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Conosco un tizio che c’ha un frigo pieno di simboli.
E ogni volta che lo apro - il frigo non il tizio - tutti ‘sti simboli mi arrivano addosso, traboccano d’evidenza, e mi dimentico che devo prendere un semplice bicchiere d’acqua. Resto lì, come davanti ad un affresco medievale, travolta dall’ermeutica di quei segni che mi dicono molte più cose di quante il tizio voglia o sappia dire. Però subito capisco che non è un affresco, che quelli sono simboli personali e che quel frigo li esibisce indiscretamente. Ed ecco che mi ritrovo ad intimare alle zucchine “Sccch! Smettetela, non voglio sapervi!” E rapida richiudo senza prendere il mio semplice bicchiere d’acqua, che semplice non è mai.
Non ha importanza sapere cosa vedo tra pomodorini e bottiglie di vino dell’altra volta, tra latte scaduto e prosecco di una prossima volta, tra succhi d’arancia sospetti e innocui cubetti di pancetta o fatidiche essenze di cocco. Voi noi vedreste nulla, nulla di ciò che vedo io e forse non vede nulla nemmeno il tizio il quale, incautamente, m'invita spesso a servirmi da me, ad aprire quel frigo.
Questo mi ha fatto meditare.
Io trovo simboli dappertutto. Anche in un frigorifero sconosciuto. Anche in una stanza vuota. E guardate che trovare simboli dappertutto è dura!!
Ne ho fatto una malattia, sì, certamente. E ora mi devo curare. E non è facile perché i simboli ci prendono gusto, man mano che li vedi, che li trovi, quelli si moltiplicano! E una poveretta poi non sa più dove metterli! Spuntano dappertutto: dai cassetti della biancheria, nelle scarpe, nel cruscotto della macchina, sulle palpebre di una che ti copia l’ombretto, sotto il letto, sulle macchie del soffitto. E quando i simboli abbondano così tanto poi è normale che uno cominci a non farsi più i simboli suoi. A quel punto ne trovi ancora, ne vedi di più… si entra in una frattalica spirale senza fine di simboli nei simboli di nei simboli…
Ecco, l’ho detto, soffro di simbolite acuta. E’ una malattia seria , c’è poco da ridere, ma voglio guarire. Davvero.
Sto cominciando a curarmi da sola. Quando vedo simboli li caccio (come ho fatto con i libri), li cancello, li rinnego, fingo di non ri-conoscerli. Come se non parlassero la mia lingua. Li ignoro. Non cedo alla facile provocazione. Smetto di decifrare. Di più. Mi educo a fare a meno di vederli. Continuo a ripetere i nomi delle cose, dico tavolo al tavolo, gatto al gatto, telefono al telefono, sogno al sogno, corpo al corpo.
Mais oui, Monsieur Magritte, cela c’est une pipe! Glielo dico io!
E quando i simboli esagerano (disgraziati!) mi tappo le orecchie e faccio “blrr-blrr-blrr-blrr” fino a quando non scompaiono.
Eppure…, sotto sotto, sento che la mia è tutta una finzione, un trucco malriuscito.
Io amo i simboli, i miei e anche quelli altrui. Li amo perché ci rassicurano, sono il senso già scritto delle cose, un senso tangibile, indubitabile, personale e condivisibile, fotografabile persino.
I simboli sono una prova dell’anima. Una prova evidente e, come tale, necessaria.
Ecco perché vivere senza simboli davvero non si può. Mica si può vivere senza anima?
Lo so, sarebbe più facile per me vivere nel Medioevo quando tutti, anche i più analfabeti, erano allenati ai simboli, a riconoscerli, a identificarvisi. Mi ha sempre attratto la “realtà” rappresentata dall’arte del Medioevo prorpio per tutti quei simboli spiattellati lì, belli belli, alla portata di tutti nell’affresco, nel poema, nel bassorilievo.
Sono una donna medievale, lo confesso, e forse per questo patisco di simbolodipendenza. Ma, suvvia, chi non ne patisce?
Sigismondo, buonanima, ce l’ha spiegato in diversi tomi: il simbolico nasce con noi, col nostro infantile ri-battezzare le cose del nostro significato; quell’oggetto, quella musica, quel periodo, quella frase, quella strada, quel gesto, quel silenzio, quel rituale, quell’immagine, quella persona, tutto ha un significato simbolico, ça va sans dire...
Ognuno poi ha il suo simbolico, anche se alcuni sembrano farne volentieri a meno. Ma è solo una questione di consapevolezza. Ci sono persone che conoscono i propri simboli a memoria, come in un catalogo e possono scambiarli come figurine, arricchire il proprio album e quello altrui.
Tra questi, poi, ce ne sono alcuni così bravi ed allenati che riescono riconoscere anche i simboli altrui. Viceversa esistono persone che semplicemente ignorano i simboli, qualunque tipo di simbolo e in particolar modo, cosa paradossale, i propri simboli personali; a costoro non manca il file del simbolico, piuttosto gli mancano drivers capaci di rendere i propri simboli accessibili alla coscienza e alla conoscenza. Costoro vivono in mezzo ai loro simboli ignorandoli.
Eppure, cosa sorprendente, li usano comunque, senza avere il bisogno di conoscerli o riconoscerli. Chiamano pipa la pipa, ma non la usano come pipa. Ammirevoli quasi, se non fosse che si perdono molto del loro.
Orbene, amici miei, lo chiedo da malata delirante: si può vivere senza simboli?
Chi in vita sua non ha mai scovato nemmeno un simbolo scagli il primo commento!
Chi invece c'ha i drivers e sa riconoscere i propri simboli in ciò che vede e vive ne lasci qui qualcuno, come "placebo" per questa povera simbolopàtica di Farolit.
the pink simbol mistery panther
Balada para una loca.

Voi mi perdonerete. Ultimamente ho un problema serio con le parole.
Mi annoio. Ultimamente mi annoio di me stessa.
E di tutte le risposte che vado cercando, quelle che offro e che mi do.
Ogni tanto dubito della loro utilità, persino del senso.
Mi sembrano disegni nell'aria, geroglifici nell'acqua.
Non lasciano tracce.
Non suonano, non risuonano in me. Sorde come "un punto e basta".
Le domande invece... le domande lasciano una scia, vibrano in qualche modo.
Le domande prendono una direzione, vanno... vanno in qualche modo, da qualche parte. Hit the road...
Ultimamente chiesi a qualcuno che mi conosceva da veramente poco "vuoi farmi una domanda? chiedimi pure qualcosa, una cosa qualsiasi, anche 'che tempo fa?'"
Et elli a me "in questo momento non mi viene in mente niente da chiederti".
Non avere domande, pensai, è più triste che avere sempre risposte.
Ecco sì, lo ammetto, ho bisogno di domande.
Non ho bisogno di rispondere, no.
Ho bisogno di sapere che esistono ancora le domande e la loro necessità rigenerante.
Venì, volà, venì...
Si accettano domande qualsiasi, lasciatele qui in questo spazio pronto ad accoglierle tutte, anche quelle bislacche, insensate e surreali.
Anche quelle banali o metafisiche, impertinenti o sottili .
Domande gratis che ascolterò come suoni, come musiche o rumori,
come segnali di vita dall'altro lato di un altro monitor.
Domande a cui oziosamente non darò nessuna risposta.
ascolta e leggi BALADA PARA UN LOCO
canta: Roberto Goyeneche
musica: Astor Piazzolla
parole Horacio Ferrer

AVVERTENZE Questo è un discorso che sembra complicato e forse un po’ lo è.
Invito i lettori pigri e frettolosi o quelli che non gradiscono dibattere su questo genere di argomento a saltare la mano qualora la lettura venga pesante e insensata. Non me ne cruccerò. Io capisco, capisco. :-)
Sono convinta che la felicità non possiamo sceglierla.
Non possiamo determinarla in nessun modo.
La felicità capita, esattamente come un giorno di sole a Dicembre.
E quando capita possiamo solo avere il buon senso di coglierla e goderne pienamente, faccia al sole di Dicembre e sorridere.
Di solito è facile da riconoscere la felicità: è una cosa fa bene in maniera immediata eccessiva, è facile e immotivata, è gratis. É gratis e ci riguarda intimamente. La felicità si riconosce dal fatto che come viene se ne va, esattamente come una giornata di sole a Dicembre, come il treno che passa e ci saluta, come la cometa di Halley che risplende un bel po’ e poi sparisce per altri cento anni. E quando se ne va sempre capisci che c’è stato. A noi spetta solo essere ben svegli, stare sintonizzati su una buona frequenza, ascoltare bene e cogliere in tempo questo stupefacente accadimento: lo stato di grazia, la nostra grazia. Perché la felicità ha una scadenza, sempre.
E’ questo il suo limite, è questa la sua preziosità.
La felicità non è riproducibile a nostro piacimento. La felicità càpita, su questo, credo, possiamo essere d’accordo.
L'infelicità invece no, anche di questo sono convinta.
L'infelicità uno se la sceglie con una certa determinazione, esattamente come un oggetto da acquistare, l’infelicità viene scelta, tra i vari modelli, in maniere opportunistica valutandone forma, funzionalità, consistenza, rappresentatività, costi, soprattutto la sostenibilità dei costi. Si questo è l’unico vero vantaggio dato a noi poveri mortali sbattuti quaggiù, nel mondo dell’affanno, dalla parte di Spessotto: poterci scegliere almeno il tipo d’infelicità, la qualità dell’infelicità.
Non è una scelta da poco, anzi per me noi siamo tutti lì, riveliamo noi stessi in questa scelta, il modo in cui possiamo e sappiamo essere infelici dice "chi siamo veramente".
Chiaro che da questo mio “oziosissimo” discorso sono escluse le categorie d’infelici relative alle disgrazie vere (bambini nati già orfani, poveri e con l’aids in Ruanda …) cioè proprio coloro che l’infelicità non possono sceglierla e, spesso, sono meno infelici di quelli che possono sceglierla.
Lo so che sembra strano, ma io la prima cosa che guardo in una persona, specialmente se m’interessa, non sono le mani, gli occhi, le scarpe, la macchina… no, la prima cosa che guardo in una persona è la sua infelicità, come se la porta in giro o la nasconde, come la vive o la nega.
Sì perché ormai, dopo anni e anni, so riconoscere, a prima vista, un'infelicità di qualità quando la vedo.
Ci sono infelicità bellissime, di gran qualità, portate in giro con somma eleganza, con grazia, e riserbo. Ci sono infelicità rarefatte, bidimensionali, musicali, aperte, accoglienti, colorate, allegre, piene di mondi sognanti e di chimere allevate nel bidet.
Ci sono delle infelicità pessime, ostili, chiuse, miserrime, mediocri, facili, di bassa lega, infime, miasmatiche, dense, cubiche, impenetrabili, radioattive, contagiose, senza rimedio, distruttive, che trasformano “ogni fiore in spazzatura”; sono infelicità fatali, figlie del Male … da esiliare nello spazio come i nemici di Superman.
Ci sono infelicità medie, indifferenti, mimetizzate, geometriche, organizzate, omologate, speculari, interscambiabili, di gruppo, impaludate, abitudinarie, senza picchi, normalizzate.
Insomma i modi dell’infelicità ci determinano davvero in ciò che siamo.
La qualità dell’infelicità contraddistingue noi umani e lo stato evolutivo dell’anima.
Ora so già che la parola qualità può essere un concetto contraddittorio accostato alla parola infelicità, ma davvero credo che sia tutto lì quello che abbiamo saputo fare di noi, del nostro dolore.
Il tipo di infelicità che ci scegliamo dice se il nostro dolore è diventato concime buono per speranze fondate o se si è autoalimentato in una palude che ci inghiotte. Le parti migliori di noi possono essere relegate in gattabuia e per tutta una vita da una pessima infelicità o invece potenziate da una buona infelicità a passeggiare quotidianamente sotto il sole.
Come fare? Il busillis è tutto qui.
Come scegliere una buona infelicità, la nostra infelicità?
Io non ho la ricetta, come potrei?
Purtoppo nessuno ci insegna a scegliere, signora mia, lo dobbiamo imparare da soli “come si sceglie la nostra infelicità” facendone esperienza, cadendo più e più volte nel loop, nell’errore ripetuto di valutazioni ingenue, di aspirazioni improprie, acquistando tanti e tali modelli apparentemente funzionali nella forma e convenienti nel prezzo, poi, puntuale o tardivo, arriverà Doctor Tempo a mostrarci quanto inutili siano quei modelli d’infelicità che abbiamo scelto e che non ci appartengono, e che non ci rappresentano per nulla perchè non sono mai stati "noi" pienamente. Fare esperienza dell’infelicità, ovviamente, significa "non negarla", ma vederla, ammetterla, darle il suo nome, conoscerla e addomesticarla. Non solo in noi stessi, ma anche negli altri. Addirittura significa riuscire a darsi una possibilità diversa e darla anche agli altri, avere cura, esercitare la speranza non come forma di ingenuità, ma di fiducia buona nel senso delle cose.
Pretendere dalla cose un senso, darglielo se non ce l’hanno.
Rendere utile il dolore, trasformare in qualcosa bello i nostri inevitabili fallimenti fisiologici o patologici, danzare sulle sconfitte e stare sempre ben sintonizzati sulla buona frequenza, quella che riconosce la felicità quando capita.
Insomma la musica è sempre quella: dal letame nascono i fior.
L’importante è coltivare una buona infelicità, un'infelicità che riesca a saperlo
- niente da dichiarare Farolit?
- niente
- è mai possibile? siamo a Settembre.
- certo.
- sù sù, non ci deluda, dica qualcosa.
- non mi va, e poi ora c'ho da fare
- figuriamoci... una cicala c'ha da fare, come se non la conoscessimo..
- uff!... mi lasci in pace
- e cosa ha da fare?
- tante cose
- cosa?
- devo appunto scrivere L'elogio dell'Inerzia, ma prima devo approfondire bene la materia
- come?
- praticando... praticando...
- fa dell’ironia
- moi? jamais!
- ma a che serve scrivere L'elogio dell'Inerzia?
- mmm... non saprei a che serve, però so a chi serve
- a chi serve?
- a me.
- lei è autoconsistente Farolit
- e lei ci ha rotto la miglior parte
- massù, dica qualcosa... loro se lo aspettano
- non ho voglia, ho da fare
- non faccia i capricci e dica qualcosa di originale!
- "qualcosa di originale", ecco, l'ho detto.
- la pianti. dica almeno qualcosa di sensato
- sensato per me?
- sì
- finestre gialle illuminate
- ?
- soprattutto nella variante viste da un treno che rallenta ad una stazione a cui non scenderò.
- sarebbe, scusi?
- massì… ho un'antica passione per tutte le "finestre gialle illuminate" e soprattutto per quelle "viste dal finestrino d’un treno - un treno in cui mi trovo - che sta rallentando ad una stazione a cui non scenderò". le trovo consolatorie
- delira?
- vede, sono ancora grata ad una serie di finestre gialle del palazzo di fronte al mio triste pensionato di studentessa emigrata, 15 anni fa , nella livida inumana Milano. erano il mio cinema, il mio piccolo focolare di sopravvivenza. ancora le penso con gratitudine.
- capisco. lei, comunque, ha delle strane passioni
- tutti abbiamo delle strane passioni
- dice?
- sì, il fatto è che non tutti sappiamo di averle
- e ora che fa?
- scccch… mi lasci in pace... devo entrare…
- ma questa non è casa sua
- lo so, e allora?
- un'altra passione?
- sì
- i portoni?
- Sì sì, i portoni i portoni, non tutti però... solo quelli "semiaperti che alludono ad un cortile" (senza portieri guardiani), "quelli semiaperti su un atrio in penombra". appena ne incontro uno mi ci infilo sempre, senz'altro motivo che trovarmi in mezzo a quella vita. a quell’altra vita.
- lei è curiosa
- può essere...
- lo è!
- mi dovrei offendere? non mi offendo. m'interessa la vita che mi vive accanto, mi piace, credo sempre che mi riguardi
- la sua curiosità è una forma di follia
- può essere ...
- le farà male
- non mi pare, guardi, sono un fiore! ergo, ne deduco che la curiosità mi fa bene
- e gli altri che ne pensano?
- o bhe, sa, dipende... c'è chi approva, chi disapprova, il mondo è vario
- non le sembra un'inutile perdita di tempo?
- no, mai. la verità è che ho seri problemi con gli utili guadagni di tempo…
- ora straparla
-… forse perchè il tempo non esiste…
- Farolit! ... si fermi! (l'abbiamo persa)
- …e i piccoli cimiteri di paese? meglio ancora quelli delle isole... anche per quelli ho una vera passione, quante storie, quante vite là dentro ...
- ma a lei, poi, che gliene importa?
- e a lei che gliene importa di cosa me ne importa? anche lei mi pare un tantinello troppo curioso
- io batto il tempo
- lei batte me
- io sono lei
- no, lei è una parte di me… anche se fingiamo il contrario
- allora mi conosce?
- sì e non vorrei
- allora mi capisce?
- sì e non dovrei
- e non c'è modo di ricomporci?
- no, questo è un monologo schizzofrenico, non è necessario ricomporlo
- allora rimaniamo così, concordemente divise
- sì, non ci daremo fastidio
- e ai lettori che diciamo?
- quello che diciamo sempre: "dite la vostra, se vi garba"
- sì, ma su cosa?
- aaah ma allora è anche un pò rinco!...Ovvio, sulle strane passioni personali
- mi sembra una buona idea
- la sorprende?
- bhe...
- a cicalar le buone idee non faltano mai
i feel good