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Gli occhi parlano, si sa.
Come si sa che le mani sentono, le orecchie vedono, la bocca ascolta.
Ma gli occhi intessono dialoghi quotidiani, straordinari. Spesso perduti.
Io sono una pescatrice di sguardi.
La mia timidezza mi fece così.
Molto prima che arrivassero le parole da collezionare.
Accade così che, durante la mia quotidiana passeggiatina con Isotta ( se lei è in buona e non fa la bisbetica, mi consente di non farle la guardia…) io esco a pesca .
Camminando, calma o desta, lancio le mie lenze di occhiate per vedere che sguardi pesco.
Nei fondali del mio barrio s’aggirano sguardi consueti.
Gli abituali sguardi di saluto con gli altri personaggi del quartiere, questi li pesco ogni giorno ed è rassicurante avere questa quotidiana certezza: i miei occhi sentono e dicono “hola” al signore claudicante che porta i sacchi di mandorle, nocciole o zucchero alla pasticceria, ad R. che sistema i tavolini della sua Ostaria e al suo sguardo che pesca il mio aggiunge sempre un cenno della testa ed un sorriso, al vicino affacciato alla sua porta di casa che dà sul marciapiedi. I soliti. Con quelli dell’autolavaggio invece ci si guarda muti, come constatando un'impossibilità parallela, senza saluto da 10 anni, non so perché.
Poi appaiono i colleghi "passeggiati dai cani", ci si fa cenni da lontano, ogni volta ricordando solo con un sorriso quando, un tempo, le presunte belve non s’azzuffavano ancora tra loo, erano cuccioli, ci si incontrava tutti per giocare e scambiare chiacchiere e opinioni tra giovani inesperti genitori di quadrupedi… "quanto tempo... come cambiano le cose" questo ci diciamo ogni giorno con gli occhi. Ci sono anche altri sconosciuti colleghi passeggiati dai cani, con loro lo sguardo è di studio, il mio anticipa spesso “no, non si avvicini… Isotta si fa i film come Snoopy e in questo momento crede di essere il Bracco violento della piazza, la piazza è sua, per questo è assai bisbetica e attaccabrighe, le piace fare la bulla: chi siete? Dove andante? Un fiorino! Bouw!” oppure al contrario incoraggia “prego prego si avvicini pure… Isottina vezzosa ha le paturnie di Primavera, in questo momento crede di essere follemente innamorata di lei, vede com'è svenevole e scodinzolante, "carissimo quanto tempo! Vieni qua, fatti baciare!"
I vigili no, loro non meritano il nostro saluto, noi non li guardiamo, ma se loro ci guardano con intenzione poliziesca, di sfida minacciosa pronta all’azione, noi sosteniamo lo sguardo meglio di John Wayne e accenniamo un sorriso di sfida proprio mentre raccogliamo le deiezioni del nostro animale con l’apposita paletta, nell’apposito sacchetto, nell’apposito cestino, durante l’apposito orario. “Avanti, osa dirmi qualcosa stupido vigile!” Lo stupido vigile non osa.
Poi arrivano gli sguardi curiosi dei turisti delle navi da crociera parcheggiate proprio davanti alla Piazza: inglesi, coreani, spagnoli, olandesi, tedeschi, francesi, 'mmericani… di tutto di più. Li riconosci dalla divisa da turista (calozoncini e cappellino) e dalla camminata. I nordici sono più sobri, anziani, discreti nelle tonalità bianco beige; i latini più giovani, accessoriatissimi, marsupi occhiali digitali, si muovono con aria baldanzosa, come di conquista. Nessuno di loro si avvicina mai a chiedere informazioni, perchè loro vivono sempre nella nave e quel lembo di terra che esplorano, la mia paizza, è solo un'occasionale propagine della nave: così vivono, eppure quando incrociano i nostri capelli corvini molto pittoreschici ci guardano con curiosità sorridente e noi ci lasciamo guardare, mettendoci bene in posa, con camminata “mafiusa” (nel senso di fiera) per farci ammirare meglio come un prodotto tipico, una palma, un ficodindia, un quadro d'Antonello col accanto il nostro immaginario leggiadro levriero cirneco.
In realtà Isottina, fuori dal mio immaginario, ha un suo morbido esotismo mediterraneo che non tutti capiscono… pensano sia incinta, poveri di fantasia.
Poi ci sono gli impiegati che rientrano (o quelli che escono) al Municipio, i loro sguardi sono di tre categorie: i sorridenti, gli indifferenti, gli ostili. Sovente tali a causa del temibile o adorabile grosso animale che mi passeggia. Con gli ostili, il cui sguardo pretenderebbe la cancellazione di ogni forma animale dal pianeta, il nostro sguardo si diverte a provocare, e gli sorride proprio mentre umilmente raccogliamo il prodotto digerito dell’animale da sopprimere.
Gli sguardi che ci ignorano sono tanti: quelli del marocchino-cugino che riposa all’ombra di una magnolia, quelli di coloro che aspettano che apra qualche sportello e che qualche assessore gli dia udienza, quelli dei ragazzini che escono da scuola, schiacciati dagli zaini, diretti frettolosamente alla fermata del tram o chi sa dove. Ogni tanto giunge, persino, lo sguardo di qualche esemplare di uomo-maschio, tre secondi e prende le misure, decide che "gli vado bene, il giretto sulla giostra si potrebbe fare, c’è tutto quello che gli occorre". La mirada viene degnamente restituita ostentando un’adeguata competenza, il mio sguardo di uomo-femmina si posa sull’avambraccio forte, la spalla ampia, quel po’ di pancia predatoria che ci vuole, un inizio di barba, gambe aperte ben piantate, postura solida… persino denti bianchi, "sì c’è tutto quello che occorre, sì può fare".
Ma tre secondi dopo siamo già fuori dall’area di pesca.
Si torna a casa con la nostra reticella di pensieri, di cose dette e udite dagli occhi.
Si racconta, a volte, altre volte si tace. E si dimentica quella pesca di sguardi.
Domani ce ne sarà una nuova.
Perchè gli occhi parlano, si sa. E chi ci guarda ci sta già parlando.
Orbene, cari passanti conosciuti e sconosciuti, questo post vi guarda, vi guarda al posto mio, dunque vi parla e vi chiede di raccontare, se vi garba, la pesca di uno sguardo che vi è piaciuto o che vi ha colpito.
DIALOGHETTI TRA IO E ME
Colloquio di selezione per un pregiudizio da mettere in gioco
- Permesso…
- Si?
- Si può?
- Chi è?
- Sono un pregiudizio.
- Aaah un pregiudizio! Venga venga l’aspettavo
- Davvero…
- Sì, anche se ora non tempo per lei, ma si accomodi pure lì con gli altri
- Gli altri?
- Sì. Tranquillo, è in buona compagnia.
- Davvero? Eppure mi avevano detto che lei è un tipino tollerante, elastico, comprensivo, sostanzialmente benevolo verso quasi ogni forma di pensiero o entità diverso da lei. Non mi aspettavo altri pregiudizi.
- É così infatti! Mi hanno educata fin da bambina all’esercizio pratico della tolleranza, altro che catechismo. Rispetto tutto sa? Le foglie cadute degli alberi, gli insetti morti, persino gli ex fidanzati.
- Ma davvero?
- Shure. Tanto che oggi , io che non fumo (e che non amo il fumo), porto sempre con me un accendino per i fumatori che potrei incontrare, per ricordarmi di quella parte diversa da me a cui devo tolleranza.
- Ma che brava…
- Grazie
- Ma allora io che ci faccio qui?
- Non faccia il modesto.
- No, davvero non capisco. Non ci dovrei essere. E anche gli altri? Gli altri pregiudizi che ci fanno qui?
- Davvero non lo sa?
- Sono un pregiudizio, per mia natura so poco, quasi nulla, e questo quasi nulla solitamente è tutto distorto.
- Già già... ha perfettamente ragione. É che la devo mettere in gioco
- In che senso?
- Sì, insomma, testarne la validità, la forza, il potere. Gliel’ho detto sono una personcina tollerante, se mi tengo un pregiudizio è perché funziona, è utile.
- Vuol dire che ci sono pregiudizi che non si è tenuta?
- Shure. E’ una necessità mettere alla prova la forza dei pregiudizi. I propri e quelli degli altri.
- Che prova?
- Sì vede che è proprio un pregiudizio, prove continue di durata e di occasioni differenti, l’esperienza nel tempo, una perpetua verifica. Molti messi alla prova spariscono, nel mio caso un'ecatombe, qualcuno però si è solo modificato.
- Davvero un'ecatombe?
- Shure. Di pregiudizi grandi e piccoli ne ho vinti a schiere, spazzati via, sono fiera di me, erano cose giovanili tipo: kalòs kai agathòs, solo chi ti ama ti capisce, se non mi capisci non mi ami, gli uomini son tutti uguali, le donne son tutte brave sorelle, gli ecologisti son tutti buoni, gli adulti son tutti leali maestri, cogito ergo sum, i legumi fanno schifo, io sono la mia depressione, io al Nord in vancaza: mai!, i libri dicono sempre la verità, chi legge è sempre una brava persona, chi suona la chitarra è sempre un’anima bella, le persone non cambiano, chi ama maniacalmente il calcio è un sottosviluppato, chi cura troppo il suo look è peggio di come appare, chi crede in maniera assoluta in qualcosa sbaglia, cani e gatti che non devono dormire nel letto con gli umani, chi è senza un/a compagno/a è carente, io ti salverò, il mondo è un atomo opaco del male, siamo tutti soli e incompresi, Dio - se c’è - certamente ci fa…. solo per citarne alcuni.
- Alcuni? Tanti...
- Mi creda sono solo una minima parte e poi, sa come si dice, morto un pregiudizio se ne fa sempre un altro. Ne spuntano continuamente di nuovi, io me ne scopro a pacchi di pregiudizi.
Sopratutto certe intolleranze della maturità tipo: l’ambiente accademico è tutto pessimo almeno quanto tutti quelli che sono andati al Maurizio Costanzo Show, i ricchi sono infelici; dubito di quelli che leggono la gazzetta dello sport, quelli che leggono il sole 24 ore, tutti quelli che votano Forza Italia e per questo non possono essere umani, i capitani vigliacchi, i servi felici di servire, quelli felici del guinzaglio, quelli che vanno in India perché solo lì ritrovano se stessi, quelli che vanno in tv a dire che hanno la vocazione e che fanno beneficenza, gli psicologi dei poveri, i salumai dell'anima, quelli che non leggono un libro, quelli che ostentano i soldi come l’ignoranza, quelli che ostentano il sapere, quelli che parlano per verità rivelate, quelli che si sentono meglio a darti consigli spiegandoti “chi sei, cosa non sai essere, e cosa dovresti essere, perchè sbagli, cosa dovresti fare e quanto sono migliori di te” , io mi salverò, il tanga che esce dai pantaloni a vita bassa, le ragazzette che ammiccano vogliose, le ammiccanti madri delle ragazzette vestite come le figlie, gli uomini con la crisi di mezz’età e la ventenne mantenuta , i motociclisti col culto della velocità, gli uomini con le sopracciglia depilate, quelli col codino, i calzini corti, le donne con le scarpe a punta, quelle mesciate, le persone travestite da centrosocialeoccupato, i notturni suonatori di bonghi nelle piazze, i bevitori di tisane, l’aperitivo rinforzato, quelli che rifiutano tutti gli animali, gli omeopatici, la macrobiotica, la new age, il gotic style, la letteratura pulp trash, Pavarotti, la musica medievale, la tecno ard, il rap de noartri, la etno-fusion, contaminecion, l’elettrotango… over and over agaaaaiiiin...
- Tutti pregiudizi negativi.
- No, non si adombri, ne ho anche positivi. Ma non glieli elenco perché quelli me li voglio tenere stretti.
- Non capisco…
- E’ normale che non capisca, l'abbiamo già detto detto: lei un pregiudizio!
La verità è che uno ai suoi pregiudizi s’affeziona, quanto alle abitudini.
- Perché?
- Perché una sana idea preconcetta ci da la sensazione di trovare quel centro di gravità permanente cui auspichiamo. Qualcosa di forte che non ci faccia cambiare idea sulle cose sulla gente… Un pregiudizio dà sicurezza.
- Questo mi conforta.
- Bene, le sarà utile per quando la metterò alla prova.
- Perché?
- Non si agiti. Devo farlo. Devo metterla alla prova non per liberarmi di lei , ma per verificare la sua forza. Lei è la mia soul-gard. Nel momento stesso in cui la metto in gioco, io mi sbilancio sa? Rischio. Rischio di rimetterci la faccia.
- Non ne vedo la necessità…
- Non ne vede la necessità…perché lei è lo spensierato figlio dell’ignoranza, è viziatissimo, non sa e non vuole fare sforzi, trae conclusioni affrettate sulla base di esperienze parziali, formula sentenze definitive in assenza di informazioni o ragioni oggettive... proprio là dove ci si dovrebbe fermare e sospendere il giudizio. Guardi che la conosco bene, meglio di quanto lei conosca se stesso…
- Credo che mi sottovaluti, ha letto il mio curriculum?
- No mi creda, non la sottovaluto. Devo solo sapere come valorizzarla, capire quanto mi è necessario. Lei non soffre opposizioni, questa è la sua forza. E’ un ottimo strumento di difesa dell’anima. Trae forza - mi dicono - dalle paure e dalle fobie individuali.
Spesso è così forte che non si lascia modificare nemmeno da informazioni che la contraddicono.
- Mi prende in giro…
- Mio dio! Nooo.. cerchi capire quello che è!
Lei è un condizionamento potente, aldilà di ogni ragione. Positivo o negativo che sia lei, per sua natura, rivolge una predilezione immotivata ad un particolare punto di vista (o una particolare ideologia) e se ne fa condizionare in maniera assoluta, accorda piena convinzione di validità a giudizi affrettati che non sono stati comprovati da una completa conoscenza. Caro mio lei è impermeabile al dubbio. Lo sa cosa diceva il buon Einstein? Diceva che “in questo mondo è più facile dividere l'atomo che vincere un pregiudizio”
- Vincere i pregiudizi?
- Aaaah aridaje! Ma allora è de coccio!
- A lei piace vincere un pregiudizio?
- Sì. Mi piace soprattutto metterlo alla prova, a volte si rafforza invece di sparire sa? Dipende dalla bontà del pregiudizio, ma anche da quanto sia necessario. Vedrà... lo scopriremo solo vivendo.
- Lei non ha pregiudizi su i pregiudizi.
- Gliel’ho detto sono una personcina tollerante. Non la manderei mai allo sbaraglio senza un valido motivo. E poi è anche per il suo bene. Penso che i pregiudizi o si consumino o si rafforzino nel tempo. Certo ci capita di perderli quando non sono più necessari e, in quel caso, perderli è sempre una liberazione, una rivelazione, una vittoria.
- Capisco ci sono pregiudizi buoni e cattivi, i cattivi meglio perderli…
- Oooh vedo che finalmente c’intendiamo. Perchè - mi creda - i pregiudizi peggiori (quelli più condizionanti) sono quelli che abbiamo su noi stessi. E stupisce ogni volta constatare quanto potenziale sepolto si sprigioni da noi e dagli altri ... tolto il pregiudizio.
- E’ una bella lotta. Io difendo strenuamente ciò in cui credo.
- Lo so. Ma diceva un motto zen: vinci i tuoi nemici e sarai forte, vinci te stesso e sarai imbattibile.
- E’ un paradosso.
- Bravo. Vedo che comincia a capire.
- Sì, e non mi sento troppo bene, forse non sono adatto a questo lavoro…
- Mi creda è adattissimo.
- Forse lei vuole approfittare della mia buona fede…
- Giammai, gliel'ho detto, lei mi serve.
- Bene che devo fare?
- Vede quella moto là fuori? Quel tizio è venuto a prenderci.
- Come si permette?
- Bravo! Così la voglio, tonico. Glielo vada a dire, glielo mostri cosa pensiamo noi della moto e dei motociclisti.
- Ma senza ombra di dubbio. Le garantisco che noi su quella moto non ci saliremo mai.
- Bene bene. Avevo ragione. Lo vede che è pronto per mettersi in gioco?
- Ma certo!! Qui si manca di rispetto alla comprovata atavica lentezza dei nostri 82 anni. Alla naturalissima assoluta avversione per tutto ciò che è velocità e quindi innaturale, nociva all’uomo.
- Così! così! Glielo dica!
- E poi, si sa, tutti lo pensano: il motociclista è il testimone di Geova della velocità, non gli basta che tu capisca la buona fede della sua devozione... nooo te la deve fare condividere, ti deve convertire! Ti deve imporre le intollerabili prove del suo credo, a te quieto amante della lentezza, quei tentativi disperati quanto vani che ti propina in nome di quell'improbabile simbolo di libertà che è la moto. Non gli basta che tu capisca , nooo...ti deve far provare: è una scena che conosciamo troppo bene. Non tema. Ne ho diversi nel mio curriculum, non ci sono mai riusciti. Non gliel’ho consentito... a rischio di far cadere tutti dalla moto. Del resto sono deboli, i motociclisti, come tutti i fondamentalisti: amano la moto per debolezza, sopperiscono con la potenza del motore ad una mancanza di forza interiore. Sarà un lavoro facile.
- Così mi piace sentirla parlare, ora la riconosco! Lei è proprio un "forte" pregiudizio: generico, affrettato, intollerante, ingiusto. Un vero pregiudizio
- Affrettato??!! Affrettato a chi?!! In 35 anni nel mio curriculum ho stuoli di ingenui motociclisti sconfitti, rasseganti o iracondi. Conosco il mio lavoro. Sono un professionista.
- Si calmi, non urli. Lei è perfetto: è proprio il pregiudizio che cercavo. Ora vada che il motociclista l’attende. Vada e torni vincitore. Io la guarderò dalla finestra.
- Stia tranquilla, vedrà che non la deluderò.
Qualche ora più tardi
- Allora com’è andata? Ha un’aria strana.
- Strana? No, è solo un po’ di debolezza
- ?
- Non so…
- L’ho vista salire su quella moto.
- Non giudichi dalle apparenze.
- Dico solo ciò che ho visto.
- Dovevo salire... per scoraggiare le buone motociclistiche intenzioni, è il protocollo…
- E dunque…
- Ho un ricordo confuso…
- Si spieghi.
- Si, insomma, il motociclista in questione m’ha sorriso bonario e calmo. Come se io parlassi un’altra lingua, eppure come se capisse la procedura d’attivare, come un medico con l’ipocondriaco, ha presente?
- Che significa?
- Io avevo cominciato ad argomentare con la vis dialettica che mi cottrandistingue e quello, lasciandomi parlare, mi mette il casco come si mette il pigiama a un bambino piccolo che vuole rimanere sveglio a giocare e che da lì a poco starà già nel mondo sei sogni.
- Mentre io argomentavo di me e delle mie fobiche comprovatissime ragioni, in piena fase construes, il suddetto m’invita a salire e a parlare.
- Ebbene?
- Continuiamo a parlare e si va piano, ma bene, tanto che mi dimentico che siamo in moto, non so come sia potuto accadere, andava piano, sembrava di camminare, dopo due giri della piazza eravamo già a bere bladymary in dolce compagnia di Brioscia, festeggiavamo volodinotte il neoblog del motociclista in questione.
- Chi è questa Brioscia?
- Ah guardi una tipa a posto, garantisco io! E' la fidanzata del motociclista in questione, molto più fobica di me, impiegò sei mesi a salire su quella moto, lo fece per amore.
- Non so perché, ma non mi piace…
- Ma no, guardi non abbia pregiudizi, le assicuro che Brioscia è una amante della lentezza come noi: fu lei ad indurre quell’amante della velocità alla tolleranza, alla pratica della lentezza. Un compromesso interessante, le assicuro.
- Lo sa che mi ha rovinato il post?
- Ed io allora che dovrei dire? Avevo un reputazione antimotociclistica da difendere… e ora guardi...
- Sorride?
- Massì, aveva ragione lei, ci si sente più liberi, cambia la prospettiva delle cose.
- Io comunque non la licenzio.
- Massì, mi metta ancora alla prova..
Orbene, ragazzi miei: il mio regno per un pregiudizio!
E non si faccia i modesti ché tutti ne abbiamo.
A cominciare da quelli su post così lunghi (ringrazio subito chi ha messo alla prova il pregiudizio ed è arrivato fin quaggiù )
Insomma fatevi avanti e ditemi voi che pregiudizio vi riconoscete?
Che pregiudizio siete?

Ed è come un veliero che dorme nel porto silenzioso.
E io l’ammiro.
E penso che ci vorrebbe un ritratto, e penso che non ho pennelli e che, forse, i pennelli non servirebbero perché dipingere è mestiere da ciechi, il pittore non dipinge ciò che vede ma ciò che pensa. Io invece vorrei restituire al mondo proprio ciò che, davvero, ho la fortuna di vedere: il fotogramma mirabile del suo sonno.
Ho le parole, provo con queste.
Devo disegnare qui il veliero, il mare e il capitano.
Devo prima mostrarvi come salpa e attraversa le burrasche del giorno, di ogni giorno, e come dritta sul cassero tonando dispone “via la scala dal barcarizzo!" "barra al mezzo!”. Dovete vederla mentre rapida, desta, solerte si dirige al tambugio della cabina o mentre prende la passerella per orientare la prora e lasciare la fonda; sempre lei, indomita, controlla tutti i venti, mette in opera i verricelli, braccia i pennoni, scende sotto coperta, fissa le cime, le fa scorrere tutte: caviglie, gallocce, redance.
E chiama forte quando vuole qualcosa, c’è sempre un mozzo di prima o capitano in seconda a risponderle, proprio come me seduta sull’osteriggio: “vele a colla, comandante!” “vele bordate!"
E ci sono punti del giorno in cui la vedi appoggiata sulla battagliola del ponte, mentre da sola tende l'ultima bolina o imbroglia il pennone di maestra, controlla gli ombrinali de casseretto o il boccaporto di poggia.
Nel punto del giorno o della vita in cui tutti sono affiaccati nella bonaccia assoluta lei diventa vento, molla le vele, sbatte i velacci, allaccia la scotta, manovra la barra mentre la nave abrivia all’indietro, tende la vela di maestra e continua a navigare fino a sera, nel buio.
A sera, finalmente, serra le vele dell’albero di mezzana, scivola dolce la chiglia ed entra nel bacino di carenaggio, lancia la gomena d’ormeggio, mette tutte le ancore a pennello e riapproda alla casa.
Alla fine del giorno getta l’ancora sul grande letto della sua stanza e si ferma, si ferma e si placa. Sotto miei occhi ammirati.
Si placa nel mistero profondissimo e bello del suo sonno.
Ed è come un veliero che dorme nel porto silenzioso… la madre mia.