Lumini accesi nel buio... fiammelle vive nella notte... scintille di anima e pensiero...
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Meditazioni da(l) bagno
Capelli I
Questo è un post serio. Quasi drammatico.
Un post lungo, di quelli che rischiano di durare mesi, anni. Un post che meriterebbe almeno un intero blog dedicato alla questione. E’ un post delicato che tocca un argomento che coinvolge e accomuna milioni e milioni di anime in pena: capelli.
Ognuno ora sta pensando al rapporto coi propri capelli. I capelli sono lo specchio dell’anima che vorremmo, riflettono la forma di cui abbiamo bisogno al momento, proiettano fuori mutamenti di dentro (anche quelli che non vorremmo mostrare) e, a volte, persino quello che siamo.
Per alcuni di voi i capelli saranno una cosa facile persino trascurabile, roba a cui non dedicare troppa cura e attenzione, ma tra questi solo pochi sono i fortunati dal capello facile, meno dei rassegnati o degli indifferenti.
Ma per tutti gli altri sappiamo già di cosa sto parlando. C’è del dolore, lo so.
Lo so ci sono drammi che si consumano dietro chiome apparentemente ordinate come case sempre a posto, sempre in ordine, finchè non ci scappa il morto e-e-e e così viene fuori la tragica verità di quell’ordine apparente. Allora quanto? Vi chiedo quanto costa l’ordine apparente dei capelli? E non parlo del introito del vostro parrucchiere, magari anche di quello. No, dico in costi psicologici quanto costa affrontare ogni giorno che dio manda in terra la tragedia (perché di questo si tratta) di un capello tendenzialmente crespo e indomabile, che non sa decidersi al liscio né al riccio e che affiora ottuso come un parente ignorante, brutto e petulante di cui ti vergogni assai ma che non potrai mai ignorare perché abita sopra di te, sulla tua testa, devi accettarlo in qualche modo anche se a volte mediti di accettarlo con l’accetta, di sterminarlo con un taglio netto e via.
Perchè sai che non puoi, non devi, e allora cerchi di mediare. Ma come si fa a mediare con l’ignoranza ottusa, senza sfinirsi i nervi? Come si fa a oleare per benino l’ottuso putribondo parente di sangue e lisciargli il pelo ogni giorno senza mai trascurare le visite del sabato? Come si riesce a e mettersi in pace ed accettare di "metterlo in piega" come vuole lui, con calore di phon e pazienza attraverso ore e ore di polso e nervi fermi, ciocca dopo ciocca, ogni settimana che dio manda in terra… sperando che non piova. Perché se non lo fai (o se c’è umido) tutto crolla. Tutta l’impalcatura dell’apparenza si mette in discussione e vengono fuori le magagne. Come disse una volta la mia amica Imperatrice delle Nanotecnologie. “I capelli fanno l’ottantapercento dell’apparenza” . Ed è verità inoppugnabile, universalmete testata e riconosciuta da donne e uomini.
Lo so, mica c’è solo l’indomabile capello crespo (in tutte le sue varianti ispido, ricciuto, finto liscio ma elettrizzato). Lo so, lo so. ci sono anche i capelli irriducibilmente lisci, refrattari a qualsiasi permanente, pena la morte. O così o così. Capelli tristi che nascono, crescono e muoiono lisci, senza possibilità alcuna di cambiamento. Guai però a lamentarsene davanti a un crespo! Ci sono capelli ricci, solo ricci, sempre ricci, fitti fitti come copertine di lana merinos. Capelli isterici che s’infliggono stirature chimico-metallurgiche come cavie decise ad affrontare un difficile terribile processo alchemico tipo pietra filosofale, quale che sia il risultato, e mai sicuro della riuscita e anche lì. Ma anche i riccioletti che tacciano davanti a un crespo. I ricci naturali sono sempre accattivanti creature di dio.
Ci sono i capelli sottili, pochi e radi. Peluria pulciosa lanugine. I famosi “quattro peli” quelli che quando li raccogli son più sottili dell’elastico che li raccoglie. Quelli che quando ne cadono due …è la fine.
E poi ci sono i capelli folti, fitti, densi, pesanti. Capelli duri, grossi come cordame. Capelli che pesano e quando cadono fanno rumore. Capelli impegnativi. Capelli che per asciugarli tutti bisogna prendere due gioni di ferie. Capelli che per raccoglierli ci vogliono puntelli di acciaio flessibile.
Tutti questi tipi di capelli però devono inchinarsi e stendere un velo di pietosissima comprensione davanti agli stempiati, i mezzocalvi, i pelati. Rasati per pulito rigore o portatori malsani di un unto tragico codino. Sono menomazioni dolenti, si sa, occhi bassi soprattutto sulle struggenti protesi di riporti e toupè.
Gli uomini sono più colpiti delle donne, si sa. Anche se gli uomini hanno altri vantaggi dati dalla loro uomitudine: la barba consolatoria e tutto il pelame sparso che sono autorizzati a tenersi come prerogativa del mascolino appeal. Per non dire che invecchiando e sbrizzolando i maschi non subiscono la schiavitù della tintura coprente per i capelli bianchi che, come si sa, sulla donna invecchia e sull’uomo intriga. Quello che non si sa è il mistero delle cotonate stuoli di donne che dalla menopausa in poi si cotonano i capelli e li tingono di un colore indefinito ma riconoscibile. Le cotonate sono un'istituzione: madri nonne zie, sai che fanno la spesa sempre e a natale i regali e sanno gli onomastici di tutti. Le cotonate sono così.
Ma il vero dramma, la tragedia irrimediabile (peggio di qualsiasi calvizie) sono “i capelli che non stanno in nessuna maniera” i disadattati perenni, quelli per cui non c’è taglio, acconciatura che gli dia forma, si capisce che non vorrebbero stare su quella testa ed espongono il legittimo proprietario a ludibrio pubblico (ma come cazzo porta quei capelli)
Questi disadattati non trovano mai pace, fatta eccezione per brevissimi periodi in cui un oscura mescolanza di misteriose congiunture favorevoli (il parrucchiere bravo che è di buon umore, una predisposizione tao ad accettare quello che viene, una condizione di vuoto zen nella testa, gli ormoni calanti vostri, la luna crescente, un giorno di primavera, la canzone giusta alla radio, la sciampista in fase di ovulazione, il passaggio degli aironi nell’oasi protetta di vendicari, il fenshui della sedia su cui avete fatto lo sciampo perfettamente armonizzato con quello del taglio, la digestione vostra e del parrucchiere perfettamente allineate…) determina un taglio e una piega indovinati che durano dieci giorni e poi puff! spariscono irrimediabilmente nel mondo misterioso da cui sono venuti. Una volta a me mi è sparito pure il parrucchiere che mi aveva fatto il più bel taglio che abbia avuto, nessuno al negozio ha saputo dirmi che fine aveva fatto.
Mistero inglorioso dei coiffeurs!
E poi ci sono le mesciate. Le mesciate lungochiomate. Un mondo a parte. Un mondo che m’intimorisce assai, perché non lo conosco e lo temo. Perché dietro (dentro!) una mesciata c’è del metodo. Del metodo potente. Temibile.
Perché la meche (che si sappia una volta per tutte!) è una dottrina vera, è una disciplina autentica e micidiale. Un fondamentalismo che porta una qualsiasi insospettabile canonica castana verso il lungo tunnel luminoso della biondaggine platinata. Un percorso senza fine che richiede ore e ore di applicazioni alla settimana, per anni e anni di allenamento alla costanza, all’incremento lentissimo e graduale del biondo, anni di fedele puntualità della ricrescita rinnegata, di incrollabile resistenza alle stanchezze. Tutto tempo della propria vita che non ritornerà mai più. E la mesciata lo sa, qui è la sua fede, il suo credo: tutto è perduto per sempre nell’attesa del colpo di sole avvolto nella stagnola. E per cosa? Per convincere il mondo di quell’altra irriducibile brillante verità interiore: dentro si è bionde. Dunque non bisogna mai sottovalutare la forza nervosa di una mesciata lungochiomata, mai fermarsi alla rassicurante apparenza del chiarore crescente. Tutta questa disciplina (la più grande richiesta ai capelli) applicata ai capelli tempra l’animo e rende qualsiasi altra terribile impresa facilmente affrontabile.
Orbene sappi che se un pomeriggio del 14 Agosto aspetti il colpo di sole nella stagnola dal parrucchiere anziché sulla sdraio in riva al mare, appartieni a un categoria di survivor, capace di quasi tutto. Anzi di tutto, senza il “quasi”.
Mai sottovalutare una mesciata, mai.
Si capisce il mio sentimento ambivalente vero?
Forse parla anche una sottile invidia. Ché avendo io i capelli neri “com’esuli pensieri nel vespero migrar” (e pure la pelle verde) posso fare ben poco. Anzi niente. Posso solo allungarli o tagliarli; ecco sì posso darci un taglio vero, posso avere il coraggio di un taglio corto e gagliardo. Altro che meche.
Ma il taglio corto da dare ai capelli di una donna, funziona solo se dentro di lei (nella parte più intima del suo inconscio) c’è un equivalente convincimento interiore. Allora sì, il taglio riesce, funziona, ha senso, è coerente, soddisfa. Altrimenti... se solo ci sono esitazioni in transito nell'animo verranno fuori anche nel taglio, implacabilmente; il povero bravo parrucchiere le intercetterà socraticamente e maieuticamente le tirerà fuori, sin pietad.
E' cosa nota: c’è sempre un momento di forte empatia quando una donna spiega al suo parrucchiere cosa vuole diventare anche fuori, sulla testa, perché lo è già dentro. Quelle che si fanno rosse (non esitano mai!) conoscono bene questa soddisfacente sensazione. Per loro è facile comunicare, non hanno dubbi e questo arriva fuori,in testa.
Infatti la comunicazione tra noi e l'interprete dei nostri capelli (dei capelli che vogliamo essere e dell'essere che vogliamo mettere nei nostri capelli) funziona felicemente soltanto se si è davvero pronte, consapevoli.
Meglio lasciare perdere se dentro di noi il trasloco non è finito e viene fuori soltanto un'apparente voglia di cambiamento, che del cambiamento ha solo l'intezione vaga piuttosto che una decisione ferma.
Meglio evitare di cercare per i capelli una forma che ci corrisponda nella transizione.
Lassù i capelli diranno sempre quello che vogliono, cioè quello che sei, quello che pensi, quello che fai: un trasloco, nel mio caso.
E voi miei capelluti lettori? Voi che capelli siete?
mambo italiano
when you're smiling

Farolamin
pillole di stoltezza
Composizione e contenuto.
Una compressa rivestita (ma anche spogliata) contiene principi attivi di libertadina solubile.
Eccipienti
infantililocolo, precipitato di anarcolito, creativite immotivata.
Farolamin è un farmaco analgesico e antinoia, indicato sopratutto come integratore del buon umore nel trattamento dei sintomi di stress, pesantezza di vivere, alto senso di responsabilità, perdita motivata e immotivata del senso delle cose, cerebralismo serioso e concettismo difensivo, tolleranza passiva alle regole di ogni tipo, attitudine acuta ai doveri, iperragionevolezza e intelletualismo disonesto, coazione ostinata all’ordine apparente, obbedienza ai sensi di colpa, serietà pedissequa, iperautogiudizio e pregiudizio cronico, inerzia morale, masochismo congenito, abitudini frustranti, pessimismo e fastidio, malasuerte y mierda.
Posologia
Dose, modo e tempo di somministrazione. Una compressa al giorno alla bisogna, anche per via telefonica o telematica. Meglio se associata a buon cibo e vino Syra. La compressa rivestita (o anche spogliata) va assunta a stomaco pieno. Va assunta a tempo indeterminato.
Lo Stoltezzol migliora sensibilmente il tono dell’umore. In tutti i pazienti subito dopo la somministrazione si riscontra un positivo stato di ebbrezza incurante e ottimista, una condizione di leggerezza lievemente euforizzante e sedativa che non altera le capacità di attenzione. E’ dunque possibile mettersi alla guida di veicoli. Le reazioni secondarie invece variano da soggetto a soggetto
Precauzioni per l'uso
Non superare le dosi indicate. In caso di sovradosaggio consultare subito il vostro migliore amico. Per la presenza di demenzina somministrare con cautela nei soggetti con insufficienza umoristica o ipertrofia intellettuale. Prima di iniziare il trattamento con la farolamina accertarsi di non assumere pregiudizi necessari e/o inevitabili.
Usare per trattamenti prolungati solo in dosi omeopatiche. E’ accertato che la farolamina crea dipendenza. La libertadina assunta in dosi elevate può dar luogo a reazioni avverse e/o incontrollate.
Dopo un periodo di trattamento con risultati apprezzabili chiamare sempre il migliore amico e renderlo partecipe.
Se la noia persiste e i sintomi non migliorano guardare un film di Totò.
Controindicazioni
Farolamin è assolutamente controindicato in soggetti clinicamente cretini con manifesta demenza congenita grave e spesso inconsapevole, stupidità conclamata, ebetismo riconosciuto, infantilismo senile e peterpanico, nei casi gravi e grevi di psicopatologie dell'età involutiva. E’ fortemente sconsigliato anche in soggetti con gravi insufficienze umoristiche, con deficit di ironia e carenze totali di autoironia. E’ controindicato a tutti i malati affetti da conformismo all’ultimo stadio per ogni tipologia di età, status e genere.
Interazioni
Farolamin è totalmente inefficace se assunta contemporaneamente a forme di pregiudizi e autogiudizi ostinati e critiche infondate di varia derivazione. E' sconsigliato in tutte le Sindromi acute di fuga dal reale e disturbi nichilistici.
Farolamin può e deve essere usato in gravidanza e per l'allattamento di ogni sentimento buono e appena concepito.
Avvertenze ed effetti indesiderati
Con la libertadina sono stati segnalati casi inquietanti di cazzeggiamento selvaggio cronico, ipereccitamento da cupio vacui, rush comportamentali con frequenti gesti surreali e ridicoli, battutismo eccessivo (sia fuori luogo che fuori tempo), atti assolutamente sconvenienti, paraculaggine cronica, gaffes autolesioniste, equivoci dolosi e colposi, outing vaneggianti, eritemi sbeffeggianti, posture zoomorfe e zoofonie incontrollate, fumettoliti acute, rutto libero e pernacchia molesta, accoppiamenti imbarazzanti e contro natura, alterazioni del senso del grottesco, cabarettite sdrammatizzante e ostinata, ridarella tremens, perdita momentanea della memoria del passato, negazione del presente e del futuro, e, soprattutto in gioventù, minchiate macroscopiche (pensate, dette, fatte) tutte da evitare
Scadenza e conservazione
Tenere il medicinale vicino alla portata dei bambini, anche grandi.
Utilizzare il medicinale preferibilmente sotto il controllo di amici fidati, mai da soli. Prima di iniziare la terapia tenere sempre presente tutte le indicazioni conservate nel foglio illustrativo.
Seguire le avvertenze. E’ un medicinale, usare con cautela… ça va sans dire.
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