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mercoledì, 23 maggio 2007

casapiccioni

La casa non voleva superare il millennio.

E lo diceva chiaro, sebbene tutti facessero finta di non ascoltarla.

Ma come una bella casa grande e forte, fatta per superare tutto, pure i terremoti? Quelli eventuali che da quelle parti non sarebbero mancati.  Una casa signorile per giunta, ultimo piano, soffitti alti, pavimenti in cotto decorato. Classe ’21.

Una casa così s'impuntava e diceva no io nel 2000 non ci voglio venire, lasciatemi qua, voglio morire qua. Era Cinastic. E  non c'era verso di convincerla, di adattarla alla contemporaneità e mostrarle che gran vantaggio fosse la contemporaneità tirando fuori qualche ipotesi di termopompa a caldo elettronico.  Lei cocciuta tirava fuori il suo plaidino liso in lana woolite e se lo stendeva sulle gambe, ostinatamente.  Potendo avrebbe acceso anche un braciere e piazzato le salsicce di sabbia antispiffero, ma si contentava della stufetta elettrica con due tubicini di resistenza arancione o di quella a gas. Le piaceva la fiammella azzurrina.   Da sola, a sferruzzare scialletti,  si  godeva quell'odore di legno vecchio e biscotti dell'ingresso.

 E già ci aveva provato, mica no,  tante e tante volte, e ora basta,  era stanca e non ce la faceva più; voleva invecchiare, ammalarsi a modo suo, essere debole… finalmente.

Quanti elettrodomestici s'erano avvicendati nelle parti sue più intime! Pezzi perennemente rottamati e sostituiti.

E quante volte aveva dovuto adattarsi a traslochi di mobili, camere, intenzioni, vite intere vite costruite, consumate, nelle sue stanze. Vite che l’avevano attraversata e poi abbandonata, sempre. Anime di quattro generazioni protette o trattenute dal suo tetto. Ed ognuna di esse passava a lasciare una invisibile traccia sulla sua anima. Spesso senza nemmeno accorgersene.

Ad alcune di loro lei non era mai piacuta, lo sa sapeva. Sapeva che non tutti l'avevano mai capita davvero, per via di quella sua stizza e delle bizze continue , di certi ostracismi di vecchia bisbetica, della fatica che imponeva a tutti,  per prima a se stessa. Era una casa d’altri tempi, la comodità non le poteva appartenere e la fatica era prassi quotidiana dello stare al mondo. Cosa normale.

Se li erano già dimenticati gli anni (tanti) della vasca piena d’acqua.

Quando non c'era il serbatoio e l'acqua per la casa la si raccoglieva (quando arrivava due ore di buon mattino) nella vasca grande e biancoazzurrina e chi voleva lavarsi quella doveva prendere, fredda com'era e versarla col bricco di plastica nel lavandino. E per farsi una doccia solo la mattina presto o niente. Almeno 15 anni di quella vita prima che arrivasse il serbatoio e l'autoclave rumorosa da non potersi accendere la sera, la notte. La notte lei tornava ad avere la sua scomoda ragione: bricco e acqua gelata per certi bidè a gennaio.

Non si faceva amare no, con quegli spifferi alti due metri come le portefinestre e larghi centimetri, tanto che in certi giorni di tramontana vedevi le piante del soggiorno ondeggiare come palme. Ognuna delle sue 17 enormi porte di legno scuro cigolava con lamento di violino che soffre. 
Cardini di un altro mondo quejaban,  intessevano racconti sconosciuti, una privata epopea di bandoneon domestici . Aprire o chiudere una  porta  qualsiasi era come attivare  un ponte levatoio medievale. Aprire una stanza o chiuderla era sempre un evento sancito per sempre da un cingolare lento, rumoroso, faticoso. E quella leggenda maniglie assassine! Nessuno credeva al racconto. Fin quando non ne faceva esperienza di persona: pungoli di ferro che colpivano a tradimento braccia, femori, busti, seni; con colpi secchi e sicuri, con lividi perduranti, trascoloranti di blu viola verde giallo.

Ma lei non voleva fare del male, intedeva  solo dire una cosa, avvisare, dire la sua, farsi sentire.
Ad esempio voleva dire l'indignazione di quella a volta che la smutandarono, quando le tolsero tutte le tende subito dalle sue nude finestre entrò lo sguardo indiscreto di nuvole e piccioni a scrutarla indecentemente. Come dire della sua vergogna di vecchia signora pudica! Lo disse… lo disse a modo suo,  decidendo di gonfiare gli infissi di quelle oltraggiose porte-finestre: sarebbero state dure ad aprirsi e chiudersi. A seconda delle stagioni e del suo umore.  I balconi d' un tempo, ferro battuto decò, destinati a un lento declino metropolitanto, centro sociale occupato per piccioni sfaccendati e piante grasse incomunicanti. 

 Poi ci fu la volta che la scorticarono, quando in un solo giorno le fu spellata la carta da parati come una pelle morta, nonostante quella fosse una pergamena di famiglia sopra la quale un pò tutti nonni, zii, cugini ci aveva appeso un disegno, un quadro, una foto, un poster, una cartolina, un sogno, un crocifisso. A tutti però sembrò normale che lei povera vecchia fosse ritinteggiata di bianco, infarinata di cipria come una debuttante ed esposta a quella nudità ridicola e vergognosa. Se ne fregarono che sotto quella finta pelle giovane le sue povere ossa di mattoni del ‘21 si sgretolavano ad ogni colpo. Continuarono ad andare su e giù per il lungo corridoio stanco, sempre uguale e fidato: arteria, esofago, bronco, pulsante di vita, di transiti perpetui. Trasportando vassoi dalla cucina, telefoni da una stanza all'altra. Indifferenti al collasso. 

No, lei non andava trattata così.  E lo  disse eh…  mica si trattenne lo disse subito che non le andava punto quel modo di fare, che più rispetto ci voleva, chiribbio!
E proprio il giorno dopo il lifting nella stanza dei pensatori (la più adatta agli animi speculativi e sognanti) fece riapparire la buona vecchia macchia a forma di profilo umano, quella macchia stava lì da 30 anni e non c'era nessun buon motivo per rimuoverla. Aveva il suo bel perché a stare lì, altro che muffa nel sottotetto! Serviva alla meditazione, alle migliaia di scelte immaginate a quella decina di scelte intraprese.

Quella macchia era patrimonio di casa, dell’anima di famiglia.

C'erano poi  mobili a quali dava libera licenza di spostarsi al suo interno, potevano andare qui o là trovare nuova luce, nuovo respiro, nuovo senso. Ce ne erano altri che invece, a cui questo non era consentito. Ennò, non potevano mica muoversi e  non dovevano perché lei non voleva. Dovevano stare là dove stavano sempre da sempre. Magari avevano un piede rotto o  erano troppo pesanti, o troppo grandi e non passavano da porte e corridoi;  o magari erano indispensabli nella loro mansione come, all'ingresso, il sempiterno portaombrelli parente stretto dell'irriducibile appendiabiti come gli specchi che, senza mai invecchiare, raddoppiavano la luce lì dove era più buio o come i lampadari di ferro imabattuto che vegliavano dall'alto,   sentinelle mute ferme costanti davanti allo scorrere delle cose di sotto. Prendevano la parola solo se interpellati , per  allertare o rassicurare: "teremoto sì, terremoto no" . Insomma cose che dovevano stare lì lì e lì, lì dove diceva lei.  C'era sempre un indecifrabile perché. 
Anche quando con insondabile spirito di prestigiatore manicheo faceva sparire e riapparire gli oggetti: scatole di latta ripiene di foto, lettere, guanti, sensi di colpa, riviste, articoli, vestiti da sposa, abecedari, tentativi falliti, pennelli, orecchini,  scarponi da sci, rancori,  spartiti, bomboniere, grammatiche di latino, bibbie,  monetine da 10 lire,  sciarpe, palle di natale, tinture di iodio, lucchetti, leoni d'avorio, il Capitale, forcine, telegrammi,  rosari,   centrini, monetine da 10o lire, enciclopedie delle fanciulle, plettri, profumi svaporati, certificati,  ditali, gomitoli, santini, traduttori, pettinesse, rimpianti, monetine da 500 lire, pinne, cartoline, cappelli, chiavi.
E gli odori. Conservava un misterioso album dei ricordi che apriva e chiudeva a sorpresa con  il vago sentore di anice dei sospiri di monaca, l'arancia alcolica dell' amaretto di saronno  dal mobiletto dei liquori, la carta ingiallita (quintali) dei vecchisimi libri nelle vetrine, il dopobarba alla lavanda atkinsons, le tuberose,  il sapone da bucato sole, la candeggina, la cera per pavimenti  mescolati  a quello dei mobili di casa, alla polvere sopra l'armadio, alle colonnine di segatura dei tarli, alla singola vita di ognuno.


L'intera stanza nuziale dei nonni rimase intatta, nei 30 anni, con tutti i catafalchi al loro posto, l'altarino dei lari di famiglia, il collage di foto di  zii prozii cugini nonni  sul comò specchiera,  scortato dai nuovi protettori:  sante Rite e santi Giuseppi in tre dimensioni. Pareva ostinata a rendere irremovibili certe decisioni. Ma non era sempre così.

Non disse nulla la volta che la stanza ambulatorio del nonno medico sessuologo e cattolico divenne un magazzino per due lunghissimi anni.  E fu cosa grave, come sconsacrare una chiesa.

Quel luogo sacro odorava di alcol e medicina, di seri discorsi e intimissime confessioni,  di umanissime storie passate di lì a procreare o a non procreare, a sapere dolorsamente di sè.
Tacque quando al lettino del dottore si appoggiarono biciclette pensionate, quando sul tavolo di marmo del laboratorio spuntò un ingranditore per foto; quando  infinite torri di libri apparvero tra microscopi e crocifissi, tra la vecchia olivetti e blu di metilene, tra i macchinari centrifugaspermatozoi e le  vetrine portamedicinali, rametti d’ulivo, provette di vetro, preghiere e ricettari, palme intrecciate,  televisori rotti.  Barbariche invasioni che  smotarono il Sacro medicale Impero.  Sotto il ritratto del medico pantocreatore, fissato nello spendore bizantino dei  suoi 50 anni, sorridente, camice semiaperto e stetoscopio al collo. Quando tutto questo accadde lei non disse nulla.

Tacque paziente per due lunghissimi anni. Capì la necessaria sconsacrazione.

E quando la stanza svuotata e ricoordinata rinacque a vita nova, dopo che  l'enorme Ara Pacis, la monumentale scrivania del medico sparì, adottata da una altro medico di famiglia; e dopo che al posto del microscopio apparve un umanistico computer ed una grande libreria e la rinascenza misurata di un tavolo di cristallo e di un piccola poltrona baldacchino per principesse bracche... lei sorrise ché quello ora le pareva proprio uno studiolo di San Gerolamo o Don Farolit perché ora così si faceva chiamare l'ultima abitante di quella stanza.

 Il ritratto del medico però era rimasto fisso, sorridente a vegliare e a pantocreare. Anche se nessuno si spogliava più di vesti e paure sotto il suo sguardo competente e fiducioso.

La vecchia sala d'attesa piena di quadri , i quadri del pittore che il medico avrebbe voluto essere, e di libri antichi e nuovi sparì. Al suo posto apparì una stanzetta per bambini in legno chiaro dove si continuò a vivere.

Non disse nulla nemmeno quando portarono via il vecchio pianoforte della nonna e una fitta lancinante rimase lì per sempre al fianco destro della parete del soggiorno. Fece un solo sospiro quando deportarono le spoglie dell'amico divano, ne aveva raccolte tante anche lui di cose da dire e rimandare, faccia a faccia coi sederi di mezza Messina.

Aveva visto arrivare e andare via generazioni e generazioni di materassi di lana, gommapiuma, a molle, generazioni  di sonni, una diaspora di  sogni e di abbracci usciti in teoria silenziosa, senza degne esequie. E' forse il sonno dei materassi men duro? Che vergogna, che mancanza di rispetto e di gratitudine. Queste ultime generazioni danno tutto per scontato! E niente mai lo è.

Persino il tetto che ti ripara, il povero umile tetto che si espone, che si prende tutto, scottature, tempeste e tutti gli eccessi del cielo. E per protesta, un lungo giorno di Marzo,  la casa lasciò che piovesse  dentro,  in quasi tutte le stanze,  tanto che non bastarono i catini e le bacinelle a raccogliere quel rubinetto d’indignazione perpetua.  Dovettero rifare il tetto  e, nel rifarlo, impararne il senso alto, profondo, e la gratitudine che gli si deve.

In cuor suo la casa, fin da giovane, mica si concepiva casa.  Aveva altri sogni, altre ambizioni. La casa si concepiva veliero. Avrebbe fatto volentieri a meno del tetto e per questo spesso si mostrava  insofferente alle pareti; voleva salpare per il cielo o per i mari del sud. Spesso si lasciava attraversare da  vento e  sole e acqua. Non temeva l’aperto. Anzi lo anelava con romantica passione marinara. La stanza di prua, con sei porte finestre,  era un cassero, tutta protesa nel porto aperto della piazza della città e la piazza; e la piazza, a sua volta, era protesa  nel porto naturale della città e la città, a sua volta, si apriva, tutta, al mare.

E rispondeva vibrando ad ogni turbina di traghetto di passaggio come ad una collega. Quei sogni di gioventù se li portava dentro nelle giunture antitelluriche  come un destino del corazon, rimandato ma possibile. Non c’era turbina di nave traghetto di passaggio cui non rispondesse vibrando nelle pareti, salutandola come un simile. Bon voyage!

 

Ora però non ce la faceva davvero più, doveva dirlo, doveva ribadirlo.

Lo faceva capire in tutti i modi. Se ne dovevano andare da lì, non poteva più sostenere la fatica della vita, doveva morire.  Voleva morire e loro dovevamo lasciarla andare.  Dovevano congedarsi da lei invece di accanirsi a tenerla in vita, una vita apparente che non le apparteneva più. 

Sono vecchia, non posso trasformarmi in qualcosa che non sono. Un treno a vapore rimane un treno a vapore, anche nel 3000! Pensava e, come prima cosa, come segno di ribellione colpì  il citofono: ad ogni suonata veniva attraversato da una scossa elettrica che ne staccava cornetta lasciandolo penzolare, come un povero impiccato strangefruit mentre la bracca principessa gli abbaiava dentro con effetto ruggito Addams per l'ignaro citofonatore sottostante,  contemporaneamente faceva fulminare una ad una le sei lampadine dello studiolo, poi quelle del soggiorno, del bagnetto, della cucina a turno, un treno a vapore non lo puoi trasformare in un eurostar, non lo devi trasformare, non puoi forzare oltremodo  ribadiva mentre allagava il bagno rompendo per la seconda volta in tre mesi il flessibile sotto il lavandino e poi sotto il bidet e poi nella vasca bisogna accettare la natura e  i suoi limiti sosteneva facendo finire il gas della cucina e della stufe il giorno di Natale non di può mica andare contro la natura delle cose pensava rompendo per la seconda volta il vetro di una porta finestra del soggiorno e poi gli infissi di una camera da letto e neanche contro la natura della case e fulminava la lampadina del bagnetto staccandone il bulbo perché anche le case hanno una sensibilità  e spalancava di colpo le ante dei soprarmadi o di qualche portafinesta, impediva ai cassetti della cucina di chiudersi o aprirsi per mesi,e specialmente quelle vecchie  rompeva le valvole della doccia riallagando il bagno  hanno una personalità diceva facendo cadere pezzi di calcinacci dai bordi della porte o facendo cascare i quadri dai muri,  hanno un'anima   sussurrava scollando ad una ad una  le prese dai muri e staccandone i fili di contatto. che va ascoltata e rispettata lasciava la casa in totale black-out se qualcuno teneva acceso uno scaldabagno e una stufa perché non ce la faceva a reggerlo e faceva bene perchè ai  suoi tempi (nel suo tempo)   quell’inutile spreco di energia sarebbe stato oltremodo scandaloso.
E in certi silenzi del suo coma desiderato pareva di udirla borbottare

Questo tempo non mi appartiene, io appartengo al novecento.

 Non voglio la parabolica, non ditemi cos'è Sky. Voglio il voltaggio limitato, voglio le candele, voglio i velieri, voglio le mongolfiere, voglio le cappelliere, voglio il calzascarpe, voglio i portabonbòn,  voglio le visite di cortesia, voglio i fazzoletti di stoffa, voglio le tigri di Mompracen, voglio il cordiale, voglio i materassi di lana, voglio le calze da notte, volgio i grilli nel silenzio, voglio i chicchi di caffè, voglio l'ovetto sbattuto,  voglio il Corriere dei piccoli, voglio i pattini a rotelle, voglio pane e burro, voglio il citrato, voglio le penne stilografiche, voglio la radio a valvole, voglio il telefono col filo ... 


"Ecco si, ti ascolto" disse  paziente e infreddolita Farolit, mettendo su l'acqua per la borsacalda. " Guarda, ti ascolto e trascrivo tutto."



nocturnoamibarrio Troilo

imagine Magoni

 

parlamidamoremariù

 

maramao

 

felino electrocutango

milonga del angel

Postato da: farolit a 12:23 | link | commenti (33) |

lunedì, 14 maggio 2007

84Cuore  ehi dove vai?

Ragione  ah, ancora tu? Ma non dovevamo non vederci più?

Cuore  non mi vuoi vedere?

Ragione domanda inutile

Cuore  non mi hai detto dove vai?

Ragione  e che te lo dico a fare, tanto non puoi venire

Cuore e perché?

Ragione  uff quante domande!... e perché perché? Perché l’accesso è vietato a quelli che fanno troppe domande.

Cuore vengo e sto zitto

Ragione  ma no, non sei invitato, punto e basta

Cuore  e che ragione è?

Ragione la mia

Cuore  ma perché? Che ti ho fatto?

Ragione  aaah ancora con ‘ste domande! Niente non mi hai fatto niente, solo sei fuori posto

Cuore portami con te, guarda che mi adatto, lo sai ...

Ragione  no,  no e no. Mi faresti fare qualche brutta figura con una delle tue  solite esternazioni fuori luogo

Cuore  ma che significa fuori luogo? cos’è fuori?

Ragione lo vedi? Non capisci, non sei pronto

Cuore  no, guarda, io sono pronto, prontissimo. Sei tu che t'irrigidici. Sei tu l’intollerante.. la burbera. Se solo io riuscissi a capire cosa ti ho fatto per meritarmi questa indifferenza…

Ragione  ma niente, niente… solite cose, le tue solite cazzate adolescenziali... sei immaturo, innaffidabile, come sempre. Sbaglio io che ci casco sempre, spero sempre che tu cresca, che mi dia ascolto e invece…

Cuore  cazzate adolescenziali? Per te qualsiasi punto di vista diverso dal tuo è inaccettabile

Ragione  irragionevole direi, irragionevole ergo immaturo

Cuore  appunto.. chi ha stabilito che l’irragionevolezza è immaturità?

Ragione  io

Cuore  e chi ha stabilito che l’immaturità è fuori luogo?

Ragione sempre io

Cuore  e non soffri di solitudine?

Ragione  si

Cuore oooh

Ragione si, ma ci sono abituata. Non possiamo essere tutti come te. Noi adulti dobbiamo saper fare le cosa giusta, anche se non ci piace

Cuore  come può essere giusta se non ti piace?

Ragione  basta con le tue assillanti domande infantili

Cuore  infantili! non sono più adolescenziali?

Ragione  smettila, così peggiori le cose

Cuore  eddaaaiii… portami con te. Io canto, ballo, rido, piango, tremo, palpito. Anche al posto tuo. Ricordo, sogno, racconto, regalo. Ti sto ad ascoltare. Ti tengo sveglia, t'addormento, ti scaldo. Ti faccio ridere, ti faccio compagnia. Tanto lo so che ti annoi quando non ci sono io

Ragione  non è vero

Cuore  menti. Menti sapendo di mentire. Te lo leggo negli occhi

Ragione  e anche se fosse? La noia è necessaria

Cuore  si si. è ragionevole e matura, noiosa almeno quanto te

Ragione  appunto

Cuore  sai che palle! Ma a chi glielo racconti?

Ragione a te. Ora basta lasciami andare.

Cuore  non puoi pensare davvero di andare senza di me, di non sentire la mia mancanza

Ragione   tu senti la mia?

Cuore  non sempre. Ma ci sono momenti in cui ti cerco disperatamente… quando sono solo, confuso, smarrito

Ragione si si, solo quando ne combini una delle tue, magari dopo che ti avevo avvisato prima, e tu no, cocciuto, a insistere…

Cuore  lo sai che non ti sopporto quando fai il grillo parlante, proprio non ci riesco ad ascoltarti

Ragione  giàgià, ti rovino la festa

Cuore  faresti meglio a partecipare, capiresti molte più cose

Ragione si e poi alla fine saremmo soli, confusi e smarriti in due

Cuore  mal comune mezzo gaudio

Ragione ma figurati, la tua stupidità è sorprendente, a volte affascinante persino

Cuore hai così bisogno della mia stupidità

Ragione io?

Cuore si, tutti questi buoni consigli che elargisci, non potresti farlo se io non fossi stupido, sono indispensabile alla ragione delle tue ragioni

Ragione  guarda mi arrendo, ti lascio alla tua demenza, fa quello che vuoi, io mi limito alle parole crociate

Cuore ma dai smettila, che poi quando ho bisogno sul serio non ci sei mai…

Ragione io ci sono, ma tanto tu non ascolti

Cuore e perché tu mi ascolti?

Ragione qualche volta sì, quando parli da adulto, potentemente,  ma il più delle volte fai i capricci… come adesso

Cuore quali capricci? Legittime richieste. E poi sei  tu che ti allontani sempre da me, ed io sempre a inseguirti

Ragione mi insegui quando ti fa comodo. Altre volte, se ti fa comodo, m’ignori

Cuore ma nooo, non è che ti ignoro, è che proprio non ti vedo, sono distratto da altro

Ragione basta, mi stanchi!

Cuore anche tu! Ma io ti sopporto meglio

Ragione tsè figuriamoci...  come quella volta che sembravamo tanto d’accordo, me lo ricordo,  tutto filava liscio, stavamo in armonia e poi tu, zitto zitto alla chetichella, sei sgattaiolato a fare le tue solite cazzate, senza dirmi niente, che delusione..

Cuore al cuor non si comanda…

Ragione tu saresti capace di tutto

Cuore è vero, ma mai di fare del male

Ragione  spesso fai male a te stesso

Cuore non è proprio male male, è pathos

Ragione quando parli così non ti sopporto, ti prenderei a sberle

Cuore nooo, ragiona, non vedi che ho bisogno di aiuto?

Ragione chiedilo al pathos l’aiuto, io ti mollo, vado, ciaaao

Cuore ma non hai cuore?

Ragione no, la ragione ha ragionamenti che il cuore non conosce… ih ih ih

Cuore sfotti?

Ragione si, ma non te, Pascal

Cuore lascia stare Pascal, pensa a me

Ragione ho capito, ho capito

Cuore che hai capito?

Ragione ‘a dda’ passa’ ‘a nuttata…

Cuore e passerà?

Ragione ma si, passerà passerà… certo che passerà, passa sempre…

Cuore dici davvero?

Ragione si

Cuore sembra quasi che ti dispiaccia

Ragione ma no, non mi dispiace, è che ogni tanto mi piacerebbe non avere ragione, mi piacerebbe essere smentita

Cuore da me?

Ragione soprattutto

Cuore e pensi che accadrà?

Ragione o qualche volta è già accaduto …

Cuore davvero?

Ragione si

Cuore ed è stato bello?

Ragione si

Cuore e pensi che accadrà ancora?

Ragione spero

Cuore o si, anch’io spero, e spero sempre che anche tu sia felice

Ragione grazie

Cuore prego

Ragione mi vuoi abbracciare?

Cuore si, e tu?

Ragione si, in questo momento, si.

anema e core toquinho

desde el alma pugliese
cellosuite bach
youBelongToMe Amos
gallociego pugliese

Postato da: farolit a 00:47 | link | commenti (20) |