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Parole e allora?
Fatti siamo qui
Farolit … mmm-mmm..
Parole insomma…
Fatti deciditi!
Farolit ….
Parole troppo comodo non dire niente
Fatti o non fare niente!
Farolit lasciatemi in pace please
Parole sai che non possiamo
Fatti da soli non ne veniamo fuori
Farolit io non posso aiutarvi
Parole devi!
Fatti puoi, se vuoi puoi…
Farolit ma che volete da me?
Parole che tu scelga
Fatti o noi, o loro
Farolit o tempora! o mores!
Parole non puoi tradirci così
Fatti solo tu puoi farci andare d’accordo, lo sai
Farolit sono stanca delle vostre beghe, voglio stare qui, ferma e zitta, senza di voi
Parole e per quanto credi di poter fare a meno di noi
Fatti figuriamoci! Anche stare ferma e zitta è un fatto, ci dai ragione allora
Farolit no, no, nessuna ragione.. clicco pause sospendo tutto, ci si risente quando mi passa
Parole ma figurati, non reggi un giorno senza di noi
Fatti vabene, prendiamo atto. Ma possiamo almeno sapere il perché di questa decisione?
Farolit ve l’ho detto: stanchezza… solo stanchezza
Parole di noi? Ma ti abbiamo detto qualche cosa che ti ha offeso?
Fatti già, si può sapere che ti abbiamo fatto?
Farolit uff! non posso farvi andare sempre d’accordo, non mi serve passare tutto il mio tempo a crearvi coerenze che vi facciano sopravvivere, dentro di me forse è ancora possibile… ma fuori, negli altri… è un lavoro immane, mi affaticate troppo e con scarsi risultati, ci rinuncio
Parole parli così perché ora sei delusa, ma un tempo t’incantavi a sentirci, eravamo tutto per te
Farolit un tempo… si un tempo, bilioni e bilioni di anni orsono, triliardi di anni fa, nel pleistocene di me stessa, quando vivevo nell’unica realtà creduta: libri, parole di carta, ignara della realtà vera fuori da lì. Sì, c’è stato un tempo in cui credevo al vostro potere assoluto, magico.
Fatti ingenua ragazza…
Farolit Sì, e nel mio ingenuo credere passavo intere giornate della mia vita creaturale a rubare parole, ad appuntare aggettivi, a esercitare avverbi, ad annotare nuovi sostantivi… all’alchemica ricerca della parola esatta. Quella da poter usare al momento giusto, una sola, ma precisa, per scavalcare d’un colpo la mia timidezza muta e far capire all’altro interlocutore che “sì, l’avevo ascoltato e capito proprio bene, messaggio ricevuto”. L’esercizio del potere della parola (detta e ascoltata) a quel tempo mi dava risultati gratificanti e mi convinceva che “sì le parole sono magiche” sapendole usare…
Parole allora lo vedi che ti siamo state necessarie, indispensabili, come sempre, come anche adesso, come a tutti
Fatti ma sentitele! che arroganza! che ottusità! che vanità! che onanismo! Solo perché c’avete le scuole alte!
Parole Bestiacce ignoranti, buzzurri trogloditi che siete. Non potete capire il nostro potere. Il potere magico della parola! Noi possiamo tutto: possiamo placare gli animi, accenderli, consolare gli afflitti, uccidere senza pietà. Salvare. Annientare. Riscattare. Allontanare. Ritrovare. Guarire. Noi siamo sassi e carezze. Rimedio e dolore. Siamo il Mistero della Persuasione. Siamo la Metafisica. La Fede. Siamo la creazione stessa di ogni mondo. Senza noi persino voi, miserabili accadimenti, non esistereste. Non resterebbe traccia del vostro passaggio, della vostra insignificante esistenza. Sareste meno di un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna.
Fatti ma? … C’è sempre un “ma” vero farola?
Farolit sì
Parole che significa?
Fatti eh eh eh carine… significa che uscendo dalla artificiosa aristocrazia dei libri, smettendo di galoppare pregevoli citazioni, cessando di proiettare eleganti immagini di sé in rima baciata… sì, insomma, venendo a noi, entrando nella realtà concreta delle cose, della vita materiale , persino una devota apostata dell’aggettivo come Farola si convince che le parole non sono niente in confronto ai fatti. Siamo noi sassi e carezze, dolore e rimedio, tangibili, oggetti significabili. Siamo la Fisica. L'Esperienza. Senza la potenza significativa dei fatti ogni parola è nulla, impotente, evanescente. Quaquaquaraquà….
Farolit lo appresi nel tempo e non senza qualche traumatico passaggio, nel faticoso cammino dal mio personale astratto pleistocene al neolitico inoltrato: le parole acquistano “potere” anche fuori dall’immaginario interiore, nella vita, solo quando sono sostanziate, sorrette dai fatti, fatti che le precedano o le seguano, che le corrispondano. Altrimenti…
Fatti ben detto! Altrimenti sono solo aria fritta! Pugnette!
Parole e cosa sono i fatti senza le parole che li raccolgono? che li raccontano, che li investono di significato?
Fatti le solite padrone del significato! a dare significato ci pensano bene e meglio tante altre cose: esiste il battito del cuore e tutt’ e cinque i sensi e la memoria del corpo. I sordomuti vivono in un mondo di fatti e di significati, ci vivono comunque, senza parole.
Parole Mioddio, Farola, ma li senti. Come puoi sopportare questa brutalità cieca, animale? Sono così primitivi, sciocchi. Semplificano tutto, banalizzano, appiattiscono, non vedono aldilà di quello che sono.
Fatti anche voi quando volete semplificate, banalizzate, la fate facile… e magari noi – gli zoticoni! - siamo più complessi di quanto non diciate, ma vi fa comodo non capirlo, tirare via conclusioni sommarie con considerazioni superficiali, tanto per far finta di essere state attente, aver dato ascolto, e invece vi tradite: zoticone!!
Farolit basta!! SILENZIO! Musica, solo musica, lei concilia
Parole è ovvio, è un linguaggio, comunica
Fatti meglio di tante inutili parole
Farolit e dire che l’amore vi faceva andare d’accordo
Parole non ricordo… non mi pare
Fatti Farola ti confondi… proprio in amore la nostra incompatibilità è sperimentata
Parole esemplare direi…
Fatti su questo ci trovi d’accordo, Fatti e Parole
Farolit dimenticate l’inizio
Parole quale inizio?
Fatti quale inizio?
Farolit l’inizio di una storia, incontro e dialogo, la fase esaltante della droga iniziale, e tutte quelle belle parole sembrano fatti “andremo, faremo, io sarò, tu sarai, noi saremo, e mai e più e ora e sempre, per sempre”
Parole cose che si dicono… si devono dire
Fatti sì, fa parte della procedura
Farolit ma per un po’ è così, è vero, non è finzione, nell’anima trovate una corrispondenza, coincidete quasi
Parole ma figurati! Figurati se questi buzzurri ci assecondano davvero! Arriva sempre il momento in cui ci negano e ci tradiscono sistematicamente, iscarioti, ci provano gusto a smentirci soprattutto in amore
Fatti figurati se voi sapete comprenderci davvero… frivole, ambigue, manipolatrici, voltagabbana, banederuole... disoneste!
Farolit … e alla fine della storia eccovi: “noi non siamo andati, non abbiamo fatto, non siamo stati, io non sono, tu non sei, noi non siamo, e ancora, e poi, e forse, e chissà, e basta.”
Parole qualcuno deve pur certificare ciò che sono stati, ‘sti impuniti
Fatti ma se v’abbiamo fatto sognare! sognaaare! Ingrate!
Farolit ragazzi, basta, placatevi, abbiate pietà… io non so più che dirvi, tranne “amatevi gli uni con le altre”. Amatevi ed “amatemi” anziché stremarmi con la vostra dicotomia
Parole ma come si fa ad amare esseri così irrimediabilmente monolitici?
Fatti come si fa ad amare creature così fatalmente volubili?
Farolit non vi piacciono le scritte sul muro? io le adoro, adoro il muro che le sostiene solidamente per poco o per sempre. Loro così effimere, caduche, dell’attimo. Lui così fermo, irremovibile, lapidario. Appartenetevi come le scritte ai muri e i muri alle scritte. Ma se non riuscite, non chiedete a me di giudicarvi. Il tempo è la vera misura salomonica, non io. Dovreste chiedere al Tempo di unirvi o separarvi, a lui dovreste rivendicare l’inoppugnabilità del vostro potere . Lui è il vero potente mago di tutti i significati. Non io.
Parole potente come quello di Oz?
Farolit di più
Fatti di più???
Farolit di più
Parole e dove lo troviamo?
Fatti e dove lo troviamo?
Farolit dipende, potete trovarlo lontano lontano, in un cammino di giorni, anni. Oppure vicinissimo, nel lampo di un intuizione, dipende… è elastico, è relativo il Mago Tempo, si sa. Dipende da voi
Parole noi?
Fatti noi?
Farolit dalla vostra capacità o incapacità di appartenervi, più incapaci siete, più il cammino è lungo
Parole è ‘na parola!
Fatti è un paradosso…
Farolit appartenervi non significa essere uguali, ma riconoscervi nella coerenza reciproca, spesso sarà faticoso o irritante, altre volte sarà piacevole e bello, solo appartenendovi potete contraddirvi sensatamente
Parole sembra un matrimonio
Fatti non eravamo qui per un divorzio?
Farolit dovete convivere pacificamente, senza trasformarmi nella striscia di Gaza. Parole, sappiate essere fatti, non consumatevi nell’uso, sappiate esserci, apparire e scomparire significativamente restituendo attenzione ed ascolto concreti. Fatti, sappiate parlare, risuonare nel tempo con variazioni differenti a seconda dell’ampiezza della comprensione delle parole. Entrambi, insieme, lasciate segni utili. Siate gesti, orme, siate pieni e vuoti, siate la tenerezza del mondo. La dolcezza dei significati. Fateci scegliere, credere, temere, affidare, dire, scrivere, ascoltare. Siate speranza e coraggio. Siate la cura. Siate verità. Fateci amare il vostro segreto potere..... and feel all right...
Fatti e tutte queste parole?
Farolit one looove ...
Parole sono un fatto. Lo vedete, zucconi, che dobbiamo spiegarvi sempre tutto?
Farolit one heart ...
Fatti un fatto di parole?
Farolit let's get together ...
Parole sì certo, e ci sono anche parole fatte solo di fatti
Farolit questo post ad esempio… Vi sentite meglio ora?
Parole sì
Fatti sì, e tu?
Farolit meglio sì, ma adesso ssshhh, non fate rumore, sentite? la musica ci abbraccia. Ci accoglie tutti, ci appartiene, ci comprende ssshhh…
Parole ssshhh...
Fatti ssshhh...
adagio
andante
regge
Lo roscopo dei segni maniacali
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FUMANTESSA Alle incendiarie nate sotto questo segno d’impazienza conviene approfittare dei ragionevoli acquazzoni di Giugno, tempestivi e utili. Tanto ardore per nulla è davvero sprecato. Ben altre gloriose corride v’attendono. Intanto nascondete ben benino le braci sotto cenere. Brucerete magnificamente a tempo e luogo: il vostro fumo sarà quello di un degno arrosto, completo di Sansone e Filistei. Orgoglio neroniano e sapienza etnea per il vostro ardente talento. Evitate dunque d’accendervi per qualunque un Signor Nonnulla, rischiereste il solito insoddisfacente fuocherello di paglia d’orticaglia, caligini effimere, cenere poca e senza gloria alcuna. Schivate i giorni di Scirocco. I transiti Aristotelici vi offrono la loro sempiterna ancora di salvezza: il buon vecchio principio di realtà. Levate subito dalla faccia quella espressione sdegnata. Non è mica cibo macrobiotico la realtà, e poi si digerisce decisamente meglio del miglio. Dovreste approfittarne piuttosto, invece che continuare a respingere l’offerta come una purga non necessaria. Non è zavorra che vi cola a picco, il baubau che vi impedisce il volo. E' un paracadute degno di Will il Coyote, vi fa bene. L’ostinazione al sogno piuttosto! Quella è il vero onanistico naufragio. La coazione a ripetere lo slancio verso il capitombolo, l’insistita ansia di volo acrobatico, la cieca perpetua rincorsa che prendete a tutta velocità e che puntualmente vi schianta contro l’ennesimo monolitico muro di triste miseranda evidenza: la solita mezza calzetta bucata chiamata “principe” o “scarpetta”. Uff! – diceva la mitica Rosella- Sogni sempre sogni, mai un po’ di buon senso! La vostra proverbiale solitaria mutangheria è si è fatta assordante e imbarazzante. Ormai vi si riconosce anche da lontano, per quanto solo come fantasmi sentimentali. E’ per via di tutta questa sferragliante chincaglieria di bisogni repressi e inespressi. Insomma è arrivato il momento: dite qualcosa, anche non di sinistra, anche di sinistrO, ma ditela, liberatevi! Non abbiate timore di lanciarvi in una dilagante logorrea senza alcun senso. Il senso c’è, nella rottura della diga. Vedrete. Cadranno stalattiti di inutili prudenze protratte, stalagmiti di singlitudini somatizzate, ragnatele di silenzi forzati, mestruazioni metafisiche, valanghe di ansie psichedeliche. Così, alleggerito dalle tracimate parole di desiderio, anche il silenzio si farà più lieve. C’è modo e modo di essere zittelli, ça va san dire. Eccovi, ce l’avete fatta, finalmente! State lì, non vi muovete, bravi così, immobili. Di più, pietrificati. L’inerzia della sabbie mobili sta attaccando parti vitali e sembrate non accorgervene. Anzi. Per un lunghissimo tempo e con metodo certosino ad ogni azione esterna avete fatto sempre corrispondere una sottrazione (interna ed esterna), una privazione, una negazione; nel dubbio - vi siete detti - sempre meglio “non dire”, “non fare”, “non baciare”, “non lettera” e “non testamento”. Ma cautele, tante. E catenacci, catenelle, e no-no-e-no, e allarmi, allarmini, e va’ via-via-via, e fossati di silenzi per i presunti attacchi, e difese anche offensive sì, e preoccupate prudenze, e omissioni puntuali, e parole dimezzate, e atti mancati perché preventivi. Tranquilli siete al sicuro. Massì siete lì proprio dove volevate: nella vostra torre di cemento armato. Nessuno proprio nessuno vi raggiunge più, nemmeno i sassolini di una fionda di baci, nemmeno i bigliettini dinamitardi di parole buone, non uno squillo di minacce d’amore, niente, niente nella segreteria telefonica, niente dentro il cell: tutto è fermo. L’immobile deserto dei tartari si distende sotto (e dentro) di voi, voi lontani. E potete ancora mirarlo con l’unico occhio rimasto. Soddisfatti di non sentire più quella terribile voce sussurrare “osa… osa sbagliare e sognare” AMMORBONE
C’è tutto un mondo intorno e gira ogni giorno… non necessariamente attorno a voi. Anche se la vostra sensazione è proprio questa: siete l'ombelico del mondo. Eppure il sole sorge comunque, non attende l’alba del vostro risveglio per farlo, capacitarvene potrebbe aprirvi nuovi orizzonti. L’autismo che abitate vi fa sentire sempre lo stesso unico suono e vedere sempre lo stesso unico paesaggio, con oggetti che hanno solo in nome che gli avete saputo dare quando li avete saputi vedere. Riconoscete solo l’eco della vostra voce come familiare. Il resto è estraneo, a volte nemico, è in un Oltre che non sapete immaginare. L’autoconsistenza immagina solo se stessa, l'Altro non c'è. Del resto il Grande Onan vi trattiene col principio di Piacere allungando la prolunga al cordone che alimenta la vostra monade insonorizzata. E nella cassa di risonanza che siete, tra le pareti di specchi, ripetete sempre un unico inutile matra “io-io-io”. Piccoli Principi del Nulla. Suvvia staccate quella spina, spaccate quel velo, lanciatevi oltre… c’è tutto un mondo intorno (e in quel mondo tanti mondi) , e voi ne fate parte. E basta! Basta. E state sempre lì a imboccare i disturbini, a imbavaglinare le contraddizioni, a concimare aspettative minimali, a preparare semolini d’intenzioni digeribili, a mettere la paroline dolci in bocche amare, ad anticipare bisogni e desideri, a pulire le cacchine del cuore, ad somministrare la dolce euchessina ad ogni tossico sragionare, a raccontare le favolette della buonanotte a disabili dell’ascolto, a carezzare mani che non vi sanno carezzare, a riabilitare ossa che vi hanno malmenate, a vestire cadaveri del desiderio, a curare inettitudini deviate, a infiocchettare futili redenzioni per peccati gravi. Sempre pazienti, disciplinate, speranzose, ottusamente fedeli al compito del Centro di Accoglienza Totale. Sempre attente, in attesa di quel “grazie, ho bisogno di te, mi hai salvato” . Un “grazie” che nei fatti non arriva, mai. Al limite arrivano le pugnette, come pugni. Questo è accanimento terapeutico. Non salvate nessuno. Non c'è niente da salvare. Allora basta. Badate a voi stesse, almeno. Basta. Sciogliete i capelli, alzate il gomito e il volume dello stereo, prendete un giorno nuovo, un mese diverso, un’anima in ferie e… fatevi badare! Che giorno eravate? Che ora siete? Che tempo farete? Non sapete, anzi non ricordate. Se non fosse che vi dimenticate pure di voi stessi questa condizione d’oblio sarebbe davvero una pacchia. Glissatori professionisti, virtuosi dell’utile omissione, all’inizio avevate cominciato a "fingere di dimenticare” solo per comoda opportunità. Oggi la finzione è realtà. Di voi stessi non sapete più nulla di niente: “fare e dimenticare”, questo è il vostro credo. Avete eliminato il Tempo. Siete incoscienti. Non avete alcuna memoria del fare e dell’essere. E tutto ciò apparentemente vi alleggerisce. Smemorare elimina il carico di risposte che dovreste a chi vi circonda (a voi stessi), abbatte il boschetto di aspettative che vi create attorno, estingue ogni possibile responsabilità al vostro agire. Galleggiate indifferenti nel mare dei giorni, sotto un cielo sempre uguale, lasciando che la corrente costante dell’oblio vi trasporti lontano da voi. Non ricordate e non siete. E così, smemorandovi, perdete molto di voi stessi: occasioni, parole, intenzioni, persone, emozioni, gesti, giorni, corpi, sonni, sogni, bisogni, anime, simboli, sberle, abbracci, intimità, allegrie, ferite, coscienze, gioie, fastidi, esitazioni, sorprese, differenze, scorie, tesori, verità, inganni, miserie, cure, possibilità, paure, musiche, rumori, significati, direzioni, necessità. Niente, non trattenete niente. E dite solo “non ricordo”. Ma non avete una bella cera. Il vostro principio di Alzheimer autoindotto non vi difende più come dovrebbe, non vi protegge come sperate. Vi lascia soli e stanchi. Atterriti all’idea di rispondere a qualsiasi domanda, soprattutto a quelle sul Tempo. Che giorno eri? Che ora sei? Che tempo fai? Come stai? Sarebbe utile "ricordarvi" che ci sono stati tempi migliori e potrebbero ancora esserci. Ma ricordare è impresa ardua “adesso”.
Per i pupetti abbandonici nati all’ombra della taumaturgica tetta sono tempi duri. Siete sempre più lamentolini. Non parlate, non dite, meno che mai guardate o ascoltate, in compenso riuscite a lagnarvi di tutto. Creature! Tutto quello che non c’è, manca. E manca perché qualche matrigna ve lo nega e ve lo sottrae ingiustamente come si nega il diritto naturale ad una necessità primaria. Inutile spiegarvi che non è così. Voi chiedete. Continuate a chiedere. Chiedete, chiedete, chiedete (pappa, nanna, mamma, coccola, ninna, cacca, gioca, tromba…) ingenuamente convinti che il vostro chiedere coincida con il dare (panza e presenza).
Su e giù da un'identità all’altra, a furia di pendolare sul binario vostra anima doubleface non sapete più se state separando schizofrenie o collegando ambivalenze. Non siete più così sicuri di questo andirivieni. E dire che un tempo vi piaceva fare su e giù, ogni giorno, sul trenino dei sentimenti. Tra il giorno e la notte, il giorno di dottor Jekill e la notte di Mister Hyde. Di giorno una cosa, qui e così; di notte un’altra lì e il contrario di così. Su e giù in dinamico equilibrio tra lo schema e il caos, la regola e l’anarchia, il compito e l’empito, la rassicurazione e trasgressione, il controllo e la deriva. La fatica di pendolare c'è sempre stata ma all'inizio era quasi bella perché sembrava che garantisse sempre una possibilità di fuga e di libertà dalll’una all’altra parte, l’una nell’altra. E su e giù... ora non basta più. Non osate dirvelo: cercate un centro di gravità permanente, un pi greco, una centratura sicura. Qualcosa che sia qui e ora, e sempre, nel treno che si sposta. Sperate, a volte, persino in un deragliamento, uno sciopero dei mezzi, in una terza via del caso che apra possibilità di andare a piedi, senza sapere dove. Ma non volete (o non sapete) addentrarvi in voi stessi, nelle zone senza binario. Flosci, lisci, sciapi, fermi, sordi, ciechi, muti, molli, annoiati, privi di voglie e volontà, di scheletro e neuroni, di direzione o movimento. Per i bradipi morali nati sotto il trispito della mollaria l’umore è mediocolo strafottuto (cit. Brioscia), irreversibilmente. Ed è giusto che sia così perché per voi ogni atto di volitività, anche solo semplicemente scegliere il titolo del film da guardare a casa in dvd, è un male da respingere con attivissima inerzia. Impermeabili a qualsiasi stimolo, rimprovero o iniziativa, refrattari ad ogni motoproduttivo ed eterodiretto dell’animo, vi trascinate da un giorno all’altro, da un divano a una scrivania, dal bar al letto, senza un pensiero, sperando di non dover rispondere a nessuna domanda, perché sapete di avere un'unica non-risposta “bho? Non so”. E non vi piace continuare a sentirla. Non vi piace sapere di essere un “bho?”. |
E tu, caro astropassante, tu che segni dai?
Frammento di racconto trash, inconcluso e dedicato

Oronzo intellettuale si sistemò il tovagliolo nell’ego, proprio sotto il superio, poi guardò la sua donna perizomata come si guarda una teglia di pescestocco alla ghiotta, e, senza esitare, serio e rapito, le chiese
- cosa prendi tesoro?
- fai tu - disse Minna sbattendo le poppe sul bordo del tavolo, attorcigliando una ciocca di capelli alle dita, simulando volenterosamente la traccia vaga di un qualche pensiero.
- lei cosa mi consiglia? - chiese Oronzo al cameriere, col sussiego che si deve al migliore 'sperto d'IngozzoTerapia.
- allora oggi come antipasto abbiamo Frittelle de aureole, Bruschette de giglio, Orchidea sott’olio, Soppressata de Cherubino, Frittura de Putti, Spiedini de rosa pesta, Ninfe affogate sottaceto
Poooi... di primo abbiamo Pisìche a' amatriciana, Pesto de farfalle, Vaccinara de Unicorno, Pajata d'Efebo, Trippa de Venere co' e cotiche d'Amorino
E de secondo... Braciole de Cigno (specialità della casa), Peperonata de Grazie, Tranci de Fata al sarmorijo, Arrosto de Angelo dissossato, Cupido allo Spiedo
- e per dessert?- interruppe Minna ansiosa, con un fremito d'interesse del neuroncino
- per dessert - riprese Nando con sicumera - c'è rimasto Budino de bambino crudo, Mousse de Lucciole, Torta de mi nonna fatta pezzi
- da bere?- incalzò Oronzo
- da bere c'abbiamo Sanguinaccio d' Elfo e Syra de Sirena
- subliiime! tutto, prendiamo tutto - disse Oronzo invasato, con la bava alla coscienza
- Bene pija l’intero menù “locus amoenus”? comprimenti! - si compiacque Nando e si rigrattò il culo, soddisfatto.
- locu che? - sillabò Minna naticuta e preoccupata
- 'ameno', ciccì, significa 'bello-bello'. Bello assai, un posto bello e bono come te.
Disse Oronzo fendendo con occhi esaustivi la popputa insenatura, e Minna si rinfrancò.
Il locus amoenus fu servito e spazzolato in un silenzio ben cadenzato dall’unto ciompichio del masticare e dallo scambio di occhiate tra Minna e Oronzo soddisfatte per la carneficina.
Oronzo intellettuale, fiero, ammirato, guardava Minna perizomata tutta intenta ad applicarsi con sublime metodo in un'ultima intensa scarpetta della Frittura di Putti
- noi due il locus amoenus ce lo magnamo tutto. vero amò? allora, com'è? le chiese
- mmm bboni - sgarrulò Minna entusiasta, sobbalzando sulla sedia e sulle chiappe.
Fu proprio a quel punto che Oronzo, spertugiandosi tra i denti con lo stuzzicadenti i residui di Braciole di Cigno, commosso ruttò: ti amo.