Oz

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mercoledì, 29 agosto 2007

nuvola13



 Camminare o semplicemente attraversare il suolo, in un qualsiasi punto della mia città, è una esperienza utile e istruttiva.

Molti la trovano detestabile per via delle troppe buche e del manto stradale tutto rattoppato e bitorzoluto, perpetuo sintomo di una pessima amministrazione.

Ma non è così. Non è solo così. Questa è l’evidenza più esteriore, come sempre.

Sotto c’è altro. Nel suolo dico. C’è un’altra storia, più autentica, una storia che nessuno vuole sapere, che nessuno vuole ascoltare sebbene ci riguardi molto di più della cosa impossibile che tutti vorremmo: un manto stradale, omogeneo, uniforme e possibilmente disteso in un agile rettilineo. Normale. Sano. Atto ad una città vera e funzionale.

 Ai miei concittadini - abitanti di un villaggio che loro si ostinano a chiamare, provincialmente, città -  è difficile spiegare l’evidenza che affiora dal suolo. Eppure là sotto, tra quattro cinque torrenti infossati che al primo acquazzone rinascono e ribollono di fogna e di montagna, sotto i 70.000 morti dell’ultimo terremoto, là , ma ancora più sotto, in quella faglia profondissima nel tempo e nello spazio che sa sempre come spezzare le montagne e la Storia, là sotto che parla a chiare lettere,  scandendo forte e chiaro,  c’è Lei.

Sotto c’è Natura imperiosa e se ne fotte della linea retta.

 Del resto non le appartiene, perché dovrebbe.

Non le appartiene, nonostante l’uomo urbano faccia di tutto per imporle questo superbo (ottuso!) segno del suo dominio razionale. L’uomo questa creatura ridicola e presuntuosa che costruisce case vicino ai vulcani, grattaceli sulle macerie di terremoti, ma anche sulla sabbia, sulla bellezza.

Con speranza o incoscienza sorprendenti, con onnipotenza comica, lui può.

Lui può fare castelli organizzati ai bordi del mare, sono più facili, vengono meglio, tanto l’onda anomala non arriva, o toh arriva… e noi lo rifaremo marcondirondirondello.

 E non sono forse anch’io questa creatura ridicola che prova a squadrare la natura delle cose col righello della ragione? E il righello non basta, semplifica troppo, ignora la complessità necessaria della natura delle cose, che è una complessità che va’ rispettata, assecondata. Altro che tunnel, dighe e ponti.  No. Ponti no.

Penso all’architettura giapponese ispirata al tao, all’idea che la natura vada assecondata (tutta, pure le scoregge, pure i dossi e le cunette) così com’è, senza forzarla nella sua struttura, perché lei sa, sa molte più cose. E noi siamo parte di queste cose. Non viceversa. E, così, i giapponesi tao non fanno mai una strada dritta  dove il terreno non sia già pianura, non osano bucare la montagna, cementare il fiume. Perché la natura prima o poi viene a dirtelo che ti sei fatto gli affari suoi e te li sei fatti male.
É come l’inconscio represso.
La natura sotterranea della psiche affiora prima o poi e  può farlo in mille modi, ad esempio con i bitorzoli che foruncolano il manto stradale. Oppure spesso collassa con alluvioni e smottamenti che si portano via pezzi di baracca, macchine,  mucche,  nonne, interi paesi. Qualche volta esplode con terremoti urbanissimi a cui tutti facciamo finta di non credere.

Ma torniamo al suolo della mia città, alle zolle di terra smottate nelle aiole, alle vie tortuose che seguono declivi invisibili di colli sotto asfalto, ai ciuffi d’erba che colonizzano ogni spiraglio di mattonella cementata; torniamo al mare che incombe onnipresente, vivo, da tutte le finestre della città  accroccate sui declivi come branchi di anime pascenti di quella necessità marina.

Questo luogo parla così bene, scrive una lingua che i provinciali fingono di non capire, ma ce  l’hanno nel dna. Come la risposta a una domanda. 
Si può andare contro la natura?  Contro la propria natura? Contro la natura delle cose? Certo che no.

E allora guido,  cammino,  e seguo il senso che sta sotto il suolo,  capisco la buca e il bitorzolo.

Un po’ meno la linea retta.

stepuàn

stepciù proudmary

 steptrì summerinthecity

laststep rockmebaby

Postato da: farolit a 03:48 | link | commenti (47) |

giovedì, 16 agosto 2007

balcone2

Avete un balcone?
Lo so è una domanda oziosa, ma se non le faccio io a Oz le domande oziose, chi le fa?
Voi non avreste tempo di farle. Non vi dareste l’occasione, lo so.

Un balcone dice tante cose. E non ve le elenco nemmeno, perché ognuno sa il fatto suo.
Mi limito a dire che ci sono balconi felici proiettati su universi che allargano l’anima al possibile, cieli, mari, panorami, giardini, cortili, fazzolettini di natura e di vita, alberi, strade pedonali, accadimenti umani, fermate del tram-tram.
E poi ci sono balconi infelici; e quelli neanche li vorrei nominare, perché sono gabbie tristi tristi, muri condominiali, scatole senza apparente speranza d’uscita, nemmeno per lo sguardo. Ma un balcone è più di una finestra,  è una finestra abitabile. Un pezzo di casa che si protende all’aperto, come gli angeli di Rilke. O come quella continua via di mezzo che siamo noi umani, esseri a metà strada tra il dentro e il fuori.

Insomma io un balcone ce l’ho. Ne ho più d’uno. Ma quello mio è uno solo, e mi appartiene, come una casa ulteriore nella mia stanza.  

Del fuori dal mio balcone dirò il minino: la piazza bianca, le magnolie, il cielo, Dina e Clarenza, i vigili, le navi da crociera, i lampioni, la curva, i piccioni e i pipistrelli. Ometto odori e rumori.

Il dentro, si sa, m’interessa di più. A ben guardare il mio balcone è un microcosmo che mi riguarda esclusivamente. Non è luogo vuoto. E’ un balcone abitato, da intenzioni per lo più.


C’è il fatidico Gelsomino della Resistenza. E già ne dissi.
 Fu il primo ad arrivare e per lungo tempo fu il solo abitante. Lo detti per morto più e più volte. Pari pari a  certe parti buone di me, certe vitalità estinte dai colpi della cruda sorte,  quando dici “basta, sono morta, non nasco più… del resto non si esce mai veramente vivi dai campi di concentramento”  e invece… E invece dormo sepolta in un campo di grano, resisto e rinasco puntuale.
Accanto al gelsomino della Resistenza c’è il Gelsomino della Solidarietà.
Fu battezzato così perché  mentre il primo era moribondo, e sembrava ormai spacciato, questo  era rigoglioso, un florido esemplare in prolifico tripudio, pieno di felicità e soprattutto di energica fiducia nella vita. Tipo quando hai  20 anni e  c’hai tutto il mondo davanti. O perlomeno credi di avercelo. Non sai niente, ma tendi a eccedere generosamente nei sentimenti e nelle aspettative. Ti spendi in illusioni e fedi. Ecco, secondo me, l’Azorico solidale  ha influito felicemente sul cugino resistente, gli ha ricordato che la vita è bella, glielo ha mostrato col suo eccesso di boccioli e di effluvi: e quello, il moribondo dico, si è subito ripreso, si è ricordato della sua resistente, rinascente natura di gelsomino che supera tutto anche  i geli  intensi e prolungati:  perché, si sa, i geli possono anche uccidere i rami, ma non ce la fanno con le radici. E chi ha radici rinasce, può, risboccia.
Tra loro giace il defunto Bonsai della Fatalità,  silente nel  piccolo mausoleo del suo vaso basso largo; la mummia immortale del fu Moria Bonsai, una  piccola nevrotica  vita perduta per un soffio e per sempre; perché prese troppo o troppo poco sole, acqua, vento.. bhò, va' a sapere! Roba  di un attimo e non c’era più. Povero Bonsai indifeso, delicato scherzo di umana sragione, l’ennesima beffa fu toglierti dalla campana di vetro e dirti “sù, ora fai l’albero!” Perdona l’arroganza ignorante che t'uccise; prego per te e per le anime dei Bonsai create dalla inumana perversione e  dalla distrazione umana fulminate. Esequie.

All’angolo opposto s’innalza l’Annona della Speranza. Anche di lei già parlai. Dissi di come l’annona sia una pianta che cresce solo in particolari microclimi, inesistenti in Sicilia, ma presenti in piccolissime zone della Calabria. Di quanto mia sorella ne vada ghiotta e sia solita prende la nave per andare a comprarne  i prelibati frutti. E di come, per amor suo e del seminante sperare, ho, con lucida irrazionalità,  piantato i lucenti semi di annona in diversi vasi,  a diverse altezze, annaffiandoli per mesi senza risultato alcuno. Fino a dimenticare l’assurdo esperimento. Quando dopo un anno improvvisamente puf! sbucò il primo incredibile, istruttivissimo germoglio. La metafora ve la trovate da voi. Che io sulle fioritura nei tempi lunghi ormai sono una virtuosa. E anche viziosa.
 Accanto ci sta un vasetto con le  Erbacce della Tolleranza. Crescono pure loro, spontaneamente e con facilità, non tolgono nutrimento a nessuno; dunque perché estirparle?  Si sono ambientate bene con gli altri e poi chissà da quale contrada di campagna vengono, quanto hanno viaggiato per  venire a fecondarsi nella terra di un  vasetto del mio balcone. Mi casa es tu casa.

C’è poi  l’Incenso dell’Affido. La pianta che odora di incenso mi fu consegnata in geloso affido da Gneppo con la fidata raccomandazione di farla sopravvivere prestandole quotidiani riguardi. E fu. Era un ciuffetto smilzo e impaurito, le altre lo davano 5 a uno. Ma la Grande Madre Annona della Speranza  (insieme a me) deve averlo adottato, sostenuto, incoraggiato con la sua danza  segreta. E ora quel tremulo virgulto è un arbustello gagliardo, spavaldo; ammicca addirittura tracimando verso il basso a catturare gli occhi curiosi dei sottopassanti.
Accanto civettuola c’è la Pianta grassa del Viaggio e del Ritorno. Viene da un viaggio, dal ritorno da  un altro paese sentito come casa; si  trapiantò qui, in un altrove, e qui si ritrovò, fiorendo persino, perché tornare è sempre come ritrovarsi. E chi non parte non può tornare. E chi non torna, non ha mai veramente viaggiato. Questo mi disse di me.

 Tra loro campeggia un assurdo un ramo biforcuto, bellissimo; sembrano corna di cervo Imperiale: è il Ramo magnolideo della Bellezza e della Pietà. E’ morto, buonissima anima.
Fu da me raccolto ancora vivo e sanguinante ai piedi della sua mamma Ficus violata da qualche solito maledetto mandarancio meccanico della notte. Un’assoluta bellezza morente. Bello anche da morto. E la bellezza e la morte vanno onorate, sempre.
Rose delle promesse non ce ne sono, morirono tutte, prestissimo. Avevano gambi corti come bugie. Pace all’anima loro e alla mia.
Ecco chi abita il mio balcone. Anime belle, poco vegetanti ad ascoltarle.
Capirete perché certe volte una cicala come me se ne sta in balcone (humilis, vorrebbe, come un giunco) a prendere il sole o la luna, tra profumi e racconti tutti da imparare.
Ve l’ho già chiesto, sì, se avete un balcone?
Ma forse volevo solo chiedervi se avete una pianta. Una piantina almeno. Il basilico non vale. E nemmeno la maria.

Com’è? Chi è la vostra piantina? Quale  parte di voi dice?

Dè vieni non tardar

amor de loca juventud

spingole francese

de vieni alla finestra

dos gardenias

fenesta vascia

Gahyde

Postato da: farolit a 20:09 | link | commenti (37) |

lunedì, 06 agosto 2007

chagall001


Sulla scaletta che sali per montare sull’aereo – è un secondo – guardi giù e ti si dispiega tutto un altro mondo. Lo vedi scintillante sotto di te, di te che parti e lo abbandoni.

E’ il mondo delle cose non accadute. L’affascinante mondo delle cose solo immaginate.
Quelle che ti sei aspettato. Quelle che ti sei augurato che accadessero. Intensamente, di continuo, per mesi, anni. Anche solo per ore.

Il gigantesco mondo delle emozioni mai dette e conservate, custodite come tesori segreti, nutrite come figli unici, prediletti.

Il potente mondo delle cose che mancano al nostro reale e che desideriamo intimamente, le cose che  fuori di noi non sanno accadere, ma accadono dentro, prendendo forma e vita con la tenacia del desiderio e dell’immaginazione.
E sono padri che tornano, amori che corrispondono, fioriscono,  figli che nascono, nonni che resuscitano, esami superati,  alberi piantati, parole dette, telefoni che squillano, sorrisi che si accendono, gesti puntuali, la frase giusta (detta, ascoltata o taciuta) al momento giusto, occasioni sfruttate, piaceri colti, vocazioni seguite, errori cancellabili, persuasioni efficaci, sforzi ripagati, opportunità onorate, comprensioni ricambiate, tempo costruito, il buon raccolto della semina gratuita, preghiere ascoltate, esaudite, bellezza, splendente pienezza, coraggio trovato, premiato,  rancori dissolti, restituzioni, promesse  mantenute,  limiti scavalcati, onomastici, anniversari,  amici ritrovati, lavori amati, compleanni festeggiati,  risposte date, arrivate, esaustive, fortune, giustizie,  ideali reali, dolori estinti, ricongiungimenti, giocattoli, baci, passi sulla luna, bacchette magiche, sogni fuori dai cassetti, stelle rialzanti, spiriti santi, paci nel mondo, miracoli, doni e via col vento.
Il mondo delle cose desiderate e non accadute  è tutto lì,  in quel sentire fedele e ostinato, incoerente e irrazionale, lì nel punto in cui il desiderio immagina e vive.  Dipende da chi siamo. Spesso, non sempre, le cose che abbiamo desiderato che accadessero e che abbiamo fatto accadere dentro di noi sono quasi tutte belle e vive.

Che mondo ti tocca lasciare!

Il mondo delle cose non accadute è invisibile. Tanto invisibile da sembrare inesistente, fuori di noi. Il mondo delle cose che abbiamo fatto accadere dentro di noi non è certo codificabile come “realtà”, non è testimoniabile, non possiede  alcuna tangibile azione concreta. É un mondo sommerso. É un’Atlantide dell’anima, la nostra.  É uno spazio immenso. Sono galassie e costellazioni, pianeti  e soli,  regioni e continenti. Città e stagioni.

E tu fingi spesso (e anche male) che questo mondo non abbia alcun peso per te. Fingi che non esista. Ciò che non accade non mi appartiene, dici.

E invece eccolo qui, emerso, dispiegato sotto il tuo sguardo di finto viaggiatore.  T’appare di colpo e ti chiama per nome perché ti riconosce; ti dice che le sue strade portano nomi di date e vie che ti appartengono, interi pezzi di te che ti fa comodo dimenticare: tutte le strade viaggiate delle emozioni vissute, perdute. Negate. Innegabili.

Ora lo sai, fermi il tuo passo sugli scalini. Ti trattieni. Non sai che dire.

Senti la realtà scandire la destinazione con la forza prepotente del mondo delle cose accadute davvero, nei cosidetti fatti.

E scivola calda la tentazione di scendere rapido la scaletta e immergerti nel mondo delle cose non accadute, ritrovare il giacimento di emozioni sepolte.

Ecco, stai davvero per farlo, di slancio, così come fai sempre quando decidi davvero, senza preoccuparti del bagaglio, del tempo o delle energie.

Stai per farlo quando “il mondo delle cose che accadono davvero” ti acciuffa da una caviglia “Smettila!” ti dice  “guarda dove vai. Ciò che non è accaduto davvero, non esiste. E non ti serve.” Non molla.

Da una finestra del “mondo delle cose non accadute” si affaccia Proust, seminascosto da una tenda, saluta ironico e, con un breve cenno, ti indica qualcosa: sei tu, un altro te dentro una cosa mai accaduta. Riconosci la tua forma.

Rispondi con un sorriso, quasi tendi la mano a toccare il sughero della sua stanza.

Ma il “il mondo delle cose che accadono davvero” è ancora saldamente agganciato alla tua caviglia. Ha peso. E ti riporta a te come a un fatto necessario, concretamente.

Non puoi  scegliere davvero.

Sali sull’aereo mentre la morsa si allenta, gentilmente,  come se davvero avessi fatto la cosa giusta. Come se Karenina davanti a treno, al finale, avesse improvvisamente detto “qui urge una messa in piega” e bel bella si fosse diretta dal coiffeur avendo dentro di sé l’immagine precisa e disperata del suo tuffo sul binario. Il suo tuffo non accaduto davvero, ma davvero immaginato.

Sali sull’aereo e vorresti che il mondo delle cose non accadute avesse la forza di trattenerti, d’accadere davvero.

ClairdeluneDebussy

Postato da: farolit a 00:50 | link | commenti (26) |