sdraiata sul letto...
dalla finestra di Messina, vedo un pezzo di cielo, quasi sempre azzurro, un pezzo di spigolo ocra del Municipio e il busto poderoso di Dina lanciapietre, alzando il cuscino intravedo un pezzo del palazzo basso, bianco,  lungo, d'era fascista e ... un lembo di mare blu, sempre blu, che appare e scompare, approdo di navi d'ogni tipo, militari, da crociera, di servizio, vanno, vengono, spariscono dietro le quinte di palme alte, sullo sfondo dell'altra sponda di Calabria, il Continente.
Io sono lì. Sarò sempre lì. In quel lembo di Stretto, tra due palazzi bassi, davanti a una piazza aperta, la mia piazza.
Io sono lì e ci sarò sempre, nelle migliaia di sguardi che sono stati lì prima di me. 
Sdraiata sul letto...dalla finestra di Messina, vedo me.
Dalla finestra fatale d'affetti e di separazioni (alle quali da tempo vado esercitandomi con distanze omeopatiche) vedo me.

Tutte le finestre, ovunque, m'appartengono; ma di tutte le finestre io appartengo solo ad una, l'unica che mi comprende.

E tu, curioso sbirciatore della mia blog-finestra, tu a quale finestra (reale immaginaria, vissuta, presente, passata, viaggiata) appartieni?
Da quale finestra ti senti "compreso"?

saudade musical

Postato da: farolit a 20:11 | link | commenti (44) |