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giovedì, 28 giugno 2007

magritte


Parole  e allora?

Fatti  siamo qui

Farolit … mmm-mmm..

Parole  insomma…

Fatti  deciditi!

Farolit ….

Parole  troppo comodo non dire niente

Fatti o non fare niente!

Farolit lasciatemi in pace please

Parole  sai che non possiamo

Fatti  da soli non ne veniamo fuori

Farolit io non posso aiutarvi

Parole  devi!

Fatti  puoi, se vuoi puoi…

Farolit ma che volete da me?

Parole  che tu scelga

Fatti o noi, o loro

Farolit o tempora! o mores!

Parole  non puoi tradirci così

Fatti  solo tu puoi farci andare d’accordo, lo sai

Farolit sono stanca delle vostre beghe, voglio stare qui, ferma e zitta, senza di voi

Parole e per quanto credi di poter fare a meno di noi

Fatti figuriamoci! Anche stare ferma e zitta è un fatto, ci dai ragione allora

Farolit no, no, nessuna ragione.. clicco pause sospendo tutto, ci si risente quando mi passa

Parole  ma figurati, non reggi un giorno senza di noi

Fatti vabene, prendiamo atto. Ma  possiamo almeno sapere il perché di questa decisione?

Farolit ve l’ho detto:  stanchezza… solo stanchezza

Parole  di noi? Ma ti abbiamo detto qualche cosa che ti ha offeso?

Fatti già, si può sapere che ti abbiamo fatto?

Farolit uff! non posso farvi andare sempre d’accordo, non mi serve passare tutto il mio tempo a crearvi coerenze che vi facciano sopravvivere, dentro di me forse è ancora possibile… ma fuori, negli altri… è un lavoro immane, mi affaticate troppo e con scarsi risultati, ci rinuncio

Parole  parli così perché ora sei delusa, ma un tempo t’incantavi a sentirci, eravamo tutto per te

Farolit un tempo… si un tempo, bilioni e bilioni di anni orsono, triliardi di anni fa, nel pleistocene di me stessa, quando vivevo nell’unica realtà creduta: libri, parole di carta, ignara della realtà vera fuori da lì. Sì, c’è stato un tempo in cui credevo al vostro potere assoluto, magico.

Fatti ingenua ragazza…

Farolit Sì, e nel mio ingenuo credere passavo intere giornate della mia vita creaturale a rubare parole, ad appuntare aggettivi, a esercitare avverbi, ad annotare nuovi sostantivi… all’alchemica ricerca della parola esatta. Quella da poter usare al momento giusto, una sola, ma precisa, per scavalcare d’un colpo la mia timidezza muta e far capire all’altro interlocutore che “sì, l’avevo ascoltato e capito proprio bene, messaggio ricevuto”. L’esercizio del potere della parola (detta e ascoltata) a quel tempo mi dava risultati gratificanti e mi convinceva che “sì le parole sono magiche” sapendole usare…

Parole  allora lo vedi che ti siamo state necessarie, indispensabili, come sempre, come anche adesso, come a tutti

Fatti  ma sentitele! che arroganza! che ottusità! che vanità! che onanismo! Solo perché c’avete le scuole alte!

Parole  Bestiacce ignoranti, buzzurri trogloditi che siete. Non potete capire il nostro potere. Il potere magico della parola! Noi possiamo tutto: possiamo placare gli animi, accenderli, consolare gli afflitti, uccidere senza pietà. Salvare. Annientare. Riscattare. Allontanare. Ritrovare. Guarire. Noi siamo sassi e carezze. Rimedio e dolore. Siamo il Mistero della Persuasione. Siamo la Metafisica. La Fede. Siamo la creazione stessa di ogni mondo. Senza noi persino voi, miserabili accadimenti, non esistereste. Non resterebbe traccia del vostro passaggio, della vostra insignificante esistenza. Sareste meno di  un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna.

Fatti ma? … C’è sempre un “ma” vero farola?

Farolit

Parole  che significa?

Fatti  eh eh eh carine… significa che uscendo dalla artificiosa aristocrazia dei libri, smettendo di galoppare pregevoli citazioni, cessando di proiettare eleganti immagini di sé in rima baciata… sì, insomma, venendo a noi, entrando nella realtà concreta delle cose, della vita materiale , persino una devota apostata dell’aggettivo come Farola si convince che le parole non sono niente in confronto ai fatti. Siamo noi sassi e carezze, dolore e rimedio, tangibili, oggetti significabili.  Siamo la Fisica. L'Esperienza. Senza la potenza significativa dei fatti ogni parola è nulla, impotente, evanescente. Quaquaquaraquà….

Farolit  lo appresi nel tempo e non senza qualche traumatico passaggio, nel faticoso cammino dal mio personale astratto pleistocene al neolitico inoltrato: le parole acquistano “potere” anche fuori dall’immaginario interiore, nella vita, solo quando sono sostanziate, sorrette dai fatti, fatti che le precedano o le seguano, che le  corrispondano. Altrimenti…

Fatti ben detto! Altrimenti sono solo aria fritta! Pugnette!

Parole  e cosa sono i fatti senza le parole che li raccolgono? che li raccontano, che li investono di significato?

Fatti le solite padrone  del significato! a dare significato ci pensano bene e meglio tante altre cose: esiste il battito del cuore e tutt’ e cinque i sensi e la memoria del corpo. I sordomuti vivono in un mondo di fatti e di significati, ci vivono comunque, senza parole.

Parole  Mioddio, Farola, ma li senti. Come puoi sopportare questa brutalità cieca, animale? Sono così primitivi, sciocchi. Semplificano tutto, banalizzano, appiattiscono, non vedono aldilà di quello che sono.

Fatti anche voi quando volete semplificate, banalizzate, la fate facile… e magari noi – gli zoticoni! -  siamo più complessi di quanto non diciate, ma vi fa comodo non capirlo, tirare via conclusioni sommarie con considerazioni superficiali, tanto per far finta di essere state attente, aver dato ascolto, e invece vi tradite: zoticone!!

Farolit basta!! SILENZIO! Musica, solo musica, lei concilia

Parole  è ovvio, è un linguaggio, comunica

Fatti   meglio di tante inutili parole

Farolit e dire che l’amore vi faceva andare d’accordo

Parole  non ricordo… non mi pare

Fatti Farola ti confondiproprio in amore la nostra incompatibilità è sperimentata

Parole  esemplare direi…

Fatti su questo ci trovi d’accordo, Fatti e Parole

Farolit dimenticate l’inizio

Parole  quale inizio?

Fatti  quale inizio?

Farolit l’inizio di una storia, incontro e dialogo, la fase esaltante della droga iniziale, e tutte  quelle belle parole sembrano fatti “andremo, faremo, io sarò, tu sarai, noi saremo, e mai e più e ora e sempre, per sempre”

Parole  cose che si dicono… si devono dire

Fatti sì, fa parte della procedura

Farolit ma per un po’ è così, è vero, non è finzione, nell’anima trovate una corrispondenza, coincidete quasi

Parole  ma figurati! Figurati se questi buzzurri ci assecondano davvero! Arriva sempre il momento in cui ci negano e ci tradiscono sistematicamente, iscarioti, ci provano gusto a smentirci soprattutto in amore

Fatti  figurati se voi sapete comprenderci davvero… frivole, ambigue, manipolatrici, voltagabbana, banederuole... disoneste!

Farolit … e alla fine della storia eccovi: “noi non siamo andati, non abbiamo fatto, non siamo stati, io non sono, tu non sei, noi non siamo, e ancora, e poi, e forse, e chissà, e basta.”

Parole  qualcuno deve pur certificare ciò che sono stati, ‘sti impuniti

Fatti ma se v’abbiamo fatto sognare! sognaaare! Ingrate!

Farolit ragazzi, basta, placatevi, abbiate pietà… io non so più che dirvi, tranne “amatevi gli uni con le altre”. Amatevi ed “amatemi” anziché stremarmi con la vostra dicotomia

Parole  ma come si fa ad amare esseri così irrimediabilmente monolitici?
Fatti come si fa ad amare creature così fatalmente volubili?

Farolit non vi piacciono le scritte sul muro? io le adoro, adoro il muro che le sostiene solidamente per poco o per sempre. Loro così effimere, caduche, dell’attimo. Lui così fermo, irremovibile, lapidario. Appartenetevi come le scritte ai muri e i muri alle scritte. Ma se non riuscite, non chiedete a me di giudicarvi.  Il tempo è la vera misura salomonica, non io. Dovreste chiedere al Tempo di unirvi o separarvi, a lui dovreste rivendicare l’inoppugnabilità del vostro potere . Lui è il vero potente mago di tutti i significati. Non io.

Parole  potente come quello di Oz?

Farolit  di più

Fatti di più???

Farolit di più

Parole  e dove lo troviamo?

Fatti  e dove lo troviamo?

Farolit dipende,  potete trovarlo lontano lontano, in un cammino di giorni, anni. Oppure vicinissimo, nel lampo di un intuizione, dipende… è elastico, è  relativo il Mago Tempo, si sa. Dipende da voi

Parole  noi?

Fatti  noi?

Farolit dalla vostra capacità o incapacità di appartenervi, più incapaci siete, più il cammino è lungo

Parole  è ‘na parola!

Fatti è un paradosso…

Farolit appartenervi non significa essere uguali, ma riconoscervi nella coerenza reciproca, spesso sarà faticoso o irritante, altre volte sarà piacevole e bello,  solo appartenendovi  potete contraddirvi sensatamente

Parole  sembra un matrimonio

Fatti  non eravamo qui per un divorzio?

Farolit dovete convivere pacificamente, senza trasformarmi nella striscia di Gaza. Parole, sappiate essere fatti, non consumatevi nell’uso, sappiate esserci, apparire e scomparire significativamente restituendo attenzione ed ascolto concreti. Fatti, sappiate parlare, risuonare nel tempo con variazioni differenti a seconda dell’ampiezza della comprensione delle parole. Entrambi, insieme, lasciate segni  utili. Siate gesti, orme, siate pieni e vuoti, siate la tenerezza del mondo.  La dolcezza dei significati. Fateci scegliere, credere, temere, affidare, dire, scrivere, ascoltare. Siate speranza e coraggio. Siate la cura. Siate verità. Fateci amare il vostro segreto potere.....  and feel all right...

Fatti e tutte queste parole?
Farolit one looove ...

Parole  sono un fatto. Lo vedete, zucconi, che dobbiamo spiegarvi  sempre tutto?
Farolit  one heart ...

Fatti un fatto di parole?
Farolit  let's get together ...

Parole   certo, e ci sono anche parole fatte solo di fatti
Farolit questo post ad esempio… Vi sentite meglio ora?

Parole 

Fatti  sì, e tu?

Farolit meglio sì, ma adesso ssshhh, non fate rumore, sentite?  la musica ci abbraccia. Ci accoglie tutti, ci appartiene, ci comprende ssshhh…

Parole  ssshhh...

Fatti ssshhh...

adagio
andante
regge

Postato da: farolit a 15:06 | link | commenti (34) |

domenica, 17 giugno 2007

Lo roscopo dei segni maniacali
PsicoZooDiaco, tutto quello che gli astri non osano dirci

FUMANTESSA  

Alle incendiarie nate sotto questo segno d’impazienza conviene approfittare dei ragionevoli acquazzoni di Giugno, tempestivi e utili. Tanto ardore per nulla è davvero sprecato. Ben altre gloriose corride v’attendono. Intanto nascondete ben benino le braci sotto cenere. Brucerete magnificamente a tempo e luogo: il vostro fumo sarà quello di un degno arrosto, completo di Sansone e Filistei. Orgoglio neroniano e sapienza etnea per il vostro ardente talento. Evitate dunque d’accendervi per qualunque un Signor Nonnulla, rischiereste il solito insoddisfacente fuocherello di paglia d’orticaglia, caligini effimere, cenere poca e senza gloria alcuna. Schivate i giorni di Scirocco.


SOGNATORA

I transiti Aristotelici vi offrono la loro sempiterna ancora di salvezza: il buon vecchio principio di realtà. Levate subito dalla faccia quella espressione sdegnata. Non è mica cibo macrobiotico la realtà, e poi si digerisce decisamente meglio del miglio. Dovreste approfittarne piuttosto,  invece che continuare a respingere l’offerta come una purga non necessaria. Non è zavorra che vi cola a picco, il baubau che vi impedisce il volo.  E' un paracadute degno di Will il Coyote,  vi fa bene. L’ostinazione al sogno piuttosto! Quella è il vero onanistico naufragio.  La coazione a ripetere lo slancio verso il capitombolo, l’insistita ansia di volo acrobatico, la cieca perpetua rincorsa che  prendete a tutta velocità e che puntualmente vi schianta  contro l’ennesimo monolitico muro di triste miseranda evidenza: la solita mezza calzetta bucata chiamata “principe” o “scarpetta”. Uff! – diceva la mitica Rosella- Sogni sempre sogni, mai un po’ di buon senso!


ZITTELLI   

La vostra proverbiale solitaria  mutangheria è si è fatta assordante e imbarazzante. Ormai vi si riconosce anche da lontano, per quanto solo come fantasmi sentimentali. E’ per via di tutta questa sferragliante chincaglieria di bisogni repressi e inespressi. Insomma è arrivato il momento: dite qualcosa, anche non di sinistra, anche di sinistrO, ma ditela, liberatevi! Non abbiate timore di lanciarvi in una dilagante logorrea senza alcun senso. Il senso c’è,  nella rottura della diga. Vedrete. Cadranno stalattiti di inutili prudenze protratte, stalagmiti di singlitudini somatizzate, ragnatele di silenzi forzati, mestruazioni metafisiche, valanghe di ansie psichedeliche. Così, alleggerito dalle tracimate parole di desiderio, anche il silenzio si farà più lieve. C’è modo e modo di essere zittelli, ça va san dire.


PRUDENTILLO

Eccovi, ce l’avete fatta, finalmente! State lì, non vi muovete, bravi così, immobili. Di più, pietrificati.  L’inerzia della sabbie mobili sta attaccando parti vitali e sembrate non accorgervene. Anzi. Per un lunghissimo tempo e con metodo certosino ad ogni azione esterna avete fatto sempre corrispondere una sottrazione (interna ed esterna), una privazione, una negazione; nel dubbio - vi siete detti - sempre meglio “non dire”, “non fare”, “non baciare”, “non lettera” e “non testamento”. Ma cautele, tante. E catenacci, catenelle, e no-no-e-no, e allarmi, allarmini, e va’ via-via-via, e fossati di silenzi per i presunti  attacchi, e difese anche offensive sì, e preoccupate prudenze, e omissioni puntuali, e parole dimezzate, e atti mancati perché preventivi. Tranquilli siete al sicuro. Massì  siete lì proprio dove volevate: nella vostra torre di cemento armato. Nessuno proprio nessuno vi raggiunge più, nemmeno i sassolini di una fionda di baci, nemmeno i bigliettini dinamitardi di parole buone,  non uno squillo di minacce d’amore, niente, niente nella segreteria telefonica, niente dentro il cell:  tutto  è fermo. L’immobile deserto dei tartari si distende sotto (e dentro) di voi, voi lontani. E potete ancora mirarlo con l’unico occhio rimasto. Soddisfatti di non sentire più quella terribile voce sussurrare “osa… osa  sbagliare e sognare”

AMMORBONE

Il riflesso vi attende, nello sbadiglio di chi è vicino. Non vi fate trovare. Come? Abbiate (siate!) un ciuffo ribelle, un cedimento, una sfasatura, un tocco di colore, un battuta fuori copione. Una svirgolata dal tono monocorde, una macchia sul gilet, un gesto inconsueto, qualcosa che non vi replichi implacabilmente come la fotocopia di voi stessi, inesorabilemnte uguali attimo per attimo, giorno per giorno, parola per parola. Corrispondenti atto per atto d’inconfutabile purissima noia. Sterzate. Prendete una piccola fuga, si può. Scantonatevi, fate schizzi nella pozzanghera. Una pernacchia allo specchio. Uno sguardo bislacco nel riflesso del vetro di un bar.  Concedetevi un altro fotogramma. Sorprendetevi. Siatevi inattesi come una possibilità imprevista. Come un contrattempo accolto, come un ritardo futile. Acciuffatevi come un istante sospeso. Come un frutto rubato. Altrimenti non c’è scampo! Nel riflesso…  rischiate d’incontrarvi.


CIVETTARIO  

“Orasì, oranò.. Cucù! Bubbusettete! Ora ci sto e ora ci fo. E m’ami o non m’ami? Se io t’amo bho? che so! Ma son caruccio, no? Ti piaccio lo so. Lo vuoi il mio numero? Ah già ce l’hai! Ma quello di casa ancora no… orasì, oranò. E quella sera ti sono mancato, lo so, è per questo che non sono venuto. E ora? Ora invece sì.  Lo vedi, sono qui, Eddaaai Ciccì. E ora? Ora no. Eddaiii non fare così … ora sì, sono qui! Aaa bè, aaa bò! Ora no! Ma tu che vuo’? Noooo ti ho detto ora non può! Quando? Quando non so, ma ora no. Uffa è così, è così: prima no, ora si. E perché? Perché sì! Lo sai: a me mi.”
Meritate il linciaggio plurimo e lo sapete. Quello che avete scambiato per il vostro Fans Club è il  “Comitato d’Iscritti per la vostra libera Fustigazione a oltranza, ora si, ora sì e ora pure!” Non potete mancare…



OMBELICALI   

C’è tutto un mondo intorno e gira ogni giorno… non necessariamente attorno a voi. Anche se la vostra sensazione è proprio questa: siete l'ombelico del mondo.  Eppure il sole sorge comunque, non attende l’alba del vostro risveglio per farlo, capacitarvene potrebbe aprirvi nuovi orizzonti. L’autismo che abitate vi fa sentire sempre lo stesso unico suono e vedere sempre lo stesso unico paesaggio, con oggetti che hanno solo in nome che gli avete saputo dare quando li avete saputi vedere. Riconoscete solo l’eco della vostra voce come familiare. Il resto è estraneo, a volte nemico,  è in un Oltre che non sapete immaginare. L’autoconsistenza immagina solo se stessa, l'Altro non c'è. Del resto il Grande Onan vi trattiene col principio di Piacere allungando la prolunga al cordone che alimenta la vostra monade insonorizzata.  E nella cassa di risonanza che siete, tra le pareti di specchi, ripetete sempre un unico inutile matra “io-io-io”. Piccoli Principi del Nulla. Suvvia staccate quella spina, spaccate quel velo, lanciatevi oltre… c’è tutto un mondo intorno (e in quel mondo tanti mondi) , e voi ne fate parte.  


BADANTEVOLE   

E basta! Basta. E state sempre lì a imboccare i disturbini, a imbavaglinare le contraddizioni,  a concimare aspettative minimali, a preparare semolini d’intenzioni digeribili, a mettere la paroline dolci in bocche amare, ad anticipare bisogni e desideri, a pulire le cacchine del cuore, ad somministrare la dolce euchessina ad ogni tossico sragionare, a raccontare le favolette della buonanotte a disabili dell’ascolto, a carezzare mani che non vi sanno carezzare, a riabilitare ossa che vi hanno malmenate, a vestire cadaveri del desiderio,  a curare inettitudini deviate, a infiocchettare futili redenzioni per peccati gravi. Sempre pazienti, disciplinate, speranzose, ottusamente fedeli al compito del Centro di Accoglienza Totale. Sempre attente, in attesa di quel “grazie, ho bisogno di te, mi hai salvato” . Un “grazie” che nei fatti non arriva, mai. Al limite arrivano le pugnette, come pugni. Questo è accanimento terapeutico. Non salvate nessuno. Non c'è niente da salvare. Allora basta. Badate a voi stesse, almeno. Basta. Sciogliete i capelli, alzate il gomito e il volume dello stereo, prendete un giorno nuovo, un mese diverso, un’anima in ferie e… fatevi badare!


SMEMORARIO

Che giorno eravate? Che ora siete? Che tempo farete? Non sapete, anzi non ricordate. Se non fosse che vi dimenticate pure di voi stessi questa condizione d’oblio sarebbe davvero una pacchia. Glissatori professionisti, virtuosi dell’utile omissione, all’inizio avevate cominciato a "fingere di dimenticare” solo per comoda opportunità.  Oggi la finzione è realtà. Di voi stessi non sapete più nulla di niente: “fare e dimenticare”, questo è il vostro credo. Avete eliminato il Tempo. Siete incoscienti. Non avete alcuna memoria del fare e dell’essere. E tutto ciò apparentemente vi alleggerisce. Smemorare elimina il carico di risposte che dovreste a chi vi circonda (a voi stessi), abbatte il boschetto di aspettative che vi create attorno, estingue ogni possibile responsabilità al vostro agire. Galleggiate indifferenti nel mare dei giorni, sotto un cielo sempre uguale, lasciando che la corrente costante dell’oblio vi trasporti lontano da voi. Non ricordate e non siete. E così, smemorandovi, perdete molto di voi stessi: occasioni, parole, intenzioni, persone, emozioni, gesti, giorni, corpi, sonni, sogni, bisogni, anime, simboli, sberle, abbracci, intimità, allegrie, ferite, coscienze, gioie, fastidi, esitazioni, sorprese, differenze, scorie, tesori, verità, inganni, miserie, cure, possibilità, paure, musiche, rumori, significati, direzioni, necessità. Niente, non trattenete niente. E dite solo “non ricordo”. Ma non avete una bella cera. Il vostro principio di Alzheimer autoindotto non vi difende più come dovrebbe, non vi protegge come sperate. Vi lascia soli e stanchi. Atterriti all’idea di rispondere a qualsiasi domanda, soprattutto a quelle sul Tempo. Che giorno eri? Che ora sei? Che tempo fai? Come stai? Sarebbe utile "ricordarvi" che ci sono stati tempi migliori e potrebbero ancora esserci. Ma ricordare è impresa ardua “adesso”.


POPPANTILE

Per i pupetti abbandonici nati all’ombra della taumaturgica tetta sono tempi duri. Siete sempre più lamentolini. Non parlate, non dite, meno che mai guardate o ascoltate, in compenso riuscite a lagnarvi di tutto. Creature! Tutto quello che non c’è, manca. E manca  perché qualche matrigna ve lo nega e ve lo sottrae ingiustamente come si nega il diritto naturale ad una necessità primaria.  Inutile spiegarvi che non è così. Voi chiedete. Continuate a chiedere. Chiedete, chiedete, chiedete (pappa, nanna, mamma, coccola, ninna, cacca, gioca, tromba…) ingenuamente convinti che il vostro  chiedere coincida con il dare (panza e presenza).
Così, astinenti, allarmati per aver saltato l’ora della poppata, aumentate i  dolenti piagnistei con puntualità di tamagochi. Il preteso, reclamato, minacciato bisogno di cure dovute e continue, di attenzioni costanti, di conferme perpetue vi ritorna indietro come un boomerang. Ma il dolore che sentite  adesso non è mancanza di taumaturgica poppa e neanche astinenza da lattuccio: è un bernoccolo da biberon! Ohibò, piccinini, non si sa come (voi non lo volete sapere) ma l’oggetto contundente vi è arrivato in testa, dritto in mezzo alla fronte. Forse perché avete 52 anni ed è arrivato il momento di preparare la pappa con le proprie manine, per sé e per l’altro/a. E no, non basta più il vostro sorriso soddisfatto dopo la poppata, il ruttino appagato come ricompensa per chi vi poppa. E’ davvero pochino. Eppure voi continuate a chiedere, chiedere, chiedere. Ecco, vi è arrivato un biberon in testa. Avete chiesto, vi è stato dato. Contenti?


PENDOLANTE

Su e giù da un'identità all’altra, a furia di pendolare sul binario vostra anima doubleface non sapete più se state separando schizofrenie o collegando ambivalenze. Non siete più così sicuri di questo andirivieni. E dire che un tempo vi piaceva fare su e giù, ogni giorno, sul trenino dei sentimenti. Tra il giorno e la notte, il giorno di dottor Jekill e la notte di Mister Hyde. Di giorno una cosa, qui e così; di notte un’altra lì e il contrario di così. Su e giù in dinamico equilibrio tra lo schema e il caos, la regola e l’anarchia, il compito e l’empito, la rassicurazione e trasgressione, il controllo e la deriva. La fatica di pendolare c'è sempre stata ma all'inizio era quasi bella perché sembrava che garantisse sempre una possibilità di fuga e di libertà dalll’una all’altra parte, l’una nell’altra. E su e giù... ora non basta più. Non osate dirvelo: cercate un centro di gravità permanente, un pi greco, una centratura sicura.  Qualcosa che sia qui e ora, e sempre, nel treno che si sposta. Sperate, a volte, persino in un deragliamento, uno sciopero dei mezzi, in una terza via del caso che apra possibilità di andare a piedi, senza sapere dove. Ma non volete (o non sapete)  addentrarvi in voi stessi, nelle zone senza binario.
A volte, sul treno che vi porta da un punto all’altro di voi, accade che vi addormentiate e che vi svegliate a metà del percorso in un crepuscolo indistinto  come il paesaggio  fuori dal finestrino. E "lì" non sapete più la direzione che siete, o il giorno, o la notte. Rimanete così sospesi, fuori dal dualismo,  a godervi quella assenza di direzioni certe, senza timore, quieti come per sempre.


MOSCI  

Flosci, lisci, sciapi, fermi, sordi, ciechi, muti, molli, annoiati, privi di voglie e volontà, di scheletro e neuroni, di direzione o movimento. Per i bradipi morali nati sotto il trispito della mollaria  l’umore è mediocolo strafottuto (cit. Brioscia), irreversibilmente.  Ed è giusto che sia così perché per voi ogni atto di volitività, anche solo semplicemente scegliere il titolo del film da guardare a casa in dvd, è un male da respingere con attivissima inerzia. Impermeabili a qualsiasi stimolo, rimprovero o iniziativa, refrattari ad ogni motoproduttivo ed eterodiretto dell’animo, vi trascinate da un giorno all’altro, da un divano a una scrivania, dal bar al letto, senza un pensiero, sperando di non dover rispondere a nessuna domanda, perché sapete di avere un'unica non-risposta “bho? Non so”. E non vi piace continuare a sentirla. Non vi piace sapere di essere un “bho?”.
Ora vedete il mondo come dietro un vetro smerigliato; vedete solo macchie indistinguibili che si muovono, sentite rumori che si avvicinano e si allontano, sembrano uguali tra loro ma sapete bene che non lo sono. Tra queste voci dietro il vetro ci sono quelle che vi chiedono di "alzare il culo da quella accidia e fare un po’ di ginnastica dell’anima". Fingete di non sentire, ma sentite. Vorreste tendere una mano e farvi aiutare ad alzarvi, ma non ce la fate. Vi pesa alzare il braccio, figuriamoci il culo o l'anima.  Per ora è così: sprofondate. Bene, ma almeno fatelo con metodo. Sprofondate bene, ma bene bene, fino in fondo, e raggiunto il fondo grattate, scavate. Ecco su, inabissatevi nell'indifferenza che siete, nel divano d’incapacità che vi accoglie, nell’ignavia che vi anestetizza, nella catatonia vi protegge, nell’accidia da vita comoda, d’assenza di guai.  E da laggiù, da bravi,  aspettate il  fulmine a ciel sereno, la scossa elettrica che vi rimetta “in” vita. Arriverà… o se arriverà. Ma non gli direte "grazie".

E tu, caro astropassante, tu che segni dai?

Postato da: farolit a 12:14 | link | commenti (21) |

martedì, 05 giugno 2007

Frammento di racconto trash, inconcluso e dedicato

cupido steso

Oronzo intellettuale si sistemò il tovagliolo nell’ego, proprio sotto il superio, poi  guardò la sua donna  perizomata come si guarda una teglia di pescestocco alla ghiotta, e, senza esitare, serio e rapito, le chiese
- cosa prendi tesoro?
- fai tu - disse Minna sbattendo le poppe sul bordo del tavolo, attorcigliando una ciocca di capelli alle dita, simulando volenterosamente la traccia vaga di un qualche pensiero.
- lei cosa mi consiglia? - chiese Oronzo al cameriere, col sussiego che si deve  al migliore 'sperto d'IngozzoTerapia.
 
Quello si grattò il culo, baciò la medaglietta di Gesù e tutto d'un fiato cominciò  la Larda Messa del Menù
- allora oggi come antipasto abbiamo
Frittelle de aureole, Bruschette de giglio, Orchidea sott’olio, Soppressata de Cherubino, Frittura de Putti, Spiedini de rosa pesta, Ninfe affogate sottaceto
Poooi... di primo abbiamo Pisìche a' amatriciana, Pesto de farfalle, Vaccinara de Unicorno, Pajata d'Efebo,  
Trippa de Venere co' e cotiche d'Amorino
E de secondo... Braciole de Cigno (specialità della casa), Peperonata de Grazie, Tranci de Fata al sarmorijo,
Arrosto de Angelo dissossato, Cupido allo Spiedo
- e per dessert?- interruppe Minna ansiosa, con un fremito d'interesse del neuroncino
- per dessert  - riprese Nando con sicumera - c'è rimasto Budino de bambino crudo, Mousse de Lucciole,
Torta de mi nonna fatta pezzi
- da bere?- incalzò Oronzo
- da bere c'abbiamo  
Sanguinaccio d' Elfo e Syra de Sirena
- subliiime! tutto, prendiamo tutto - disse Oronzo invasato, con la bava alla coscienza
- Bene pija l’intero menù “locus amoenus”? comprimenti!  - si compiacque Nando e si rigrattò il culo, soddisfatto.
- locu che? - sillabò Minna  naticuta e preoccupata 
- 'ameno', ciccì, significa 'bello-bello'. Bello assai, un posto bello e bono come te.
Disse Oronzo fendendo con occhi esaustivi la popputa insenatura, e Minna si rinfrancò.
Il locus amoenus fu servito e spazzolato in un silenzio ben cadenzato dall’unto ciompichio del masticare e dallo scambio di occhiate  tra Minna e Oronzo soddisfatte per la carneficina.
Oronzo intellettuale, fiero, ammirato, guardava Minna perizomata tutta intenta ad applicarsi con sublime metodo in un'ultima intensa scarpetta della 
Frittura di Putti
- noi due  il locus amoenus ce lo magnamo tutto.  vero amò? allora, com'è?  le chiese
- mmm bboni - sgarrulò Minna entusiasta, sobbalzando sulla sedia e sulle chiappe.
Fu proprio a quel punto che Oronzo, spertugiandosi tra i denti con lo stuzzicadenti  i residui di Braciole di Cigno, commosso ruttò: ti amo.


tuca tuca

Postato da: farolit a 23:52 | link | commenti (23) |