Lumini accesi nel buio... fiammelle vive nella notte... scintille di anima e pensiero...
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Capisco.
Capisco il trolley della studentessa calabrese su è giù per mari e marciapiedi.
Capisco quelli che vanno ai concerti, sicuri di divertirsi
Capisco le file al sindacato come alla Asl.
Capisco le fughe dagli ologrammi verso altri ologrammi
Capisco il ciao di mia sorella, sempre frettoloso, ma mi sorveglia.
Capisco sotto le parole i silenzi a fagiuolo, come le cotiche ad agosto o a dicembre, dipende
Capisco il cricket dei ragazzini filippini nella piazza
Capisco l’assenza di sguardo della cassiera al supermercato
Capisco i semafori, anche quelli spenti.
Capisco gli schiaffi, quasi tutti
Capisco lo speaker del tg che fa il suo sporco lavoro
Capisco le cinture d’insicurezza
Capisco le cadute
Capisco i vaffanculo
Capisco i come stai?
Capisco il mio amico che s'è sposato una che ama poco così può amare l’altra, molto e per sempre.
Capisco il mondo che non mi capisce
Capisco i bambini quando sono bambini
Capisco quelli che si baciano in pubblico
Capisco quelli che non sanno che ore sono
Capisco la paura che faccio
Capisco le mezze verità indossate come vestiti adattati, finto comodi, per non andare nudi
Capisco i ritorni
Capisco la sfortuna
Capisco la lambretta
Capisco quelli che si fanno i film
Capisco la Cicala e anche la Formica, di più la Cicala
Capisco chi canta ride e stona
Capisco Dio
Capisco chi perde
Capisco chi fa domande
Capisco la debolezza
Capisco la luna
Capisco le assenze
Capisco gli oroscopi
Capisco i vestiti prestati
Capisco le scarpe nuove
Capisco la paglia
Capisco mio zio filosofo
Capisco le mutande di cotone
Capisco chi annaffia le piante, tutti i giorni
Capisco chi va per tentativi
Capisco la mia città che sprofonda a cielo aperto
Capisco chi si accontenta e anche chi non si accontenta
Capisco l’indifferenza del mondo
Capisco chi parte per l'Africa
Capisco i letti disfatti
Capisco chi ha amato Mozart come un fratello
Capisco i difetti
Capisco il mare
Capisco la milonga
Capisco i no che diventano sì
Capisco le pernacchie
Capisco la mia generazione
Capisco i mondi paralleli
Capisco l’amore e le sue irragionevoli ragioni
Capisco gli altri tempi
Capisco le consolazioni semplici
Capisco i blog
Capisco i mandala
Capisco chi ha bisogno di raccontarsi e non ascolta
Capisco i pregiudizi
Capisco chi si piglia la questione
Capisco l’autoconsistenza del mondo accademico
Capisco il corpo che invecchia e l’anima che lo sostiene
Capisco chi ci da un taglio e fa qualcosa
Capisco i mercati di frutta e verdura
Capisco il silenzio dei poveri
Capisco le diversità
Capisco le nuvole
Capisco chi si muove a piedi
Capisco chi si mette a figliare alla faccia dei buchi… nell’ozono o nel conto in banca
Capisco la pizza
Capisco i pazzi
Capisco il vino
Non capisco.
Non capisco i mezzi pubblici
Non capisco le assenze protratte
Non capisco i telegiornali
Non capisco l’indifferenza al mondo
Non capisco quelli che mangiano zitti e guardano solo il piatto
Non capisco la rinuncia
Non capisco l’alluminio anodizzato
Non capisco i viaggi senza ritorno e ritorni senza viaggio
Non capisco mio zio avvocato
Non capisco come siamo arrivati fin qui noi del ‘70
Non capisco la fortuna
Non capisco la moto
Non capisco i mediatori di tristezze
Non capisco l’ammirazione per i soldi
Non capisco gli infelici del benessere
Non capisco il microonde e il fast food
Non capisco che vuole possedermi senza amarmi
Non capisco quelli non usano mai la parola “anima”
Non capisco certi preti, buona parte
Non capisco i grattacieli
Non capisco chi mi delude
Non capisco la t.v. o la radio sempre accese
Non capisco la mancanza di silenzio
Non capisco i veri vantaggi della furbizia
Non capisco la coppia
Non capisco chi non ci prova nemmeno
Non capisco chi vince e non gli basta
Non capisco chi non si conosce abbastanza e si autoinganna sempre
Non capisco le crisi di mezza età sempre uguali
Non capisco le prenotazioni
Non capisco gli animatori e gli animati
Non capisco i vicini dell’altra scala che sono 5 anni che non mi salutano
Non capisco chi, invece di rispondere, deride
Non capisco Beslan
Non capisco Dio
Non capisco una casa senza libri
Non capisco l’assenza di finestre
Non capisco le vite senza musica e senza memoria
Non capisco le fughe a cottimo
Non capisco me stessa quando fingo di non capire e mi ostino
Non capisco
Non capisco il curriculum
Non capisco il perizoma
Non capisco il rumore della cassa al supermercato
Non capisco la radio commerciale accesa ovunque
Non capisco la massoneria
Non capisco la necessità di fingere spostarsi, senza mai viaggiare, occupare spazi solo per fotografarsi altrove
Non capisco chi consuma e basta
Non capisco la plastica, quasi mai
Non capisco chi non vuole perdere tempo a dormire
Non capisco chi non trova il tempo per leggere
Non capisco la puntualità
Non capisco l’assolo di chitarra elettrica
Non capisco le convenienze sociali
Non capisco le maschere prima tolte e poi ri-indossate
Non capisco Davide
Non capisco la montagna
Non capisco la tessera d'ingresso, il posto riservato
Non capisco il buffet
Non capisco i negozi di animali
Non capisco le scelte editoriali
Non capisco il culo pieno che si lamenta
Non capisco il male, quello vero, quello gratis
Non capisco il potere e i suoi prezzi inumani
Non capisco l'abdicazione dei maestri, l'estinzione degli esempi
Non capisco l’uguaglianza
Non capisco le barzellette
Non capisco gli uomini sempre ben rasati
Non capisco le cravatte
Non capisco i genitori che sono amici dei figli, e i figli che sono amici prezzolati da genitori nemici
Non capisco l’inutilità pratica della mia intelligenza
Non capisco i bandi di concorso
Non capisco gli orizzonti di Milano
Non capisco il patè de foie gras
Non capisco le omissioni
E tu? Tu, che passi e leggi, tu cosa capisci e cosa non capisci?

Vado al letto con lui.
Già da diverse notti. Tutto è cominciato qualche giorno fa.
Si è fatto rivedere, come sempre. Non so perché stavolta gli ho detto di sì, forse perché non avevo niente da fare, come Tenco nella canzone. Sono anni che fa così, appare e scompare in qualche periodo della mia vita, senza preavviso, quando dice lui. Ed io sempre a dirgli “adesso no, non è il momento”.
L’ho sempre respinto sì. Non ero mai pronta, io troppo giovane e lui troppo maturo. Io troppo inquieta, ondivaga, lui troppo complesso, denso. E poi troppo noto, troppo seduttore. Preferivo sentire l’effetto del suo fascino da lontano. Come certi regali di Natale che da piccola non scartavo, li tenevo incartati per giorni per godermi ancora di più il piacere desiderante dell’attesa; piacere nel piacere quando la sorpresa si conferma grande e bella, pienamente appagante.
Per decenni ho procrastinato intenzionalmente (con metodo) il piacere di questa attesa. E furono - direbbe lui - giorni del desiderio sempre presente perchè sempre vinto, giorni dei letti che si erano offerti e che erano stati respinti, dello stimolo sensuale che si era, in un attimo, sublimato in rinunzia, cioè in vero amore…
Allo stesso tempo il mio pudore, la mia altera riservatezza, aveva altri motivi per esitare.
Mi inibiva non poco questo suo stare sulla bocca di tutti, trionfalmente piacendo.
Mi stornava che tutti ne parlassero ammirati, ammaliati: le mie amiche, mia madre, persino mio zio. Tutti stupiti di questa mia diffidenza emotiva, di quest’orgoglio giovanile.
Loro l’avevano voluto conoscere e sapevano che no, non si può respingere uno così. E per così tanto tempo.
E invece sì. Io potevo rimandarlo, il signor Principe può aspettare.
Avevo - come direbbe lui - ancora troppo orgoglio per essere capace di quel annullamento, provvisorio, della propria personalità senza il quale non c’è amore.
E adesso?
E ora che avrei mille cose da fare…La notte vado a letto con quell’eccitazione silenziosa e segreta di sapere di trovarmelo a letto, solo mio. Chiudo la porta della mia stanza ed esilio il mondo da noi.
Non lo voglio portare con me, altrove. Non lo voglio condividere con niente e con nessuno. Nemmeno col cielo e con il mare, nemmeno con l’ozio dei pomeriggi di tempo libero, come ho fatto con gli altri.
No, nemmeno le intime confidenze delle amiche possono averlo.
Riesco a condividerlo solo con la notte profonda, perché lei, Signora, capisce tacendo e ci dona una pace senza interruzioni. Il silenzio del sonno altrui. Mentre noi si fa l’amore fino a quasi l’alba. Finchè non sprofondiamo nel nostro sonno siciliano.
Di giorno lui sembra non esistere, non esserci, mi lascia andare ovunque. Non mi chiede niente. Non gli importa di sapere chi sono, che faccio.
Ma, quale che sia il giorno, ogni notte torno da lui.
Ci sono notti che torno alle 3.00, stanca, col mal di testa, il corpo sfranto da ore di tango, immemore di me; la mente già pronta al sprofondarsi nell’oblio di sé verso la sponda dell’indomani; m’infilo nelle lenzuola e - prima che io spenga la luce e cada e metà dei miei pensieri- lui - a pancia in giù con la testa su cuscino - mi afferra con una zampata delle sue, forte e felpata: alzati, amica mia, mia bella, e vieni! mi stringe a sé, la sua sinistra è sotto il mio capo e la sua destra mi abbraccia. E sono di nuovo sveglia come per giorno.
Mi parla. E mi muovo dentro la sua voce ammaliante, gli sto dietro e dentro, come un’eco profonda. Lo seguo ovunque, assaporo ogni sua parola, ogni suo gesto, ogni parte del suo essere.
Gli rispondo. Attirami dietro a te, corriamo! Sul letto verdeggiante, lungo la notte, ogni movimento del suo incedere crea sentieri in me... è come un melo tra gli alberi del bosco. Lo odoro, lo tocco, lo ascolto, lo gusto come delizia rarissima da assaporare, felinamente, trattenendo l’istinto alla voracità del buono. Frutto squisito, giardino di melagrane, magnifico come i cedri, dolcezza è il suo palato, egli è tutto delizie!
Così, parola dopo parola, attimo dopo attimo, il mio diletto è per me e io per lui; gli appartengo, mi appartiene, esclusivamente. I nostri orizzonti si fondono in un'unica dimensione inscindibile. É un amore assoluto. Non accadeva da tantissimo tempo.
Lo so, conosco il sublime inganno degli amanti quando si dicono “noi siamo il Tempo”.
E si trattengono l’un l’altra nel mondo di una stanza, inventando (raccontandosi) la favola della felicità, cancellando l’evidenza di ciò che vivono e che, vivendo, muore.
Ho atteso tanti anni d'incontrarlo e so bene che ora, tra noi, si consuma lenta, intensa, una passione seria, consapevole del finale che arriverà a separarci.
Allora venga il mio diletto, prima che spiri la brezza del giorno e si allunghino le ombre...
Ho atteso anche questo finale, uno di quelli di una volta, come non se ne vedono più.
Di quelli per cui è sempre meglio lasciarci che non esserci mai incontrati.
Vado a letto con "Il Gattopardo", e sono giorni di vera libridine!
E voi amanti lettori … voi con chi andate al letto?
the man i love
'round midnight
mi votu e mi rivotu
lover man

Ologrammi, istruzioni per l’uso
.
Il vero ologramma capita, non lo scegli. E se lo scegli devi saperlo dosare. Alcuni ologrammi hanno una loro prevedibilità. Non tutti. L'importante è riconscere l'ologramma quando si manifesta. Se lo riconosci puoi decidere di evitarlo o di starci dentro, come un incubo o un divertimento. L’importante è starci dentro ossimoricamente, senza respingerlo ma sapendo di non appartenergli, starci dentro con partecipato distacco.
L'ologramma è una fiction della realtà.
L’altro giorno Don Farolit dal Neurone Solitario e il fido Gneppo dalla Memoria Smarrita, Cavalieri dell'Errante Precariato, se ne stavano bel belle sulla riva di una ridente plaia detta
Mentre Don Farolit finiva i riti di dovuta obbedienza (cappello, crema protettiva, occhiali, spruzzino da giardiniere con acqua dolce) all’unico sovrano della Sicilia - Sua Mestosità il Sole - mirando e rimirando da lungi quel superbo passìo di navi container sullo Stretto, intere città viaggianti per le autostrade del mare (compreso quello in cui Ionio e Tirreno s'incontrano a baruffarsi) … altro che Ponte!… giunse a interrompere il corso di questi naviganti pensieri un'impettitissima esclamazione del fido Gneppo:
- Vorrei sapere come fai? -
- Come faccio cosa? -
- Come fai a startene così, tranquilla, in mezzo a questo terrificante ologramma, me lo devi spiegare, come resisti? come ti adatti? qual è il tuo segreto? chi sei? sei Zelig! io non ci riesco, voglio scappare -
Placido e saldo sul suo indomito neurone Don Farolit replicò:
- Che oziose domande Gneppo! E che viltà! Un ologramma è un ologramma, va preso per quello che è. Starci dentro certo non significa appartenergli. Ma quando capita conviene saperci stare, senza opporsi, senza lamenti o ovvie considerazioni di estraneità. Conviene assecondarlo. Finchè il programma non è terminato. Non v'è alcun pericolo reale... per chi ha il coraggio dell'intelletto. C’è sempre del buono anche nel più spaventoso ologramma, basta essere aperti e curiosi - sentenziò desto l'illustre Neurone
- Aperti? Curiosi? Ma tu li stai vedendo quei mostri?! Sono orrendi, fanno paura... - incalzò lo scalpitante Gneppo e indicò un branco di infoiatissimi cinghialotti di mare che giocavano a lanciarsi pietre o a prodursi chiassosamente in tuffi, spruzzi ed urla molesti.
- Pittoreschi... - si compiacque di Don Farolit con immota aplombe - . Tu guarda il mare. Guarda che meravigliosa giornata. Ci sono ologrammi peggiori, Gneppo Senza Memoria. Pensa a quelle povere genti del profondo Nord, senza il mare e senza la Magna Grecia, destinate a pagare anche 20 euro di piscina per avere un ologramma ben più triste. Ricordi? l’oriundo cuffiettato che ad Abano commentò “bella l’acqua oggi”? parlava di quella di una piscinetta termale. Lui sì era tipico esempio di mirabile appartenenza all’ologramma. Poereto! oramus pro almae eius! -
- Altro ologramma da dimenticare dentro un bicchiere di margarita - considerò sarcastico il Fortebraccio
- Basta naufragare nei Margarita dell’Oblio! Gneppo, non ti fa onore! Fatto non fosti a viver come ignaro! Piuttosto concentra il tuo sguardo offeso sull’acqua cristallina e fresca, mira i colori dal bianco trasparente a blu cobalto, mica ce l’hanno tutti questo mare, così bello, così tanto e così gratis. E poi non è igienico abituarsi alle fortune, basta un soffio per perderle. Io me le godo, finchè ci sono… Godine o fido, mirale e godine -
- Ah sì? E ti godi anche questa chiamiamola musica? - rincarò Gneppo bellicoso riferendosi all’ insistente unz-unz -unz-unz proveniente da un lido adiacente infestato da balli di gruppo aspiranti Rimini
- lo so, amico mio, - convenne il prode - roba barbarica, ferisce l’orecchio e ancor di più l'anima. Ma guarda là, davanti a noi: la splendente Calabria, Kala Bria, Bella Immagine dicevano i greci e anche mio nonno Nino. Mio nonno e greci avevano ragione: la costa calabra è fatta per consolare lo sguardo - e perso in quei convincimenti Don Farolit affondava l’espressione nel familiare quadro di montagne viola e di nuvolette migranti - Mi commuove sapere che è lo stesso disegno da mille e mille e mille anni con quelle rocce di sirene, con quella Scilla così accogliente vista da quaggiù, da Cariddi -
- Mostri mitici, aulici quelli! Mostri degni della nostra pugna. Di una pugna illustre. Non questa fauna miserrima a cui ci mescoliamo! Non è una specie a cui possiamo appartenere e nemmeno combattere o peggio parlare - obbiettò Don Gneppo accorato
- In fondo anche questa fauna tatuata è un popolo, come i Lestrigoni. E questo è il suo territorio non il nostro. Siamo noi quelli sconfinati nelle spiaggia coatta, quelli che hanno perduto il loro ologramma. Siamo noi fuori da questo tempo, siamo quelli senza cavigliera e tatuaggi. A proposito, ricordami la prossima volta di farmi un bel tatuaggio di buone intenzioni… per integrarci meglio con gli autoctoni - considerò Don Farolit per un attimo calato nei panni di un volteriano Candide o forse credendosi Gulliver.
- Sì, come no... e poi magari indossiamo un perizoma dello scambio interculturale tra popoli! - sbottò Gneppo esasperato
- Lascia il tuo sarcasmo Gneppo, in questo ologramma (e anche in altri) ci è molto più utile il perizoma. E' stata tua l’idea di trovarci qui... e allora adesso che vuoi? Hai sopravvalutato la tua capacità di tolleranza e di adattamento, tanto vale allenarti, è una buona occasione … Del resto questo non è tra i più difficili come ologrammi. C'è di peggio. Prensa se d'improvviso per molti Lunedì mattina alle 8.00 ti trovassi ad un tavolo di riunione con 14 agenti immobiliari che ti trattano come una di loro, che ti leggono brani de "Il venditore meraviglioso" come fosse la bibbia; che ti portano dentro altri terribili ologrammi detti Caravantour e Openhouse costringendoti di Sabato mattina a corsi di Succed per fare Bussiness o presidi cantieri spalmacemento e abbattialberi. Per tre mesi, gratis? pensa... quello è un ologramma de paura!! - disse Don Farolit con voce serissima e un velo di tremore negli occhi
- non mi ci sono voluta mettere io! scappai al reclutamento appena vidi le spillette, certi ologrammi non sono sostenibili, nemmeno a pagamento, figuriamoci gratis - dichiarò solenne Gneppo
- Fra 4 mesi potresti trovarti a fare la supplente terronica a Trebaseleghe, in quell'ologramma non c'è fuga, neanche per lo sguardo - sentenziò lapidaria e greve Don Farolit
- Ma ora siamo in questo! Ascolta i selvaggi. Emettono solo versi. Non un espressione intelligente, nemmeno involontariamente interessante. Non vanno aldilà di “ci prendiamo una cosa fresca?” “hai da accendere?” - fece scorato il Cavaliere
- Oh Fortebraccio! Basta! Non rimproverare al semplice la sua semplicità. Io li trovo riposanti, a modo loro. E il mio neurone ne è pago, a modo suo - un lampo d'ignoto marinaio antonellesco sorrise malizioso nello sguardo di Don Farolit.
In quel mentre la nobile riflessione venne coperta dall’ urlo scomposto e prolungato di una madre Orca la quale, senza affaticarsi ad alzare due quintali di culo dall’ombrellone, sbraitando “ti ho detto mille volte di non gridare” redarguiva il suo picciuino intento a urlare e a prendersi a colpi di mazzacani coi cinghialotti
- Il tuo illustre Neurone è pago anche di questi? - incalzò Gneppo con lo stesso sorriso d'ignoto antonellesco nello sguardo e col tono di chi sa di avere una Napoli a tresette.
- Ma sì. Volendo e sapendo, ci si potrebbe scrivere un racconto solo su come l'Orca culona sta seduta per tre ore nello stesso punto, su come si concepisce il centro dell’universo…Volendo e sapendo. Io lo so - stoccò con sapienza il prode sostenendo specularmente l'antonellesco sguardo d'irriverente ironia
- Io no. Mi manca lo sguardo antropologico sulle Orche di terra - rispose degnamente alla stoccata il fido. Poi abbassò lo sguardo e tentò invano di sprofondarsi nobilmente nella lettura di un nobel egiziano.
- Segui il tao dell’ologramma, Gneppo mio, non ostinarti a contrastarlo - disse carezzevole Don Farolit all'amico vinto - guarda le barche. Le placide e sonnacchiose le barche di legno. Oè Oè quanf'è che si ripiglia. Ora no, ora fanno solo da sfondo. Quiete. Attendono altri punti del tempo (altri ologrammi) per tornare protagoniste. Al calare o al sorgere del Sole sovrano. Loro sono come noi, sono di un altro mondo.-
Allora Gneppo posò il libro, guardò le barche e finalmente intese.
Sorrise al suo maestro di ologrammi e disse con divertita malizia:
- Ci prendiamo una cosa fresca? -
- VaBBene! - rispose contento Don Farolit
onda su onda
maaare profumo di maaareee
e la vita e la vita
e la luna bussò
The Death and the Maiden