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Diciamola tutta. La vita è tutta una pratica del rimedio e della manutenzione.
C’è sempre una necessità, una piccola grande urgenza, qualcosa d’aggiustare.
Perpetuamente, incessantemente. Perchè se non mantieni prima, devi rimediare poi.
Bisogna solo scegliere cosa, oggi cosa?
Non manca mai qualcosa da sistemare.
Volendo spunta sempre un esperto meccanico del corpo o della psiche che viene a ricordartelo.
Confesso che per molti, moltissimi, anni mi è stato più facile concentrare questa pratica sull’anima, la quale aveva troppe e tali necessità da rimediare che tutti insieme, io l’anima e il corpo, decidemmo di dedicarci solo a lei. Il corpo, si decise, poteva aspettare.
E in effetti, giovincelli, si può fare aspettare il corpo che per natura propria, biologica, va avanti da sè, per automatismi: respira, si nutre, dorme, si veste, sbadiglia, peta senza quasi chiedere altro. Mansueta bestiola, sembra.
Eppure anche il corpo necessita della sua manutenzione.
Questo da giovincelli (e in salute) non lo si può sapere, non lo si può nemmeno immaginare.
Del resto, quando siamo ancora gemme ternerelle, la pelle elastica e setosa si rigenera con assoluta facilità, tutto sta sù da sè, naturalmente tonico, come se debba essere sempre così; i capelli rifulgono uniformi nel loro colore di natura, i denti biancheggiano, l’alito profuma di nuovo; e la peluria è lieve quasi impercettibile, comunque piacevole al tatto e alla vista.
Che il corpo necessiti di una sua manutenzione, lo scopriremo solo più tardi, quasi d’un colpo, quando la pelle improvvisamente si scoprirà lenta a rispondere ai piccoli traumi e una serie imprecisata di rotolini rotoletti, maniglie, manigliette, pancette, ciccette (in un crescendo lento, costante e implacabile) verrà a depositarsi nei punti più improbabili del nostro corpo, mentre i denti saranno di un avorio color vestitodisposatardiva e l’alito mattutino rischierà di stendere qualsiasi volenteroso buon compagno di sonno; quando i primi sparuti capelli bianchi extracomunitari , colonizzando le tempie o il ciuffo sulla fronte, figlieranno prolifici e saranno ormai padroni incontrastati Biancatown, quartiere chiomato resistente a qualsiasi tentativo fondamentalista di tinta negazionista e reteirata; quando una coltre di folto pelame ci ricoprirà un po’ ovunque, crescendo con sistematica cadenza come una puntuale vendetta cinese, ostinata, refrattaria ad ogni tipo di estirpazione orientalmente paziente.
Senza mettere in questo conto gli acciacchi di salute: sciatiche, allergie, nevralgie, dermatiti, coliti, somatiti, tonzilliti, reumi, asma, ... tutte voci di piccoli ciclici fastidi che si divertono a dirci "eee no! questo non lo puoi più fare"
Dove eravamo quando accadeva tutto questo? In quale luogo ignaro, eterno, immutabile ci trovavamo? Nel luogo dei vent'anni, credo. Non che lo si debba rimpiangere perchè i vent'anni hanno un prezzo carissimo anche se uno poi se lo dimentica. Meglio il senno, il senno di poi, sempre.
Tuttavia, man mano che le decadi si assommano nel conto delle nostre stagioni, lo stesso senno di poi non può negare che la manutenzione del corpo, col tempo, reclama, pretende dei ritmi decisamente sostenuti. E chi li ferma è perduto.
Confesso che la mia militante pigrizia patisce per questa irreversibile consapevolezza.
C'è tanto lavoro da fare appresso al corpo per applicare una manutenzione costante, per evitare di trovare rimedi tardivi. Giusto sforzo costante per un buon risultato consolidato. Un lavoro praticamente.
Credo che questo le donne lo sappiano meglio degli uomini, forse sono più abituate a questa pratica di cura del parte più visibile … per via della solita assurda ostinazione alla bellezza, la sindrome di Paride e la più bella del reame. Ecco, essendo io Sarchiapone, non posso patire della sindrome di Paride (le mele non mi piacciono neanche) e spesso, confesso, non sono stata vanesia nel corpo solo per pigrizia. Insomma meglio un libro comodamente sdraiate sul divano, che un bel complimento dovuto a due soffertissime ore di messa in piega, lentine, trucco e tacco a spillo… io sono per minimo sforzo, massimo risultato.
La Cicala oziosa che è in me ottimizza. E dentro (e fuori) coltiva ancor oggi una tacita campagna di boicottaggio nei confronti dei "sani sport da praticare" ( mondieu!) Perchè poi? per rinnegare la naturale legge di gravità dei rotoli?… Perché andare contro natura? Tutta quell'inutile fatica per l’addominale scolpito, la chiappa tonica… ma perché? Cui prodest? La cosa mi sfugge. Davvero non l’ho mai capita.
Poi arrivò il tango. Come una febbre folle all’inizio, tanto folle che si andava avanti nonostante la controproducente frustrante evidenza del massimo sforzo, minimo risultato.
Il corpo poveretto era in balia di tutto, gli si chiedeva tanto, tutto e tutto in una volta, costringendolo a sentirsi esposto, maldestro, affaticato, incerto, ignorante, inconsapevole… vilipeso da qualsiasi sguardo, il corpo ancora non si conosceva bene. E questa fu la prima lezione: per una buona manutenzione bisogna conoscersi bene, bisogna individuare con umiltà e onestà tutto ciò che lo riguarda, cioè assai: bisogni vere, possibilità nuove, carenze insospettate, pregiudizi immaginari e reali, introversioni tragiche, pudori atavici, limiti reali, inadeguatezze inventate, parti represse, parti reprimenti.
Io, ad esempio, il primo anno andavo al tango vestita da suora o da signorina Rottermeier ovvero abbottonatissima, in grisaglia grigia e calze di filanca spesse e nere. Quasi inquietante a pensarci oggi. Volevo essere la negazione del corpo oltre che della femminilità, e ci riuscivo benissimo come direbbe quella Vamp di mia sorella.
Insomma non un centimetro di pelle scoperta, né un filo di trucco… tutto il corpo diceva a tutto, al mondo, all'anima, a se stesso "non mi avrete!"
E c’era tanto ancora che doveva dire, che "mi" doveva dire quel povero corpo messo a tacere tanto tempo prima dall’anima intellettuale e giudicante. C'era tanto che io ancora dovevo ascoltare.
Fui fortunata perché l’anima grata di quegli anni di suo dittatoriale protagonismo (sacrificati e negati al corpo) ora era pronta ad ascoltare davvero il corpo e la sua necessità di manutenzione. Questo dunque accadde: io l’anima e il corpo, di comune accordo decidemmo di dedicarci al corpo con attenzione paziente e amorosa, con ascolto pieno. E piano piano, lentamente, paseo dopo paseo, abbraccio dopo abbraccio, milonga dopo milonga ... il corpo venne fuori, cominciò a dire, ad apparire, diversamente da sempre, fuori dalle posture pigre in cui taceva, fuori dagli strati di vestiti mimetizzanti con cui si confondeva col resto... rivelando di sè molto.. molto più di quanto apparisse... sbocciò.
E, finalmente, un giorno io e l’anima (ce lo ricordiamo ancora) lo udimmo bene scandire, sicuro, le parole “io esisto ”: E non le disse con la facile naturalezza che aveva solitamente a casa, nella casa amniotica, agirandosi nudo al riparo dallo sguardo estraneo,
No, il corpo, sereno di sé, lo disse al mondo “io esisto” .
Lo disse deciso e lo disse per sempre.
E’ un bel duetto, ora, quello tra corpo e anima, entrambi voce e ascolto scambievoli, perpetui, complici, divertiti… solo così la manutenzione può funzionare: virtuosamente e reciprocamente. Che soddisfazione... adesso, non potete immaginare.
Sembrerà strano, ma tutto questo io l’ho capito da poco.
Un grigio pomeriggio di questo inverno ero in un'altra città, ospite di un'amica, e fui mandata dalla mia famiglia a trovare un vecchio zio moribondo, morì mentre ero lì, la sua agonia fu terribile. Nessuno della mia famiglia chiese mai di quel momento che io non potrò dimenticare. La sera, quando tornai a casa, nel bagno della mia amica, vidi (o meglio scintillò!) una boccetta di smalto rosso, rosso vita.
In trentacinque anni non avevo mai pensato possibile di mettermi lo smalto, rosso poi, ostentatamente rosso, mai.
Lo misi, senza esitare, e andai al tango. Ballai tutta la sera.
Mi fece compagnia quello smalto sul treno del ritorno, così inaspettatamente plausibile sulle mie mani.
Sì, ora lo so, era smalto per l’anima.
MY BABY JUST CARES FOR ME
l'immagine è della blogger matisse
D’estate maturano certi frutti.
Ci si libera di tante cose, vestiti, incombenze, inibizioni, sensi di colpa. Così succedono tante cose e, tra le tante cose che succedono, insieme ai boccioli di occasioni novizie, esplodono le crisi, prendono slancio, diventano rotture.
Questa cosa non finirà mai di stupirmi.
Mi sorprende sempre la stagionalità di certi eventi dell’anima i quali per accadere hanno sempre bisogno di condizioni (o condizionamenti) esterne ed estreme, cause climatiche per venirsi a dire.
Quasi fosse davvero colpa del gelo o del caldo, l'incoscio che affiora, i nervi che fanno dire verità nascoste, certe decisioni rimandate.
Le rotture sentimentali, ad esempio, son cose senza senso, come lutti inattesi. Non c’è spiegazione che tenga a giustificarne il senso. Il fallimento dell’amore è un ossimoro, sempre.
Eppure, in questa assurdità, importa il modo, checché se ne dica, perché il modo, se non ci comprende, ancor ci offende.
Del resto un vetro ha tanti modi d’infrangersi, può lesionarsi prima al primo colpo di vento e rendere visibile la sua prossima rottura. O magari può resistere integro a mille colpi di vento come se non li sentisse e poi un giorno, senza un apparente ragione, esplodere in mille pezzi, in mille irrecuperabili pezzi.
Confesso che mi capita (ma forse è una precisa intenzione del destino) di essere sempre più spesso testimone partecipe di esperienze dolorose altrui.
Prevalentemente rotture sentimentali. Io mi sono messa al riparo, da lungo tempo, da questo genere di dolore (Felicità... felicità zitella!) non ne sono immune certo, ma ho creato i prerequisiti per non incorrere in questo genere assurdo di sofferenza: sto sola, e sto bene.
Ma questo è un altro discorso.
Intanto stare a guardare le conseguenze innaturali dell’amore continua a insegnarmi molte cose sull’imponderabilità di ciò che siamo, e di ciò che ci accadrà.
Siamo contadini che rischiano la grandinata.
E vedo quanto è importante il modo e il tempo della grandinata, “come” e “quando” essa si abbatte su noi è fondamentale, tale da essere superabile o fatale.
Chi siamo nell’amore? Quanto vediamo davvero dell’altro? Quanto vogliamo o sappiamo vedere? Quanto possiamo? Quanto ci interessa sapere?
Ho smesso da tempo di cercare di capire l’amore di tipo sentimentale, non è cosa su cui poter ragionare, si ragiona sul buon senso dei paradossi? Accetto che arrivi come una febbre esantematica con i suoi vari passaggi di irrazionalità necessarie e vaccini conseguenti.
Penso alla droga iniziale, alla potente droga dell’innamoramento.
L’ho scoperto quasi 10 anni fa e me lo sono detta una volta per tutte “l’amore non è romantico, non è neanche un sentimento, è una droga pesante, un‘esperienza allucinatoria e tossica che altera lo stato di coscienza conducendoci all’umiliante condizione di necessità autolesionista. Nella sua fase iniziale ogni amore tra due estranei si basa su un tacito presupposto di crudeltà reciproca inattivata, il cui potere assoluto e latente, è da solo garanzia ricattatoria di legame. L’amore è cinismo mascherato di bontà. L’amore non è mai gratis. L’amore così come se lo immaginano soprattutto le donne, farfalle che sognano!, non esiste nella realtà, è solo un romanzo che raccontano a se stesse, che sovrappongono per necessità, che recitano con coerenza tanto forte quanto cieca.”
Ho anche dedotto, una volta per tutte, che l'amore non è romantico.
Insomma il principio di realtà in amore è scomodo, quasi fuori luogo.
Perché l’amore è una storia che ci si racconta, è un mondo inventato, un luogo da cui guardare il mondo, una lente deformante che ci protegge dal reale e allo stesso tempo ci nega la nostra stessa realtà.
Innamorati siamo in una bolla di vetro, bella e artificiale.
Effetti speciali fatti d’endorfine purissime. Rosa pra se ver, uma rosa no coração.
Un mondo a parte dentro il mondo, un luogo che ci fa sentire più liberi e invece… siamo piacevolmente affatturati nel giardino di delizie, nel recinto fatato dell’eden primigenio in cui tutto è facile, non c’è sforzo di comprensione o di accettazione, bisogna sol allungare la mano e raccogliere i frutti gratuiti dell’apparenza.
Il faticoso principio di realtà poi arriva, piomba fatale come una cacciata dal giardino fatato delle dolci apparenze. L’innamoramento insomma attenua i suoi effetti allucinatori e anestetici. A questo punto il giardino va costruito di sana pianta, magari sul modello parziale dell’eden, l’imprintig sentimentale da riprodurre, solo così può continuare ad esistere, col la fatica del lavoro, com’è giusto che sia, perché l’amore non è un cactus, non cresce da sé e comunque, va zappato, seminato, protetto, rivendicato, difeso, coltivato con cura e fatica tutti i giorni, per giorni, mesi e anni, sperando. Sperando anche che non arrivi la grandinata nel momento di vulnerabilità e stanchezza, quando le gemme delle cicliche resurrezioni son troppo tenerelle per reggere. La grandinata però arriva, puntuale, mica no; uno, due, dieci anni ma arriva e spesso si scatena con apparente naturalezza sulla parte più ignara, magari a Luglio quando tutto è così transitorio, alterato, che la grandinata assurda e innaturale sembra quasi logica.
Non c’è modo di capire perché un giardino duramente coltivato sia improvvisamente abbandonato, con facilità, con ancora i suoi fiori presenti sotto il sole, attoniti sotto la grandine del principio innaturale “mors tua vita mea”.
E' un altro addio, una separazione, solitudine ancora ed ancora tormento, a rosa desfolhada. La rottura, il lutto che passa per le sue varie fasi, rifiuto, rimozione, rabbia, dolore profondissimo, lenta graduale accettazione. Tutti quei cocci di anima dipersi, tutti quei giorni, mesi, anni di duro lavoro, di cura, di semina, di impegno, di compromesso, di rinuncia, tutto svanito tutto da riconquistare, tutto da ripercorerre a ritroso, di nuovo, da soli.
Io non ho parole per capire, per ascoltare questa grandine. Non ce le ho mai avute.
Non esistono. Mi fa male vedere quei fiori, bruciati dal gelo di Luglio.
Ma non devo capire. Non c’è niente da capire, perché non c’è giustizia nei sentimenti, mai.
C’è solo necessità. Momentanea. Qui e ora.
Tornerà l’inverno e la necessità dei fiori.
Chi canterà l’elegia dei fiori sgomenti per la grandinata di Luglio?
Io, solamente io, cicalissima Cicala, posso cantarne la bellezza silenziosa e straziata.
Tornerà un altro inverno e qualcuno ancora si stupirà del fatto che l’amore non un è cactus.
Estate Stan Getz
Estate Capossela