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Toilette delle signore. Due tanguere si truccano.
Una bella fanciulla bionda, occhi azzurri, chiarissima di pelle ha appena finito mettersi il rossetto e guarda ammirata un'altra fanciulla bruna che si sta truccando gli occhi.
“ma che bel colore di ombretto che hai! E’ stupendo, è da tanto che cerco questo colore, tu dove l’hai preso?” la bruna le mostra una polvere chiara con cui dava luce al suo sguardo
“dici questo?”
“ma no” ribatte la bionda “non dico questo colore, è troppo chiaro per me”
“quale allora?” fa la bruna
“l’altro, quello che hai sulle palpebre… il marrone!”
“aaah...” fa la bruna con un mezzo sorriso”ma quello non è ombretto”
“e cos’è?” fa la bionda sempre più curiosa
“sono le mie occhiaie” risponde seria la bruna
“sì vabbe’ daaaai..?” replica la bionda pensando ad uno scherzo provocatorio o forse a uno stupido segreto di bellezza da non voler condividere
“dico sul serio!” insiste posata la bruna “io non userei mai il colore marrone, lo detesto… ma avendo le occhiaie di questo colore, le sfrutto come ombretto… aggiungo solo un po’ di chiaro, un po’ di luce dove serve, sulla parte alta della palpebra, vedi?”
“nooo, non ci credo” fa la bionda diffidente, quasi indispettita.
Così la bruna si avvicina alla bionda e svuota la trousse dei trucchi nel lavandino.
“Guarda, vedi per caso ombretti marrone tra i mie trucchi?”
La bionda controlla avida e ripete “non ci credo, non ci credo lo stesso”
allora
“guarda!” le intima "allora?"
La bionda si convince, rimane basita e poi esclama “fichissimo!”
“ebbè...” fa la bruna passandosi il rimmel tutta compiaciuta neanche fosse lo spot della l’Oreal “... che vuoi fare.. i difetti... c’è chi ce li ha e c’è chi non ce li ha.... io modestamente ce li ho” Poi con aria soddisfatta guardandosi allo specchio aggiunge
“Ragazza, il mio è un trucco Zen, vero e oziosissimo, non lo si compra, lo si è”
Il trucco dunque.
Il trucco c’è. Per fortuna c’è il trucco a proteggere le nostre verità.
Sì perché per indossare una buona maschera di sopravvivenza bisogna prima conoscere il trucco che la sostiene. Mica si può andare in giro con l’anima nuda. E per truccarsi bene, cioè in modo che il trucco non sia evidente, bisogna conoscersi bene, conoscersi davvero, luci, ombre, meandri, scintille. Tutto. Senza mentire, senza omettere, senza raccontarsela, senza illudersi. Senza pretendere altro da sé.
Per un buon trucco la verità bisogna conoscerla tutta, dirsela fino in fondo.
Altrimenti il trucco ci aggredisce e ci tradisce senza pietà svelando tutte le vulnerabilità che pensiamo di nascondere, i limiti a cui vorremmo dare invisibilità o senso di pregio.
Un cattivo trucco può essere fatale, rischia di dire le cose che non vorremmo dire, proprio quelle che vorremo tenere celate, come debolezze segrete, faglie dell’ambizione.
Un cattivo trucco ce le dipinge in faccia spietatamente.
Quando mi trucco, quando cioè affronto la mia faccia e le sue intenzioni, devo prima parlarmi, interrogarmi. Devo chiedermi oggi chi sei? Oggi “chi sai essere”? Quale parte di te puoi raccontare senza mentire? Truccandomi non mi chiedo mai chi vorrei essere. Devo attingere a me stessa comunque.
A volte mi trucco “senza trucchi” e a volte dico la verità con il rimmel.
Insomma ci vuole grande onestà per “truccarsi”.
E non è necessario che il trucco non si veda perché sia un buon trucco.
E’ necessario che non ci tradisca, che non menta.
Che rispetti la magia del vero. Noi siamo anche il nostro trucco.
I trucchi dell’anima li lascio perdere perché la questione si farebbe lunga e cavillosa e non ho voglia di polemiche. Dei trucchi della seduzione (del genere specificicatamente sentimentale) ho poco da dire, tranne che è dal 1989 che non ne incontro di degni, di veramente efficaci nel tempo.
Dei miei non dico perché sfuggono alla mia stessa comprensione, funzionano a modo loro, proprio non li capisco. Vanno dove dicono loro, non dove voglio io. E soprattutto non quando voglio io, come se avessi uno strabismo di venere (dolce venere di rimmel!) che colpisce l’oggetto sbagliato al momento giusto o l’oggetto giusto la momento sbagliato.
Insomma il mio trucco ha una sua verità ma nessun metodo.
E’ fuorisincrono e antieconomico, ha un’efficacia paradossale da tempi carmici.
Praticamente non serve.
Perché in fondo il mio trucco è non avere trucchi.
E tu, gentile username di questo cyberspazio, tu come ti trucchi?

Ad esempio... la Farmacia mi piace.
No, non a causa della mia vecchia ipocondria ormai ammansita. Au contraire.
Ho impiegato molto tempo a capire perché
Del resto sono convinta che ognuno di noi abbia di queste strambe preferenze e che dietro ognuna si nasconda una chiarissima ragionevole motivazione, a volerla approfondire.
E io finalmente ho approfondito, ho capito perché amo entrare in una farmacia.
Aldilà dei paradossi è il luogo simbolico del Rimedio per eccellenza. Ma quel più conquista di questa bella metafora è proprio il luogo, il luogo fisico, tangibile, concreto in cui qualcuno ha pensato di riunire tutti i possibili medicamenti per il corpo.
E tutte quelle formule per un possibile sollievo, tutte quelle cure che qualcuno ha cercato, tutti gli espedienti che qualcuno ha trovato, già per il solo fatto di esserci fanno bene, mi (ci!) riportano a l'idea che il male (quello che abbiamo e ogni possibile male) è transitorio.
E' arginabile, cioè si può affontare. Lo so, non sempre è così.
Ma lì, in Farmacia, c'è una soluzione anche solo momentanea.
Lì, almeno lì, c’è la possibilità di un provvedimento più o meno efficace diretto proprio a risolvere la situazione dolente, difficile, e con tanto di posologia.
La possibilità del rimedio è già in qualche modo un rimedio.
Anche uno pseudoconforto che distrae dal patimento vero o immaginario è rimedio.
Una palliatina, come la chiamava mia nonna. Palliativi, cose tipo il miele rosato messo nel ciuccio a distrarre me bimbina dal dolore tagliente dei primi dentini che spuntavano a martoriare le mie tenere gengive.
Ecco sì, lo accetto, mi sta benissimo, mi si prenda pure in giro con le palliatine, con soluzioni inventate e un po' placebo. Mi sta bene. Mi sta bene che il rimedio sia pensato prima come possibilità che come realmente risolutivo. Perchè già il solo pensare a un rimedio possibile funziona, cura.
Entrare in Farmacia (non necessariamente a comprare medicine) per me significa entrare fisicamente in questa idea platonica, in questa visione delle cose, del porre rimedio, del tentare una soluzione.
Non tutti rimedi possibili sono raccolti in una Farmacia (ad esempio è scandaloso, illegale, che non vengano distribuiti Mozart e la cioccolata) lo so. Ma ma appaga comunque sapere che la
Inutile dire oziosamente che mi piacerebbe poter caldeggiare presso il Ministro della Salute l'Istituzione di "Farmacie per l’anima" con rimedi e medicamenti appositi.
Ma l’anima non è così meccanica e scientificamente omologabile (non lo è neanche il corpo, ma povera bestia lui si adatta). Forse per questo non può esistere un unico luogo che sia il luogo di raccolta di rimedi per l’anima.
L'animo umano è unico. Vasto e molteplice anche nei rimedi.
Insomma, divertendomi a cercare immagini per questo post, alla voce "rimedio" Google ha tirato fuori di tutto: madonne, medicinali, chiese, teatri, sport, picchi di montagna, copertine di libri, fiori, agrumi, arie d'opera, ritratti, labrador, salsicce, bicipiti, manette, palloncini, etimologie, uomini di vitruvio, sedie a rotelle, silicone, alberi, salti, escursioni, amache, viagra, prugne, torte, psicoterapie, parafulmini, creme, delfini, arance, tubi idraulici, preghiere, windsurf, saponette, paracelso, cuscini di farro, veleni, autostima, fiori di loto, sistema binario, iperico, pistole, sciarpe, tappi, antivirus, licheni, etimologie, quarzi, piscine, eucarestie, tisane, peperoncini, meditazioni zen, vape, impermeabili, mentine, smacchiatori, argille, baite di motagna, piante, preti, mare d'inverno, marmellate, scaldacollo, erbe, stelle…
Moltissimi rimedi mancano a questa lista… (manca il sole, manca la musica, mancano le carezze, mancano i bambini, manca mia nonna Rosa, mancano le telefonate degli amici, mancano i pomodori, mancano i libri, mancano gli abbracci, manca la cioccolata, manca la compassione, manca il latte, manca il mare, manca il tango, manca Internet, mancano le nuvole, manca il riscaldamento autonomo, manca il lavoro… ) ma da essa appare chiaro che ognuno ha i “suoi” rimedi che variano da individuo a individuo, alla bisogna, a seconda del danno o della semplice necessità.
Ora dimmi, viandante di questo insolito Autunno, dimmi, tu che passi per questo strampalato post, qual è il tuo rimedio?
Non stare a lambiccarti, dimmene uno qualsiasi, minino o esiziale, da Freud alle Pasticche del Re Sole tutto va bene.
Lo aggiungerò alla lista, purché rimedio sia!
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DIALOGHETTO TRA IO E ME 2
Minuetto della Scelta
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- Allora hai deciso?
- Ho deciso
- E perché quella faccia?
- Decidere non mi piace mai
- Perché?
- Perché tutte le volte che si decide… qualcosa nasce e qualcosa muore
- Sì, ma almeno vai avanti, ti muovi, agisci
- Sembra…
- Come sembra? É così. Decidere è comunque un guadagno
- Comunque e non solo
- ?
- Quando la scelta diviene azione, lì in quel punto qualcosa si perde irreversibilmente
- É il Principio Categorico della Legge delle Scelta. Funziona così ubi major…
- Già ubi major…Come una sponda da cui si salpa, ti sembra di non sentire lo stacco perché guardi avanti. Avanti, verso la direzione che hai preso
- E invece?
- E invece lo senti. Non lo vedi ma lo senti, come un tonfo dietro di te. Lì qualcosa si perde, quella parte di te che avrebbe potuto essere altro, una possibilità ulteriore, qualcuno che avresti potuto essere ma che non ti sei dato il modo, il tempo, l’occasione di essere. Qualcuno a cui rinunci. Qualcuno che non conoscerai mai. Qualcuno che sei tu.
- Ma quando si decide non si pensa a questo
- Non ci si pensa. Naturale, non ci si pensa subito. Perché si guarda avanti. Avanti è una direzione fondante, necessaria, primaria, ineludibile. E, al momento della decisione, di quel tonfo s’avverte solo un’eco sorda, remota, estranea.
- Non ci riguarda.
- Non ci riguarda? Sembra. Solo dopo molto tempo, alla distanza lontanissima della sponda a cui si approda, solo da quella distanza lontanissima ci si volterà a guardare.
- Non necessariamente. Forse.
- Forse no. O forse sì. Magari accadrà in un giorno di stanchezza o di pentimento, di debolezza transitoria, uno di quei giorni di tristezza indefinita, di malinconia per il futuribile, per ciò che avremmo potuto essere. E allora quel tonfo, quell'altra parte della decisione, la perdita, ci arriva con un’eco familiare, vicinissima. E rimbomba forte dentro noi.
- Dentro?
- Sì dentro noi, come dentro un’enorme una cassa di risonanza. Chi avremmo potuto essere? chiede il tonfo. E noi non abbiamo risposte. Solo un silenzio concavo.
- Solite domande oziose, solita perdita di tempo. Guarda avanti.
- Avanti? Ma l’unica dimensione possibile è “qui e ora”, è dentro.
- Quisquilie e pinzillacchere
- Quanto di noi, delle nostre scelte è legato all’attimo, al momento, alla sua necessità contingente?
- Sì ma una scelta che ti fa andare avanti è sempre migliore di una scelta che ti tiene ferma, secondo i Principi Fondamentali della Legge della Scelta.
- Fermarsi o andare sono azioni interscambiabili, sono direzioni equivalenti a seconda della funzione che le rappresenta e della necessità che le governa.
- Allora… potresti decidere di non decidere
- Già fatto, ma anche quella è una scelta
- Ma insomma che vuoi?
- Vorrei essere libera dal decidere
- Ah! Ah! Ah! Bella vigliaccata!
- Ma no.. che hai capito. Non è per viltà, è per eccesso di comprensione piuttosto. Vorrei essere tutte le possibilità. Non voglio rinunciare a me e neanche agli altri.
- Sì sì, tutto questo va bene nella grazia, nello stato di grazia. Solo che non siamo più nel giardino dell’Eden.
- Ma ci siamo mai stati davvero?
- Non ha importanza, ora siamo liberi
- Non siamo liberi di essere
- No, certo. Ma siamo liberi di decidere, non è poco. La libertà è nel decidere, nel prendere una direzione, nel sapere di rinunciare ad un'altra. Ubi major… Insomma, goditi la tua decisione
- Sì lo so. So tutto. E sarebbe anche bello godersi la libertà di decidere se non avessi sempre questa sensazione fastidiosa di non appartenere mai completamente alle mie decisioni, di non coincidere mai pienamente con esse.
- Perché?
- Il tonfo
- ?
- … Sarà che io il tonfo lo riconosco subito. Lo sento. E so che sono io, l’altra me che si perde irreversibilmente alle mie spalle. Mors mea vita mea. E questo è il paradosso dei paradossi.
- A te i paradossi piacciono
- Mica sempre… mica sempre…
- Mettiamola così, figlia di Pirandello, decidere è una finzione necessaria. Si sa.
- E la verità?
- Ooo la verità…la verità! La verità sta sempre da un’altra parte. Non ha a che vedere con le scelte. Le scelte si fanno per salvare il grosso, sacrificando il meno. Per sopravvivere.
- Già, hai ragione,… sopravvivere, non siamo nel giardino… a volte me lo dimentico, io vivo. Ho sempre bisogno di sapere subito se questo meno che si perde nella scelta è davvero così meno o se invece è una parte così piccola da essere, piuttosto, quella essenziale.
- Stai tranquilla... la vita stessa viene sempre a dircelo…
- Hai ragione…
- Sorridi? Allora ti ho convinto…
- Credo di sì… Ma tu chi sei?
- Sono la tua scelta