Oz

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lunedì, 29 ottobre 2007

 

specchio1Uno specchio ci vuole.

Almeno uno.   E possibilmente buono.  Affidabile.

Non tutti gli specchi sono uguali.
Ci sono specchi delle mie brame, specchietti per le allodole, specchi retrovisori, specchi antevisori, specchi metaforici, specchi dell’anima, specchi della paura, specchi truccati, specchi deformanti,  specchi implacabili spietati, specchi bugiardi.

Il mio specchio è onesto. Ed educato.
Non mi nasconde niente. Mi saluta ogni mattina. Mi dice tutto, ma è benevolo, trova sempre le parole giuste.

Appoggiato tra il mobile e il muro si prende la luce di sguincio, quella dei pomeriggi.
racconta una stanza che attraversa tante storie senza di me, approfittando della mia assenza remota e presente. Io le vedo.

A volte mi dice pezzi di cielo di un azzurro dipinto e ottimista. Altre volte s’increpuscola d’oro tenue e dice luccicanze tra boccette e profumi che parlano di malinconie dolci, come un fado.
É un vecchio specchio poggiato al muro, non appeso. E tutti quelli che lo vedono ci finiscono davanti, puntualmente, e senza paura.
La scrivania ne è gelosa. L’armadio finge indifferenza insieme al lampadario.  Solo il giovane letto capisce il vecchio specchio e gli sorride.

È uno specchio che sa dire le cose, sa trovare ogni giorno la parola giusta. Non fa paura mai. Forse qualche volta sembra fare un po’ male, ma non è lui a farlo, è il giorno che cade, è la luce che muore. E lo specchio ne risente, patisce.  Sensibile com’è.
Un giorno entrerò nello specchio, a casa sua. E sicuramente lì troverò tutte le cose gli ho detto e anche quelle che non gli ho detto, quelle che sono stata comunque anche senza saperlo, quelle che mi ha preso dagli occhi ogni giorno, per lunghi giorni e lunghe sere  di lunghi anni della mia vita.
Lì, nella casa dello specchio, troverò certamente molti sogni (come veri), ettolitri di lacrime (come sognate), veli di ansie variopinte, stanchezze mute, innumerevoli canti d’amori non corrisposti, la voce di mia nonna, tre draghi di cui uno finto ed enorme, mio padre che prova ad ascoltare e ci riesce, l’ambizione di essere me stessa comunque, mia madre soddisfatta per più di 24 ore, le comprensioni curative non telefoniche, i giorni apprendisti per l’artigianato della sconfitta, il suono di un  respiro vicino e sovrapposto al mio, l’ultima indifferente notte prima di un esame, la volta che ho capito chi ero davvero,  le incomprensioni degli amici nel momento del bisogno,  la prima volta che sono rimasta sola al buio e arrivavano i vampiri, le collezioni di rancori, il giorno che ne ho fatto un  falò, la bicicletta ancora sul muro,  il primo “no”, l’ultimo “sì”.

Sì, uno specchio ci vuole. Per finirci dentro ogni giorno, anche senza ascoltarlo. Tanto è lui che ci ascolta. Ci sa, ci guarda. Riflette per noi. Trattiene e restituisce. Fedele.

Ci vuole uno specchio. Ma uno specchio buono. Uno di cui potersi fidare. Uno di quelli di una volta, onesto e benevolo.

Ci vuole al risveglio nel primo saluto del giorno, nell’ultimo della notte.

 

E tu, che cyberpassi e rifletti in questo post, tu che specchio hai?
Che specchio sei?


Postato da: farolit a 00:34 | link | commenti (19) |

domenica, 21 ottobre 2007

regola io.

libertà no, io.

regola prima io!

libertà sei fuori come uno zerbino...

regola io! io! e io! ti ho detto

libertà ma figuuurati… valà, iiio piuttosto

regola forse non mi hai capito… tu senza di me non vai da nessuna parte

libertà ah sììì?

regola

libertà e chi lo dice?

regola te lo dico io
ibertà ah ah ah... che tono autoritario, bhù! che pauuura...
regola stolta…

libertà uaaah!!.. ah! ah! aaaah! stolta io? moi?  ma ti sei vista? Ti sei sentita?

regola sei inutile

libertà ha parlato!

regola iiio ti servo, ti guido, t’irreggimento… ti do un ordine, un senso. Ti proteggo persino

libertà ma figurati… ormai ti conosco, sei sempre più fasulla ... Tu mi castri, mi reprimi, mi aggredisci, mi snaturi… mi uccidi. Tu mi neghi.  Ci provi sempre… ma io sono più forte, ti devi rassegnare...

regola ingrata, dopo tutto quello che faccio per te, io ti sono necessaria, indispensabile

libertà guarda che vengo prima io… non ti confondere… io ti sono necessaria…

regola io!
libertà io!
regola
iiiooo!

libertà io! io!

regola io! io! iiiiooooo!

libertà povera illusa. Illusa e ottusa. C’hai lo sguardo corto, l’orizzonte basso. Sei piccola. E senza ali

regola almeno sono riconoscibile io… Tu sei così ambigua, hai sempre un nome diverso e tanti voli pindarici senza mèta

libertà sono un concetto troppo vasto per te

regola tu sei un concetto troppo vasto per chiunque

libertà soltanto per i poveri di spirito

regola a me mi capiscono tutti

libertà no, tesoro, non tutti…  Tutti ti sopportano, piuttosto, ma  sopportare non è capire… fidati

regola tutti hanno bisogno di me

libertà questa è bella! divertente… quasi quasi ci credevo

regola che significa?

libertà significa che dovresti fare un sondaggio tra questi presunti tutti…

regola ?

libertà tutti hanno bisogno di me,

regola e perchè mai?
libertà  perchè io manco e tanto, sono quasi bandita, tu invece sei onnipresente, dilaghi e troppo spesso parli in mio nome senza conoscermi

regola ah! ah! ah!

libertà ?

regola ma senza di me sei ingovernabile… piatti nel lavello, anarchia sentimentale, instabilità politica, no money darling. Do you now?

libertà sragioni come sempre, c’hai i paraocchi, non vai aldilà del tuo orticello

regola io lo faccio funzionare l’orticello

libertà ennò, non  mi freghi! una volta quando ero più piccola e ingenua potevo cascarci… ora lo so

regola cosa sai?

libertà che tu non fai più funzionare un cazzo, neanche i giochi da tavolo, nemmeno la briscola,  figuriamoci l’orticello

regola eppure io sono ovunque, in ogni millimetro di vita pensata ci sono io

libertà c’eri, bella, c’eri… forse un tempo. Una volta, quando le regole erano regole. Ora fai solo finta di esserci, vivi di rendita, sei una figlia di mammà, figlia di tempi meschini...

regola come ti permetti?!!

libertà io mi permetto questo e altro, mi spoglio nuda e ti cavalco, se voglio. Ma non voglio. Non voglio toccarti, sei troppo fasulla per me. Rischio il contagio. Hai visto che fine hai fatto fare a mio fratello?…

regola ma chi quel mollacchione di Ideale?

libertà non parlare così di lui ... sennò ti mando mia cugina

regola no ti prego, quella pazza graffitara di Anarchia non la reggo, soffre di manie di persecuzioni, spiegale una volta per tutte che non solo il Male

libertà è un’artista, vive in un mondo suo, un mondo di cui tu non fai parte…  lì no puoi entrare

regola e allora perché se la prende con me

libertà perché il tuo esistere la contraddice.  Lasciala stare, pensa ai fatti tuoi, non cambiare discorso ...

regola non cambio discorso.. quali sarebbero i fatti miei?

libertà torna a fare il tuo dovere

regola e quale sarebbe?

libertà lo sai… non te lo devo sempre ricordare io!

regola … io mi applico

libertà … ti applichi male, inutilmente… ed  è come se tu non esistessi

regola io esisto! Guardami: codici e codici, e prescrizioni, e balzelli, e gazzettini, e ordinamenti, e ordinanze, e procedure, e bollette! tante bollette …

libertà ma come parli? e dove sei davvero? Guardati. Sei cambiata.  Chi sei Contessa, tu non sei più la stessa?

regola  non capisco, straparli... come sempre, senza limiti e senza criterio

libertà lo so, non mi ascolti… non mi ascolti mai, non mi ascolti più da tanto, tantissimo tempo

regola perché dovrei? Sei una scriteriata... ci porteresti alla rovina, non hai il minimo senso della realtà

libertà io ti ho sempre servito, io ti ho guidata molto prima che tu lo sapessi, ti ho ispirata come un canto, ti ho dato casa e nome… io t’ho dato un senso, un senso giusto…

regola uuuuh, ancora con ‘sta vecchia storia di égalité e fraternité, ma quanto sei fuori moda!e basta!…  siamo nel mercato globale… Svegliati!

libertà non sono io fuori moda, sei tu che hai preso una brutta strada, ti sei venduta e pure per poco

regola sì, ora mi prostituisco magari

libertà ora sei tutta finta, tutta rifatta, sei instabile, inaffidabile, non hai più valore e credito

regola  chiedo solo rispetto, in fila per tre

libertà no, tu oggi chiedi di più. Chiedi senso dell’humor. Il rispetto non ti basta. Anzi, chiunque ti rispetti ormai viene tradito. Sbeffeggiato. E chi ti rispetta non lo fa più per ciò che vali, ma per l’idea che hai rappresentato…  Del resto tutti quelli che non ti rispettano si sentono autorizzati a fare a meno di te, quasi col tuo consenso... Ti presti a essere l'eccezione di chi paga meglio

regola  capisco… ora vuoi farmi credere che chi comunque mi rispetta non lo fa per me che sono così irrispettabile…

libertà già

regola e per chi lo fa?

libertà lo fa per me

regola questa è bella. E magari anche per tuo fratello il bamboccione…

libertà sì…  ti sembrerà strano, ma anche per lui

regola e io a che servo allora?

libertà a garantire giustizia, a garantirci esistenza a me e al bamboccione
regola interessi vorrai dire…
libertà
lo vedi che ti perdi le parole? No volevo dire e proprio giustizia, diritti, tutele

regola aaaa tipo i doveri

libertà anche i doveri. Quelli te li ricordi troppo bene. Ma non sai più rammentarli a quelli che li hanno dimenticati, perché tu stessa non sai più fare il tuo dovere, tu stessa non ti dai valore

regola non ci capisco più niente…

libertà è esattamente questo che volevo dimostrarti, Watson

regola e cosa posso fare per capire?

libertà devi cambiare

regola uff! sempre mi si chiede di cambiare, non faccio altro, sono un elastico…

libertà ma non devi essere elastica

regola e come devo essere

libertà equa, affidabile, ispirata dal buon senso pratico,  dalla realtà vera delle cose e da un’immaginazione alta... 

regola e tu?

libertà io ti voglio bene, da lontano; sopporto che tu ti applichi (con tutti i tuoi limiti!) alle necessità delle cose pratiche, ma sto altrove, lo sai che non ho bisogno di te,  ti rispetto a distanza

regola e dove stai?

libertà dentro gli spiriti liberi

regola e posso venire con te?

libertà no

regola daaaai

libertà no, certo ti farebbe un gran bene, ma saresti nociva con la tua fissazione per l’ordine

regola allora resto qui e che faccio?

libertà rileggiti il Piccolo Principe, diventa naturista, pensami. Io ti seguo da vicino e da lontano, ti lascio la mia luce accesa… sempre.

regola io non sempre ti capisco…

libertà perché mi conosci poco e sei piena di pregiudizi…

regola m’inquieti…

libertà lo so, tu m’infastidici

regola dobbiamo sopportaci, siamo parenti

libertà qualcosa ci lega, io me lo ricordo…

regola io invece me lo dimentico…

libertà per questo  io te lo ricordo…  Devi  tornare ad essere credibile

regola occorrono rinunce

libertà ti sembrerà strano, ma la parte migliore di me sa farle e anche bene

regola io non so, mi sembra sempre che debbano farle gli altri

libertà quali altri?

regola loro

libertà loro?

regola loro

libertà loro sei tu

 

 

In questo ozioso blog c’è una regola condivisibile: la libertà di commentare (e anche quella di non farlo) garantita dal parlamentuccio di Oz ovvero il neurone di Farolit.

Ma se volete lasciare qui, nel piatto di questa cyber bilancia, una regola (anche privata e personale) che vi piace o una forma di libertà che vi appartiene mi fareste cosa assai gradita.

Postato da: farolit a 02:42 | link | commenti (27) |

domenica, 14 ottobre 2007


Di come il prode Farolit del Municipio "Cavaliere dal Neurone Solitario" insieme all'impavido Gneppo Fortebraccio "Cavaliere della Memoria Smarrita"  si distinsero nel impressionante cimento della  Seconda Terribile "Crociata dei Pezzenti",  pugna Guizzomane per la Conquista del Sacro Titolo di Principessa SSIS  nelle sperdute langhe della Terra di NordEst

Scalaimmobile

Da molto tempo i due cavalieri meditavano la riconquista dell’ambìto titolo didatticoallegorico di Principessa Ssis.
Così, organizzato un lungo lurido piano di sbaragliamento dell’esercito pezzente in lizza per l’ambito premio, decisero di muoversi verso le desolate langhe del Nord, luoghi senza sole, dove voci di mondo precario dicevano ci fossero  più titoli meno e crociati. Meno rispetto a quelli della Prima Leggendaria Pezzentissima Crociata nelle mendaci Terre di Messinacity.   Dunque una pugna men cruda apparia quella del  Nord. Da eroi sapienti per tutta una lunga estate i Nostri, come due povere craste, esercitarono il Neurone Solitario e la Memoria Smarrita nell’arduo cimento dei Guizz a Risposta Multipla,. Cosa molto simile, per forma e sostanza, a quella del telequiz , dove caso e culo occorrono insieme alla erudizione spiccia del F
òrsenontùttisannoché.
La preparazione fu dura, ché l’intelletto dei nostri per più fiate venne men mortificato, cedendo al pensiero di candidarsi a Chi vuol essere miliardario, abilitazione certo ben più retribuita di quella.
Oltre a crisi di risa isteriche per l’affronto al Neurone e alla Memoria (forgiati a ben altro genere di esercizi ormai obsoleti e sepolti , quali il tema e l’argomentazione orale)   l’addestramento si concentrò soprattutto sul  metodo enigmistico:  via il Mastro Sapegno, sì  a Don Bartezzaghi, via il manuale di Storia, sì all'Edipeo Enciclopedico, via al metodo di analisi e sintesi (che  da Platone a oggi sostenne ogni buon pensiero dell’umanistico ragionare),  sì al Trovalintruso o al Quesito della Susy.  
La strategia di combattimento intellettivo  prevedeva l’abbattimento del dialettico ragionare; bisognava diventare macchine corrispondenti, equivalenti al sapere di una lavatrice e al suo manuale d’istruzioni. Un solo utilizzo, quello. Una sola risposta, quella. Un significato binario, unico. Nessuna argomentazione. Le macchine non argomentano, eseguono.
Astuto quanto un Odisseo Don Farolit capì che bisognava gabbare il principio di interpretazione che tante battaglie fece vincere al Neurone. Era un'altra guerra questa,  non del sapere, né del "come", ma della “risposta esatta”. Metodo di avanzamento Trivial Pursuit, metodo di erudizione Wikipedia.
  
Questa era una nuova guerra e con nuove armi.  Andava combattuta. Non c’era nobiltà alcuna nel nuovo cimento, non c’erano nomi ed episodi a rendere l’unicità del talento dei nostri Cavalieri, il mestiere delle armi dell’intelletto non serviva a questo bellicare.
Anzi, andava messo da parte. Un tempo il nemico, la commissione esaminatrice, era acora umano. Le armi erano quasi pari. Ma adesso… il nemico era un “lettore ottico”, il correttore del test, una macchina che non si sarebbe indignata delle debolezze, né avrebbe ammirato i picchi d’ingegno. Il nemico era una macchina che macchinalmente avrebbe risposto quantificando, senza mai qualificare, il numero dei quiz insertati, il numero di quelli omessi, il numero di quelli toppati per ignoranza o per errore di casella. L’humanitas degli umanistici studi si catafotteva nella inumana griglia grattaevinci a1 C3 B4 D1 colpito e affondato!…. Uomo tu sarai macchina. Homo non sum, umani alieno me puto… diceva la macchina.  "Giammai lo sarò" pensò saldamente Don Farolit facendo tintinnare l’umanissimo acciaio del suo ardimentoso Neurone "Alpiù, per convenienza, fingerò di esserlo. Chè la stoltezza della macchina è pericolo, ma solo se ci si rifiuta di apprendere il suo misero linguaggio binario, l’unico con cui sa comunicare e per cui, da inferiore, si sente migliore.
Macchine da quiz… questo fingeremo di essere!” proclamò alla fine delle esercitazioni Don Farolit con fanatico piglio in un occhio e beffarda ironia nell’altro “Ma non lo siamo e mai lo saremo davvero!” replicò scorato il fido e sempre concreto Fortebraccio.
“Certo! E questo ci rende più forti… “ fece il nostro con lo sguardo lontano e fiero
“In cosa? Se dobbiamo combattere con una macchina e noi non siamo macchine, perderemo, i più forti non siamo noi” insistette Don Gneppo. “Lo siamo nell’animo. Lì vinceremo, perché è lì in fondo che sempre bisogna vincere…” restituì il colpo Don Farolit “Insomma ... un paio di punti mi piacerebbe estorcerli  in questa lotta diseguale…” proclamò il sincero Fortebbraccio. “O ignaro! Io ti mostro la luna e tu ti concentri sul dito. Non sai che il piccolo Davide sconfisse Golia , e con una sola fionda ,e con un animo ben più forte di quello del  gigante” s'infiammò nobilmente il Cavaliere dal Neurone intrepido
 “Il mio animo ha fame, se non mangia conferme e vittorie s’indebolisce…” “Basta Gneppo! tu pencoli inutilmente, è proprio nel resistere estremo che si riconosce il vero cavaliere, in come sta dritto sotto gli strali dell’avversa sorte. Anche le battaglie impari vanno combattute; anzi, soprattutto quelle in cui la sconfitta è preannunciata. Le altre non sono vere battaglie, sono solo ginnastica”
Gneppo tacque ancora una volta ammirando lo duca suo e preparò l’armi e bagagli con animo temprato e pronto.
Vari e funesti  presagi segnarono la partenza per quelle terre senza sole.
La sveglia non  suonò, la valigia piena di libri fu chiusa senza che dentro ci fossero ancora cose essenziali. Al valico trasvolante il bagaglione di 30 chili tra libri e maglioni pagò pegno di 54 euro per la sovratassa. Dolori micidiali da mestruo stremarono il Nostro le cui spoglie si tumularono finalmente  a sera inoltrata quando giunse nella magione vuota e fredda di un amico, lassù nel villaggio di Padovonia.
Il mattino della battaglia, sul rotaiante mezzo binario che dal villaggio di Padovonia li conduceva nelle trincee del Polo Tecnico Scientifico ove era luogo della tenzone,  incontrarono la bella Silva, una bionda cavaliera. oriunda che  imbracciava come scudo  il solido Canzoniere di Petrarca.  Con solidale sorriso di fratellanza,   scambiandosi pensieri trepidanti e fazzolettini,  i cavalieri si sostennero nel viaggio che precedeva la battaglia.
Giunti che furono nella ridente Margheraland Don Farolit e Dob Gneppo  respirarono a pieni polmoni la salubre aria colorata di giallo dalle ciminiere, attraversarono un tunnel buio e allagato tipo fogna di Bucarest , e dalla stazione finalmente uscirono a riveder le stelle.  Giunsero con un professionale anticipo di un’ora e mezza  nell' indimenticabile Viale delle Industrie, di fronte all’imponente palazzo del cimento: il fantozziano Antares Vegapark, un ex capannone industriale adibito a mattatoio concorsuale.
Il limbo d’anticamera dell’agone si riempiva lentamente delle anime più o meno combattenti dei Crociati, arrivavano soli, a coppie, a gruppi con flusso constante e sempre più intenso, sciamando. In quella Babele il desto Neurone di Don Farolit seppe riconoscere il suon de' vari accenti familiari della sua terra di meridione, terra di nobilissime sconfitte, dove il Precariato è un mestiere antico: napulitani, ragusani, agrigentini, siracusani, catanesi, salentini… Più della metà di tutti quei Cavalieri veniva dalla gloriosa Terra di Sud.  Tutti preparati: all'esame, al viaggio, alle spese, alla speranza. Alla sconfitta anche.
Una parte dei cavalieri oriundi (già lavoratori o freschi di titolo)  invece tentava la sorte di quel cimento senza l’allenamento dovuto, puntando sul jackpot della sorte concorsuale. Alla seconda Crociata il nostro eroe non si stupì della solita trepidazione generale giacchè discorsi deliranti accompagnavano le fitte schiere di quelle anime in fila. Quello che basì il Cavaliere non fu tanto trovare  la solita umanità misera  e sconfitta, rassegantamente pronta alla mattanza , ma il sì gran numero di letterati-disoccupati partecipanti alla conquista di cotanto titolo.  Eran ben più settecento… aspiranti abilitanti per 80 posti da pagare in comode rate di tempo (due anni) e di denaro (duemila euri) . Ché il Preacariato è un ottimo bussines,  e già si sa.
Fu subito chiaro: quella "Seconda Crociata dei pezzenti" si presentava ancor più ardua della prima. 
Don Farolit si sotrasse a quella triste visione per non venir men di pietade. Cercò in loco una ritirata  e del caffellatte. Nulla trovò nella supetecnologica struttura. Ma setacciando il fuori, 800 metri dal mattatoio,  dietro una manona gigante in cemento disarmante... scovò un baretto sulla statale di Margheraland , usbergo di operai in tuta da Cipputi che ci davano di Unicum alle 8 de mattino. Porèti. Lì trovò una pittoresca ritirata fornita di tazza alla turca dove,  con mossa MisterBean, riuscì ad espletare i bisogni che un vero Cavaliere intrepido deve tenere fuori dalla pugna: una lunga soddisfacente pipì. Bevve il suo cappuccino e tornò tra le file dei cavalieri, nel limbo in attesa di entrare nell’agone, accanto al fido Gneppo.
Si spalancò l’ingresso dell'agone e ne uscì un figuro ‘mpomatato, dalla voce sadomelliflua, con un petto da tacchinone inutilmente gonfio, colletto bianco e gote rubizze;  non disse nemmeno il suo nome, ragion per cui lo chiameremo Paone Checcone detto "il Cerberino", colui che avrebbe guidato tutte le complicate manovre del Guizz dei 700 vari e precari.
Paone Checcone ci intimò di avere con noi tre cose fondamentali per accedere al luogo dell’agone: la ricevuta di pagamento all’iscrizione (100 euro cadauno, che moltiplicanto per 700 fa 70.000 euro che l’Università Ca' Foscari raggranella  per darci il “diritto” all’esame,  insomma un affarruccio non da poco il bussines della fame di lavoro...) la carta d’identità  (per fare la conta degli anonimi che poi saremo nei test) e aver fatto la pipì (prima di cominciare, che se ti scappa dopo son cazzi tuoi). I due cavalieri si guardarono e ghignarono.
Poi, separati dai diffenti gruppi alfabetici, promisero di ritrovarsi dentro, vicini e solidali, come sempre. Così fu.
Alle 9.00 si era già dentro. Dentro il ventre di balena tecnoindustriale del capannone, per ricordarci di essere macchine, pezzi insensienti di rotative, cose obbedienti di un ingranaggio più grande e oscuro, come oscuro deve essere tutto ciò che viene Terribile Regno d'Imperscrutabile Tenebra che solo conduce alla conquista del titolo di Laureato Abilitato o ad uno straccio d’ipotesi di Lavoro.
Minchia.
Don Farolit e Fortebraccio si collocarono impavidi tra le prime linee di quella fosca trincea.  Il Cerberino coordinava una truppa di soldatine guardiane parascolastiche, tutte femminelle occhialute, attorno ai 25, che schedavano e vigilavano la marmaglia candidata, piantonando il mattatoio in punti geometrici rigorosamente prestabiliti.  Prima che la mandria di candidati fosse tutta schedata, certificata e liberata dalle  impellenze della fisiologia, si fecero le 10.30.  
Cerberino Gnègnegnè sadolanguidamente minacciò in anticipo tutti coloro che non avrebbero seguito alla lettera le preziosissime istruzioni della lavatrice umanistica da lui dettate:  “e non toccate la busta prima del mio 'via', e alzate il pennarello, e non fate le ics altrimenti il lettore ottico non la considera, e fate il puntino, e non scrivete a matita, e appiccicate il codice a barre solo quando, come e dove lo dirò io, e spegnete questo, e imbustate quest’altro, avete  due ore, quattro minuti per ogni songolo Guizz, se sbagliate a riempire al casella con l’apposito pennarello peggio per voi, se dovete andare in bagno durante il Guizz verrete scortati dal nostro personale... e adesso in fila per tre ...zunzun dadadà
Don Farolit trattenne il naturale ugolinico  istinto di avventarsi alla giugulare del bolso figuro che trattava gli umanistici Cavalieri  come macchine esecutrici. Trattenne anche il glorioso pernacchio di decurtisiana memoria. E , approfittando della momentanea assenza del Fortebreccio - (ito in missione espletiva in lunga imbarazzante metodica pubblica fila del bisogno orinario che attraversava l’agone) il quale certamente lo avrebbe dissuaso a gomitate  da ogni utopistica iniziative-  capeggiò il tentativo di una  luddistica rivolta “Basta valorosi! Ribelliamoci all’infamante mortificazione del Quiz. Tutti e 700, qui e ora, rifiutiamoci di eseguire 'sto cazzo di test! Fatti non fummo per viver come macchine ma per argomentare temi e conoscenza” 
U
n coro  eccitato di “Sì! sì! ci sto! ci sto ci sto…  facciamolo”  echeggiò tra le file adiacenti, lampi di revoluciòn balenarono negli sguardi  volti verso il Neurone Solitario, ma tutto s’interruppe all’arrivo delle bustesorpresa, le buste col Guizz.

La prova iniziò. Lunga, stolta, arida, nozionistica. Esattamente come non dovrebbe essere la prova per un maestro dell'intelletto. Le domande si susseguirono insieme alle loro multiple risposte. Colpo su colpo: cosa sono i Licheni? cos’è una gnome? che è successo nel 1453? chi era Pincherle? prima dell'apparizione di Beatrice, quale personaggio femminile Dante incontra nel Paradiso terrestre,? a chi sono dedicati i Sepolcri? quali popoli appartengono alla civiltà del ferro? che figura retorica è la seguente? quali di queste opere non è stata scritta da Boccaccio? con chi dialoga Tristano nelle operette morali? qual è l’ordine esatto dei seguenti avvenimenti? cosa proclama l’editto di milano del 313? la moldava che città attraversa? cosa scoprì Magellano?  quale popolo abita tra i pirenei e il golfo cazzarullo? di chi è il seguente verso 'placida luna...? chi ha scritto il Ninfale d’Amet?, di quale popolo era capo Alboino? chi ha scritto Neve? cos’è il complemento  predicativo del soggett?  cos’è il paradigma? che riforma fece Gentile? Cos’è un pamlplet? cos’è lo strambotto? Quale modello linguistico ha proposto Alessandro Manzoni? Chi scoprì il palinsesto del De republica? di chi è  la grammatica generativa?  quale lingua tra queste non è indoeuropea? che  vento è il föhn? che percentuale di radiazioni ultraviolette trattiene fascia di Ozono? Nel 1963 avviene una delle più grandi tragedie idrogeologiche d’Italia quale?, chi è noto storico autore di una monumentale biografia di Mussolini?  Le foibe cosa sono?  cosa dice lo Spirito delle Leggi di Montesquieu? Il 12 settembre 1943 Mussolini dove fu liberato? chi fu secondo presidente del consiglio del Regno d’Italia?  Bratislava è la capitale della?

E blablabà Don Farolit ancora una volta con rassegnato sdegno,  impugnò la penna , imbracciò il foglio, smerigliò il mortificato Neurone e, con aria nobilissima, valutò le domande, le risposte multiple e poi, mise il puntino  nell'apposita casella dell'apposita griglia alfanumerica, 1A , 2B, 3, 4C … piccandosi del fatto che la fine della tenzone la troppo umana stanchezza (di occhi e neuron) e gli fece sbagliar per 4 fiate la giusta casella, irreparabilmente.  Cazzarola.
Si fece scortare in bagno da una giovinetta guardiana cui affidò il prezioso scritto coi Guizz che ella ebbe modo di leggere  “molto poco ortodossamente” mentre il Cavaliere liberò la sua vescica e il suo animo con una esaustiva minzione di protesta. Messo in fila consegnò il compito all 13.00 e si fiondò al baretto metallurgico a ristorar la panza prima della seconda parte della pugna: la seconda fatidica sconosciuta fantozziana prova. Gneppo, il Cocciuto Prudentillo, si prese tutto il tempo utile e inutile per rassicurare la sua Memoria Smarrita e meditare profondamente su tutte le caselle vuote e quelle piene.
  Ebbe uno scontro con una guardiana Capò che insinuò ignobilmente che lei indugiasse tutto quel tempo per poter copiare! Grande e trattenuto fu lo sdegno del valoroso che non si mosse dal suo posto di combattimento. Non cedette alla legittima furia dello sgarro. Mentre la cessina commentò con la collega guardianella “Tanto quella non passa!”. Gneppo, l’Intrepido, consegnò la prova con rabbia trattenuta e ansia di vendetta che seppe consumare più tardi, da vero nobile combattente animo.

Raggiunse al galoppo dei suoi piedi Don Farolit  nel baretto dei metallurgici ove  il Neurone ammmirato mostrò al fido compagno l’ologramma magnifico in cui sostavano: loro,  uniche femmine letterate in mezzo a 15 maschi operai di quelli veri, messi lì insieme a condividere la pausa dei giusti:  pane, salame e fatiche.  E poi si ricomincia. Nella pausa il telefono squillò e una voce parlò d’inconscio da liberare. Don Farolit l’ascoltava come un segno e un senso, guardando oltre. Quieta.
Alle 14.30 suonò il gong del cimento; stessa lunga trafila di transumanti. La tenzone riprese nel mattatoio sempre più simile a un reality con le videocamere nascoste e la defilippica grande sorellastra che scruta e decide chi sarà nominato ed eliminato nella prova di sbarramento. Don Farolit sentiva le inebrianti forze dell’Anarchia (ah paterni geni!) affiorare dal bassoventre e salire al Neurone, rinvigorirlo, sollecitarlo al sabotaggio; si volse, dunque, ad una invisibile videocamera e lanciò un delirante videoappello all’invisibile pubblico da casa. Hai visto mai. Tale captatio benevolentiae fu salutata con ammirato stupore dai precarianti compagni di sventura. "Tutti seduti e zitti" - lagnò torvo il Cerberino - "inzia la prova fondamentale... attaccade il codice, ora entriamo nell'anonimato"

La sconda busta sorpresa fu aperta. Un’ora sola di certame per affrontare l’esegesi di alcuni beffardi passi del 17° (portasse bene?) canto del Paradiso. 

112  … Giù per lo mondo sanza fine amaro,
e per lo monte del cui bel cacume
li occhi de la mia donna mi levaro,
    e poscia per lo ciel, di lume in lume,
ho io appreso quel che s'io ridico,
a molti fia sapor di forte agrume;
    e s'io al vero son timido amico,
temo di perder viver tra coloro
che questo tempo chiameranno antico».

136 … Però ti son mostrate in queste rote,
nel monte e ne la valle dolorosa
pur l'anime che son di fama note,
che l'animo di quel ch'ode, non posa
né ferma fede per essempro ch'aia
la sua radice incognita e ascosa,
né per altro argomento che non paia». 

 Fai la parafrasi  di "monte" e di "mondo amaro"... ti dò due miseri punti.  E dimmi chi è la "bella donna". Vale 3 punti.  E che significa "agrume"…solo un punto.  Tutta roba facile. Pochi punti.  Ora dimmi  che cos’è il cacume e  qual è il suo etimo latino.. sono 7 punti, mica bruscolini. E dimmi cosa cazzo vorrà  dire quell’ermetico paradisiaco di Cacciaguida dal verso 137 al verso 142? Guarda che la parafrasi sono un sacco di punti! Roba che neanche la Vodafone te li dà. Sentendosi provocato dal verseggiar beffardo l’impavido Neurone, furioso più di un Orlando,  forte del suo talento creativo e paraculo, si  lanciò insanamente in una ermeneutica esegesi  futurista: per la serie parole in libertà, apprezzerete almeno il gesto inventivo. Io al posto vostro lo farei.
Poi fiacco, lasso, strenuo il Cavaliero si mise in  ordinata fila per tre e, con anticipo di mezzora, consegnò alla  guardianelle in cattedra  il cimento secondo,  quello determinante per il superamento di tutta la prova.  Poiché solo superata questa seconda prova   la giudicante commissione avrebbe preso in considerazione la valutazione della prima e il suo punteggio e blablabà.
Il nostro cavaliere uscì con ritmato passo dal ventre del concorso,  lasciandosi alle spalle il mattatoio infame, i cavalieri intenti a spremer meningi,  sangue  e speranze dalle proprie stesse rape. E vaffanculo!  echeggiò dall’elmo piumato dell’orgoglio  al pensiero del valoroso compimento del suo miserrimo dovere.
Nell’attesa che anche il fido Gneppo si liberasse dai gravami dell’infima pugna, Don Farolit scovò un bizzuolo consolatorio e  ci si stinnichiò.  Ben lontano dagli ansiosi cavalieri usciti dall'agone che ancora  controllavano antologie e versi, si godette il saluto di un inaspettato sole in faccia. Per distrarsi da un incipiente attacco d’asma  (dovuto i ai miasmi dell’aria margherese)  s’attacco al telefonino: messaggiò, informò, risentiì la voce che inneggiava a liberare l’inconscio finchè, baldanzoso, giunse il Fortebraccio.
Per nulla preso dall'esito sua prova, quanto dalla sua compiuta vendetta.
E raccontò che consegnato il compito andò da Cerberino Paone e denunciò così l’operato della guardianella “se la sua collaboratrice avesse pensato davvero che io copiassi era suo preciso dovere segnalarmi, altrimenti tacere” “ha ragione, è stato un episodio sgradevole, mi dica chi è costei  “no, questo non ha importanza” . Una lezione di stile, altro che litote,  lassù nella tecnologica sissinica Margheraland.
"Quanto più tempi sono ignobili, tanto più gli animi nobili sono spronati a temprare la loro autentica fortezza"  così pensò Don Farolit e guardò con fiero orgoglio il suo compagno di avventura. Insostituibile. Anche quella battaglia era vinta, aldilà della graduatoria che ne sarebbe venuta fuori
Ora ci voleva il mare, da Viale delle Industrie non si poteva vedere e, quel che peggio, nemmeno immaginare. Ci voleva un orizzonte su cui lanciare lo sguardo, ancora una volta, aldilà di questo stolto tempo. Ripresero il tunnel ed il treno.  E tacquero d’un bel silenzio tra loro nella florida stazione di Mestre,  sul treno che le riportava al villaggio, nel vagone su cui rincontrarono la bionda Silva ridente e speranzosa. Si meritarono un pasto comme il faut, da valorosi: al Vegetariano.
Don Farolit, goloso di nordiche zucche rosse, ordinò una zucca marina, senza minimanente sapere cosa fosse. Per puro gusto della scoperta. Gli portarono quella che sembrava essere una fetta di melanzana a forno con olio e aglio. 
Gneppo sghignazzò "ti hanno portato una melanzana" Ma Don Farolit insistette che quella era una fallace somiglianza e che forse le zucche marine di quei luoghi potevano addirittura somigliare alle melanzane. E con questa originale riflessione saggiò perplessa ma motivata l'ambiguo vegetale.
Gneppo l’Arguto s’indignò appellandosi al brutale Principio di Realtà …  "quella ha la forma, ha il colore, ha l’odore, ha  sapore della melanzana ... quella è una melanzana!"
Che prode senza fantasia! Pensò Don Farolit. E  per aver conforto chiese all’oste “scusi buonuomo, questa zucca marina sa di melanzana”, “in effetti quella è una melanzana” ridacchiò l’oste divertito "ci perdoni, abbiamo sbagliato a consegnargliela” “ah." Rimase il cavaliero, invero prima mesto, poi lieto perché la melanzana non gli piaceva neanche un po' e quando, scoperto lo scambio (opera sicuramente di qualche occulto mago), arrivò la zucca marina vera (come una metafora sotto l’inganno), si rivosle al Fortebraccio e con parole alate disse:
“Grazie mio fido, come farei senza di te che mi svegli a colpi di ramaiolo dai tranelli fantastici del beffardo Reale”
“Prego mio prode, come farei io senza di te che mi rendi amabile il penoso reale col tuo nobile Fantasticare”

Brindarono dunque 'al Talento del Precario', che poi, alfin, è il talento del vivere. Prosit.

 einekleine

 allaturca

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lunedì, 08 ottobre 2007

Cose non dette

Quando ti allontani... ti ritrovo. Non prima, non altrove.
Lontana ti definisci senza equivoci e interferenze. Senza che io e te ci si frapponga.
Quando sei vicina ... ti perdo.
Non ti so quantificare. Scambio i dettagli per l'insieme o il tutto per la parte.
Non c'è libertà... di comprenderti, da vicino.
Vuoi troppo spazio, il mio, il tuo. Lo prendi tutto. Lo sottrai a noi senza immaginarlo.
E, così, solo quando non ci sei ripercorro i tuoi gesti - posso farlo - l
 ritrovo nei miei, li riconosco, sei tu. Quella parte di me sei tu. Posso amarla. E senza la fatica della tua presenza.
Oggi sono entrata nelle stagioni dell'armadio.
Ho messo via i vestiti di quell'altra me, di quell'altra vita che vado a seppellire senza che nemmeno sia morta. Senza più chiedermi se vuole vivere.
Via. Sepolta nel passato. Esequie.
Il guardaroba del futuro non ce l'ho.
Nell'armadio non c'eri. Mi hai lasciato sola a stabilire i tempi, le vesti, i pensieri. Nell'armadio c'era il silenzio, sì. Nelle mie dita
che piegavano magliette, in quelle pieghe, ti ho riconosciuta. Utile come vuoi tu.
Che stupore trovarti lì - tu così lontana - con me, dentro le stagioni del mio armadio. Come se sapessi... Come se capissi.
Ho apprezzato,
sai, il tuo silenzio quando ho messo via la roba sporca senza lavarla. Non si fa, lo so. Tu non hai detto nulla, hai resistito.
E in quel silenzio tuo mi sono riconosciuta.
Non prima, non altrove.

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