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domenica, 29 ottobre 2006

Cantami Cicala...

"della vera storia di Don Farolit dal Neurone Solitario nella mirabile avventura nella Terra di Tortoriciland”


viaggiofarolit 

Svegliatasi indebitamente presto a cagion del caldo e dell’ansia per la nuova impresa, Don Farolit ricompose i pezzi di sé, di quella pericolante armatura che era il suo corpo al mattino dopo 7 ore di tango consumate la  notte prima. E, compiuta la taumaturgica colazione e i debiti rituali che ne conseguono, preparò la “truscia” con tutto l’occorrente per l’impresa: fotocopie, mutande, cd, numeri di telefono, borsecalde, ansia, idee, tappi per le orecchie, taccuini, antistaminici, libri.
Si rifornì di soldi dalla sorella, prese l’amuleto materno, sull’uscio consolò l’inconsolabile Isotta (sfranta di dolore per la separazione), prese bagatti e bagattelle e uscì dall’avita magione.
 A bordo che fu della Fiestamobil, si fermò alla stazione, la foraggiò di benzina, di aria per le ruote e acqua per il radiatore, di Murolo per il lettore di bordo e l’abitacolo tutto. Dopo tutta questa doverosa procedura, la baldanzosa Don Farolit e la fida Fiestamobil imboccarono il fatidico viale il Torrenziale Boccetta, quello attraversato ogni giorno da   migliaia di Tir del Continente che , a mandrie sciamanti,  frettolosi di raggiungere le più sperdute e recondite lande di Siculandia, ogni tanto, incuranti, sono soliti schiacciare come cacchine passanti imprudenti e vetture ignare. Esequie, esequie.
Ma il coraggio certo non faltò a Don Farolit che subito, tanto per ardire, tentò il sorpasso di uno di questi colossi del libero andare. Non dimenticando certo quell’ultima volta che si era allontanata per monti, au bord de la  Cinquecentoentocar, avventura rischiosa assai, datosi che, contro il volere dell’apprensiva matre e per eccesso di prudenza, aveva distrattamente attraversato i  perigliosi tornanti di GualtieriMountains col freno a mano tanto che alla fine della discesa le cedettero i freni come in un triller e solo per miracolo non si spappolò contro qualche muro lungo la statale di Giammòroland. Rimase lì, ferma e attonita, una bella pezza, attendendo soccorso, vestita da cerimonia (tutta di rosso, da ex fidanzata dello sposo) un’assolata Domenica pomeriggio. Non perse mai il ricordo di quell’inquietante episodio. Questo precedente pendeva come un fantasma beffardo sull’orgoglio di Don Farolit che centuplicò l’attenzione alla guida unendo misura e destrezza. In questo stato d’animo imboccò l’autostrada
.

Alle 11 e 12 la Fiestamobil era già all’altezza di  RomettaTàun. viaggiolit1 E, mentre laggiù la natura d’intorno in pullulante primaverile tripudio salutava il cavaliere e il suo fido insigne neurone con gialli di ginestra, e bianchi e rosa d’oleandri, e palme e verdi colli, e sprazzi di mare azzurro alla destra, Murolo intanto, con voce ferma e calda, incitava il Nostro alla nobile impresa “jàmme! jàmme! ‘ncoppe jàmme jiaaa…” . E così Don Farolit, funiculì funiculà, carica e ardita decise di lanciarsi a superare i colossi incontrastati  alternando misura e destrezza nel viaggio che  la conduceva all’impresa. Il primo Colosso fu un Carico Infiammabile; apparve nella curva di un viadotto, subito prima dell’imbocco di un’oscura galleria. Sappiamo… sappiamo che un tempo siffatto accidente avrebbe spinto il Nostro alla prudenza, virtù preclara degli inerti, allora si sarebbe accodato dietro il Colosso seguendolo alla sua lenta andatura, pago dell’ansiosa inettitudine. Decise invece che quel tempo era ormani lontano, fece un respiro e s’affrontò nel suo primo ardito sorpasso “Carico Infiammabile nella curva di un viadotto all’imbocco di un’oscura galleria”, funiculì funicuà, destrezza e misura, fu un successo esaltante trovarsi il Colosso infiammabile alle spalle in galleria e poi fuori. Peccato non ci fosse nessuno a testimoniare l’aridmento e soprattutto peccato non ci fosse il prode Gneppo Cavaliere dalla Memoria Smarrita, compagno e testimone eletto di tutte le farolitesche avventure.

Così, in quell’andare, non mancarono altri sorpassi di macchine e di colossi, senza mai superare la fida andature di chilometri cento. Da lungi, nel cielo d’azzurrina dolcezza, si stagliava l’audace rocca di Tindari, salutata da girotondi rapidi e corti di rondini, da volute lente e carezzanti di falchi.

Così Don Farolit si lasciò andare a pensieri più ameni, Murolo toccava una corda dolce e dolente “nu belle maritielle è sempre bbono, a verità ce vo’ ‘na cumpagniiia… trìcche trìcchè trìcchè llàriulà…" Eppure, meditava Don Farolit, quella solitudine, per quanto non cercata, si addice ad un’anima errante come la sua, anche se questo è difficile da spiegare e da comprendere. Abbandonandosi a questi pensieri senza direzione s’avvide tosto che diverse macchine la superavano, ansiosissime di affrontare la Rocca Immane e il Lungo Tunnel che la perciava; mentre quieta la Fiestamobil arrancava già da un po’ dietro un’Enorme Motrice Senza Carico, ma con un gigantesco carrello.

Quest’altro Colosso si muoveva ad un’andatura media, non troppo lenta, né troppo forte.
La stessa andatura che Don Farolit dava alla Fiestamobil. Ragion per cui non c’era motivo (o sì?) di superarla come avevano fatto gli altri. viaggiolit2 Così, quando la rocca si fece vicina, immensa, e tutti entrarono dentro il Buio Lunghissimo Interminabile Tunnel, Don Farolit si assestò dietro l’inquietante congegno cigolante, meditando (da dotto letterato cultore di simboli qual era) che se quel cigolante ed inquietante marchingegno senza carico (che procedeva alla sua stessa familiare andatura  davanti a lui  in un lungo interminabile tunnel )  fosse stato una metafora ... certamente… facilmente… sarebbe stato l’immagine di un dolore.
Uno di quei dolori costanti, continui, abituali, familiari che certamente anch’egli aveva avuto nel buio lunghissima interminabile tunnel della sua tardiva adolescenza. Non c’era bisogno di superarlo, ormai erano soli già da un pezzo, fuori dal tunnel, sul viadotto, in curva. Nessuna macchina, opera forse di qualche Mago dell’ANAS, le macchine erano tutte sparite , come per incantamento, per lasciar spazio e  non lasciar dubbi sull’evidenza di quella metafora. Fuori dal tunnel la strada sotto le ruote della Fiestamobil si faceva incerta, un grande cartello luminoso allertava Autostrada Dissestata e nessun altra indicazione. Don Farolit non si perse d’animo, seguì le indicazioni che la voce di Irene, optuma duce, le aveva dato e, dopo aver accortissimamente controllato tutte le indicazioni, senza confondere i fischi con i fiaschi, i capri con le rocche, imboccò finalmente l’uscita “Rocca di Caprileone”. La metafora sparì insieme all’adolescenza protratta. Infatti il sole splendeva alto, la casellante augurava “Buonagiornata” e
Don Farolit, con sguardo fiero e sorriso soddisfatto, era arrivato, tutto da solo e in meno di un’ora, alla prima ambitissima mèta del suo periglioso viaggio: Rocca di Caprileone.


Ristette un pò all’imbocco del paesello, stretto dalla Canicola Rovente del Mezzogiorno Siculo (già già proprio come vogliono certi  films), ma ebbe fortuna: viaggiolit3accanto ad una casa  in semicostruzione ma abitata c’era un albero, betullaceo (poi si scoprirà essere un nocciòlo), non troppo vasto ma grande abbastanza per pasturare d’ombra l’animo stanco e accaldato del prode Farolit.
Lì attese Irene, optuma duce.

E lì nell’attesa, a bordo della Fiestamobil, sotto il nocciòlo, su un quadernetto leggiadro assai (soavissimo dono di Madama Brioscia) e con una matita ben temperata (almeno quanto un clavicembalo) lì e così prese a scrivere l’inizio di questa storia.


In quel mentre… Irene si preannunciò con un telefoninico squillo e, finalmente, giunse a bordo della sua scalpitante Pejocàr. Don Farolit la seguì tosto. Uscite che furono, non troppo lentamente, dal paesello rovente s’introdussero ben presto in  una via che partiva piana e retta come una riga tracciata col righello per poi inclinarsi d’improvviso  e torcersi in curve ampie. viaggiolit4Presto, anzi in un battibaleno, si trovarono in mezzo ai monti, verdi,  verdi di un verde denso, fitto, buio, senza faglie, come un Enorme Oscuro Abbraccio di Clorofilla.
Don Farolit, inebriato, avrebbe voluto indugiare nel godimento di quegli insoliti luoghi e anche la Fiestamobil, già lenta per natura sua, indugiava volentieri a rallentare l’andatura. Ma Irene pièveloce e la sua SpidiPejò scavalcavano tutto questo, ignorandolo, con la rapidità di un dejavù, alla velocità di curvatura di 90 Km orari.  Don Farolit sentiva di addentrarsi in terre scognite, percepiva di lasciarsi alle spalle virtute e canoscenza, varcava il limite di un altro mondo.
La via per Tortoriciland era ancora lunga. Man mano che si saliva, arrancando, la strada si stringeva e le curve si accorciavano. viaggiolit6 Ad un certo punto IreneDuce sparì dall’orizzonte e apparve improvvisamente un’ Oscura Vettura  che si pose alle spalle della Fiestamobil, anzi  precisamente col muso molesto attaccato al suo pigro di dietro. A bordo dell’OscuraVettura c’erano tre strani individui dall’aria poco raccomandabile. Don Farolit attese paziente di essere superata, ma l’OscuraVettura la tampinava minacciosamente  tenendole il fiato sul collo .
E’ in momenti come questo che si vede l’eroe. Don Farolit non mutò andatura e presto giunse ad un trivio dove impaziente l’attendeva  Irene sulla scalpitante Pejocàr. Un non picciol cartello annunciava (o intimava chissà) “Benvenuti in Tortoriciland” .

Don Farolit esultò. Era il primo cavaliere della sua stirpe a spingersi fin lassù. L’impresa procedeva con successo.
L’OscuraVettura prese un’altra direzione. La Fiestamobil, invece, lesta attraversò la Tortoricitàun all’inseguimento della superfotonica Irene. Un altro cartello annunciava (o intimava chissà) “Benvenuti nel Parco dei Nebrodi”  e forse anche "Hic sunt leones! Mantenete la speranza o voi che entrate". viaggiolit5

E in effetti monti verdi, più alti, più fitti, circondavano ovunque  il cammino di Don Farolit in quale procedeva arrancando curva su curva e, in barba alle sue ancestrali vertigini, lambiva gli strapiombi, sù  sù  per continui tornanti, sù per i monti senza perdere il filo. La fida Fiestamobil mai tradì il suo affidato guidatore; non si spense nemmeno, pur dovendo, dopo una dozzina di perigliosissime curve a gomito. Intanto si moltiplicavano i cartelli “Attenzione Mucche” e gialle farfalle annunciavano che si era ormai immersi nell’elemento Natura Pura, Lei.

viaggiolit9Una strada sterrata e niente case, solo alberi fitti, boschi bassi, arbusti, intorno un unico colore verde verde verde … e un odore.. un odore che non era odore, era l’aria, l’Aria Primigenia. Sorella Aria, ossigeno terso, null’altro. Alla Contrada di Santandrea IreneDuce fermò la Pejòcar e indicò la Scuola Media ove Don Farolit e il suo Neurone Solitario avrebbero dovuto compiere la fatidica Impresa:vaiggiolit8 un Corso di Educazione alla Legalità in un’Ottica di Pari Opportunità” a ragazzi della Media, nell'estenuato mese di Giugno,   4 ore al giorno per tre pomeriggi cosecutivi, in una Terra  dove le regole non esistono e se esistono sono altre. Praticamente la tantalica Impresa consisteva nell'essere leggittimamente lapidata e sopravvivere. Quando Irene indicò la Scuola Don Farolit non vide niente, bisognava sporgersi per vedere. La Scuola non  era sulla strada, ma era sprofondata giù giù in un bellissimo noccioleto.
Era una casetta di Biancaneve, piccola e colorata, con tante finestre, immersa nel verde, a misura di nano.

 

La Faroliteide CONTINUA ...

Postato da: farolit a 15:45 | link | commenti (35) |

giovedì, 12 ottobre 2006

INTERVALLO 
Non-sense con musiche


Dentro

Dentro un quadro

Dentro un quadro due persone

Dentro un quadro due persone di spalle

Dentro un quadro due persone di spalle e un’altra

Dentro un quadro due persone di spalle e un’altra che guarda

Dentro un quadro due persone di spalle e un’altra che guarda oltre

Dentro un quadro due persone di spalle e un’altra che guarda oltre il limite

Dentro un quadro due persone di spalle e un’altra che guarda oltre

Dentro un quadro due persone di spalle e un’altra che guarda

Dentro un quadro due persone di spalle e un’altra

Dentro un quadro due persone di spalle

Dentro un quadro due persone

Dentro un quadro

Dentro

 

... plìn-plìnplinplìn ...

Postato da: farolit a 22:40 | link | commenti (42) |