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Dialogo sopra i cieli

- Ora torni?
- Sì
- Non eri nei cieli?
- No. Ero nei mari
- Girati quanto di parlo. E apri l’occhio
- … mmm…
- Ma insomma non hai niente da dire?
- Bella vacanza.
- Ah. Tutto qui
- Già
- Ma quale vacanza? Tu non puoi. Non potevi e non potrai.
- Oh sì invece, io può.
- Troppo comodo filarsela così senza dire niente. Non te lo puoi permettere. Hai delle responsabilità. Ma ci pensi a tutti quelli che credono in te?
- Continueranno a credere
- E quelli che non credono?
- Non si accorgeranno della mia assenza. O forse sì, il ché è meglio
- Senti qui, ci sono 6 miliardi di messaggi nella tua segreteria telefonica: "Vecchio ipocrita... Cialtrone!... Lavativo! Vigliacco! ... Scendi qui se hai coraggio... Parla, dì qualcosa, Eli Eli Sabaktan!... Ma dove sei? Dove sei? Dove sei finito? Fatti sentire… Aiuto!”
- Fanno sempre così, i creaturi. E tu fai sempre il collega frustrato. Rilassati Santuzzo.
- Ennò, non va bene. Tu devi rimanere qui e fare la tua parte fino in fondo. Troppo facile andarsene in vacanza.
- Ne avevo bisogno. Per ritrovare me stesso. A me chi ci pensa? E poi tu e quell’Altro mi create continui problemi di identità. A proposito dov’è Figlio?
- E dove vuoi che sia? Su Youtube. Là dove lo hai lasciato lo ritrovi. Lo sai che c’ha la fissa della Superstar, povero Cristo! Ora studia per i provini della Defilippi .. Ma è buono, troppo, non so se ce la farà, l'ultima volta gli hanno fatto la pelle, ora c' ha tutto un suo piano di neoevangelizzazione mediatica.
- E’ ingenuo, lo è sempre stato… Ma forse ha ragione lui, bisogna aggiornare il linguaggio, semplificare, semplificare… Usare balletti, sms, youtube … ballerini venite parvulos! Le parabole sono desuete, superate.
- Ma che dici? Come parli? E come ti sei conciato?
- Che c’è, invisibleman? Non ti piace il mio nuovo look? Dai, non è da te giudicare dalle apparenze.
- Non giudico, Trino. Guarda che il rasta è superato
- Sarà , ma non importa. Era da tanto che desideravo le treccine giamaicane…
- Ossiùr… Lui in Giamaica a farsi le treccine ed io qui a laurà, mi viene da piangere...
- No, Santo no cry … dance with me
- Ma quale dens e dens ! Mi sembri figlio di tuo figlio.
- Lo sono anche
- Ma che vi sta prendendo a tutti quanti, la febbre del sabato sera?
- C’è bisogno di leggerezza… Anche il corpo ha un anima… per te difficile capire sei così rarefatto…
- O mioTe! Ma quale leggerezza! Questo è il vuoto…. Ti fossi fatto buddista?
- Ci sto pensando. Oggi come oggi è certamente più trendy, Più contemporaneo. Ha più appeale. Non possiamo negarlo….
- E a me? A me non ci pensi? Non pensi a tutto il lavoro che smaltisco, sacramento dopo sacramento, e morti e vite e nascite e unioni, e sempre qui e ora e per sempre, in secula seculorum, e su e giù, su e giù, su e giù, dai sopra i cieli a sotto i cieli, da te a loro e da loro a te
- Sì, Santo, sei il nostro ascensore metafisico
- Guarda che io mi ti transustanzio
- Bravo
- Che fai sfotti?
- No. Non mi permetterei. Tu fai un ottimo lavoro. Il problema è che, oggi, non hai target. Appartieni a un genere di nicchia. Sei troppo sofisticato… per essere apprezzato come si deve dalle masse. Nel momento clou dello show ci sei sempre tu, eppure non ti si vede… facessi almeno un volo d'angelo. Questa mancanza di visibilità ti penalizza, siamo ancora nell'era dell'immagine... lo sai
- Occorre immaginazione
- Le masse per ora non hanno più immaginazione propria, si affidano a quella precotta, dolce e gabbata. Siano ancora nell’era dell’immagine. I creaturi son fissare con ciò appare. Ma non dura minga. Tra 1000 anni torna l’era dell’immaginazione, te lo prometto. E tra 1000 anni torni di gran moda di moda… Il tempo di rifondare due tre archetipi, recuperare il rapporto con la natura… Ce ne fosse uno che sa ancora leggere il cielo stellato accendere un fuoco, sperare davvero. Non fare quella faccia, guarda che 1000 anni passano in fretta, sono dietro l’angolo
- A sì! E intanto che faccio?
- Vai in vacanza. Tie’, ciàpa, ti lascio le chiavi del mio boongalow. Vedi che nel boongalow accanto c’è Maria che dorme… poverina . Fai piano, non la svegliare. Tutto quel piangere, addolorarsi, compatire, pregare, intercedere la strema…
- Lo so, lo so. Il lavoro non manca. Anzi aumenta nei millenni, senza tregua… Anch’io sono stressato…
- Allora lo vedi? Anche tu hai bisogno di riposo. E io la Creazione per chi lo fatta? Per un mondo di stressati? Almeno godiamocela noi… ‘sti creaturi, non sanno autogestirsi, hanno voluto l’indipendenza e questo è il risultato! Si perdono il meglio, sciocchini… ma cresceranno… Dov’è Figlio?
- Ciao Pa’, sei tornato? Figa la barba rasta. Stai proprio bene.
- Ciao Cri’, abbracciami. Come vanno i provini?
- Insomma, così e così. Il balletto non è il mio forte. Mi trovavo meglio nel mongolo del JAZZemani o nel numero della Resurrezione. Ma ora devo portare danza e allora mi esercito nel rondejambe, nel plié
- Hai provato col tango. Da giovane ero bravino, ti posso aiutare se vuoi…
- Troppo difficile Pa’, ci vuole un eternità per impararlo e poi mi manca la ballerina. Maddalena non ne vuole sapere. Preferisce l’hiphop e il reggeton. Mamma?
- E’ rimasta laggiù nel paese dei tropici … a dormire ancora un po’. Era stremata. Porella. Lo sai che è una stacanovista…
- Meglio così… Ah! Vedi che zio Pietro ti voleva parlare.
- Uff! Neanche sono tornato e già mi riammorba con problemi irrisolvibili. Tanto lo so che vuole: è la solita questione del Revisionismo dei Creturi. Appena quelli cominciano a sovvertirlgi i santi e santificare i sovversivi Pietro si destabilizza. Non ha tenuta nervosa, non è elastico, somatizza. Non ha il senso del tempo. Ed io che continuo ad affidargli incarichi importanti … Eppure lo sa che tanto poi i manipolatori non li facciamo entrare
- Sì, ma quelli ci provano sempre. Zio non può sempre inventare scuse.
- Loro ci provano sempre e mai ci riusciranno. Pietro non deve inventare scuse. La verità parla da sé. Sennò che verbo sono. E poi quelli li abbiamo fatti noi. Seme e conoscenza. E soprattutto limiti.
- Ma ora sono tanti, troppi. A furia di rispedirli del mondo, non c’è più spazio. Dove li mettiamo?
- Gesùmmio! Ancora mi fai queste domande?. Dopo 2007 anni? Guarda che ti rimando a catechismo da zio Gerolamo.
- No! No... Volevo solo dire che il problema rimane.
- Miiiii…. ma è la solita vecchia storia. E’ un’eternità che mi sento dire che la Creazione è difettosa, che funziona male, che ho sbagliato… Voi sapete fare di meglio? Fatelo. Sono stanco di spiegarvela. E’ lì. Sotto il naso… Hai visto che il terzultimo tramonto giamaicano?… Che spettacolo! M’è venuto una roba che neanche al trionfino di Scilla di fine estate…
- Sei assurdo quando entri in competizione con l’estetica dei creaturi.
- Non sono in competizione. Li amo. A volte li ammiro. Sono figli miei quanto te. E poi che c’entra? Io sono Assurdo per definizione.
- Già
- Hai visto quel bambino cingalese? E nato di 3 kg e otto! Loro pensavano di perderlo. E invece è qui, guarda come ride...
- Sì ma quell’altro, quello che non c’è più... come lo spieghi?
- Non lo spiego
- E qui è il punto.. Tu non lo spieghi e intanto Lucifero ti fa la sua concorrenza, s’allarga…
- Sono periodi, lo sai. Per ora è il periodo suo. Sembra così. E’ solo propaganda facile il mondo visto dai telegiornali. Del resto la paura fa più audience dei tramonti giamaicani… Per questo i tramonti non ce li trovi nei telegiornali, la creazione non fa notizia… la distruzione sempre, storia vecchia, Cri. Sei giovane ma dovresti esserci abituato, proprio tu
- Ma ciò che vedo è? O ciò che vedo sembra?
- Cristuzzo bello di papà, che domande mi fai? Ciò che vedi è sempre ciò che i tuoi occhi ti consentono di vedere e anche ciò che non ti consentono. A volte vedi, a volte no. Dipende dai tuoi occhi. Ti ho dato l’amore, hai tutto per vedere.
- L’amore è difficile Pa’
- L’amore è semplice. Non è facile.
- Cos’è facile?
- Facile è procreare. Ora vai ballare che c’ho da lavorare…
- Sia fatta la tua volontà
- Saaantoooo! La lista delle conversioooni...
- Non tuonare. E’ lì nel desktop, dentro la cartella Apostolato 2007, sotto Coscienze Sporche e Telecompassione.
- Tutta qui?
- Certo! Se loro chiamano e tu non rispondi, questo è il risultato
- Ci vuole tempo per le risposte…
- Mandagli una mail, fai prima
- Nooo, Santo, smettila di fare il moderno che ti viene male. Lo sai che io sono per i sistemi tradizionali: un segno! E se occorre un miracolo con effetti speciali. Gabriele è bravo. E poi detesto le mails. Ogni volta che le apro mi ritrovo una qualche catena di quello scemo di Antonio…
- Figurati! A me arrivano offerte di Viagra, a me!
- Per non parlare dei galoppini…
- Tu li hai voluti
- Santo non ricominciare… sai benissimo che non potevo farne a meno. Ci voleva qualcuno per il volantinaggio…
- Si fossero limitati a quello…
- Sono creaturi pure loro, sono deboli come tutti gli altri…
- Non giustificarli. Loro hanno più responsabilità di altri creaturi. Hanno un compito. Proprio loro dovrebbero essere meno deboli degli altri. E invece remano contro. Sono un pessimo esempio. Perdono di vista il senso. Non ti rendono un buon servizio. Esaltati dalla tua luce riflessa su loro, trasfiguati da un potere che non gli appartiene davvero, non ti somigliano pe’ niente…
- Questo passa il convento… Questi ho trovato. Ma non sono tutti così. Qualcuno c’è ancora che mi rappresenta, con passione, fuori dai cori santificati, ci sono ancora curatori di anime.
- Francesco è stato l'ultimo, sapeva comunicarti
- Non esagerare. Santo tu e Cristo guardate troppa T.V. Lì non c’è tutto il mondo visibile e invisibile. C’è davvero poco. Tu invece puoi vedere altrove. E allora guarda nei cuori
- Oggi è più difficile, si negano, costantemente, con metodo.
- E’ solo paura
- Solo? E non ti offende la paura?
- No, io li amo. La loro paura mi riempie di tenerezza. Ma tu esci dalla chiese e dalle diffidenze terrorizzate, va’ per le strade inquiete, cammina sotto i cieli, nella solidarietà tra sconosciuti.
Va’, Santo, non ti scoraggiare, bon tempu e malu tempu nun dura sempri un tempu. E tu, quale che sia il tempo, ama. Vedrai allora tra i lupi muoversi molti agnelli. E tra tanti finti lupi celarsi altri agnelli. Tutti abbiamo bisogno d’amore. Sono tempi duri, ce ne vuole di più.
A lavoro…
- Bentornato
- Grazie
- Prego
- Amen
Le parole d’amore, queste sconosciute.
Mi chiedo se almeno a vent’anni, tra i ventenni di oggi, sopravvivano ancora. Chissà.
E per chi non ha più ventanni esistono ancora?
Forse. Forse… forse oggi esistono i silenzi d’amore. Una roba difficilissima che nemmeno il mio amico compositore di silenzi riuscirebbe a decifrare e riconoscere, sempre e bene.
Io - nonostante la mia virtuale e reale logorrea - sono una grande collezionista di silenzi di vario genere, ma i silenzi d’amore rimangono i miei prediletti.
Li valuto sempre per forma, contenuto, qualità, ampiezza, intenzione, esaustività, utilità, necessità, intelligenza, intimità e bellezza persino. Come musiche, come accordi, come dialoghi, monologhi. Come carezze esclusive. Come mannaie dovute. Come canti stonati inventati per me. Come pietanze che saziano o mettono fame. Ça depend.
Li colleziono e li produco. Ormai – invecchio – li sostituisco alle parole d’amore, quasi completamente. Visto che quelle sono impronunciabili, quasi sempre.
E visto che non se ne può fare a meno (d’amore dico e delle sue parole) ecco che pronuncio silenzi. O arrivo a farli pronunciare. Sono brava. Ho talento.
E così sono circondata da silenzi che dicono cose, cose che sono come dei capolinea oltre i quali non si può andare, perchè per scavalcarli occorrerebbero parole d’amore fatte a mano. Ma chi le sa più pronunciare? Sono come la sfoglia fatta in casa, chi la sa fare più? Chi se lo ricorda? Troppo complicato farla… si compra quella già fatta… ma non è la stessa cosa, no.
Parole fatte a mano a posta per noi, per farci battere il cuore e trasformare qualsiasi giornata in un luogo gradevole. Parole fatte a mano da noi per fare arrivare il nostro amore a scaldare dove serve.
E’ un talento che va perdendosi, signora mia, persino tra quelli che si amano. Peccato.
Mi manca qualcuno a cui dare parole d’amore fatte a posta per lui. E mi manca riceverle. Ma forse mi ci devo abituare, oggi va così, fast Love, fast words, viviamo in tempi sbrigativi, sostituibili, poco dedicati, non c’è possibilità di concentrazione su altro da noi stessi e le parole d’amore richiedono dedizione e concentrazione, esclusività. E dire che ne basta una, almeno una, solo una per migliorare le cose, per trasformarle. Niente, non ce n’è. Cazzarola. L’articolo è fuori produzione. Governo ladro.
Io un tempo soffrivo di amori non corrisposti. Ma non era una vera sofferenza, mi allenavo così ad amare. Del resto, per quanto non sembri, c’è molto più spazio e ricchezza negli amori non corrisposti. Sono luoghi di grande creatività. Ci si ammala ma poi si guarisce che si sanno molte più cose di noi stessi, ci si sveglia migliori. Dell’altro (dell' ingnaro oggetto d'amore in questione) non si saprà mai un’emerita cippa. Ma non importa, tanto non è mai esistito davvero. La sua immagine ci avrà comunque dato il tempo e la voglia d’imparare tante cose e, tra queste tante, produrre parole d’amore, ad esempio.
Oggi non soffro più di amori non corrisposti. E nemmeno di amori corrisposti.
Mi crogiuolo amenamente in una zitellitudine protratta. Devo dire che non sto male nel complesso. Solo ogni tanto, come effetto collaterale, soffro di fidanzamenti isterici. Piccoli patimenti stagionali tipo la rinite all’allergica di Primavera.
Sì, ogni tanto mi muovo e penso e vivo come se avessi un tizio da amare e che mi ami. Il tizio non esiste, non ha nemmeno un forma vaga nella mia testa (non ha importanza che ce l’abbia), eppure si producono in me i piacevoli sintomi della sua esistenza amorosa in me.
Mi trovo per negozi pensando al regalo che gli farebbe piacere, oppure imparo la sua canzone preferita, torno a casa sorridendo pensando alla sorpresa che mi fatto il mio fidanzato immaginario e gli cucino qualcosa di buono, “come se”, sempre “come se”.
Ma più di tutto (e soprattutto) durante i miei (brevi ma intensi) fidanzamenti isterici produco nutrienti parole d’amore: lascio che echeggino in me, le mie parole e persino quelle dell’altro. Inventate certo. Ma possibili e taumaturgiche. Ne godo “come se”, consapevole del placebo autoindotto. (non fate quella faccia, ci sono disturbi peggiori di questo)
Una volta ottenuta la dose utile alla mia bisogna, guarisco. Torno alla mia leggiadra singlitudine. Ma almeno mi sono allenata a tirare la sfoglia di parole d’amore fatte a mano.
Ogni tanto per tenerle vive e vere riferisco le parole d’amore immaginate anche alle amiche le quali mi compatiscono aspettando rassegnate che mi passi l’isteria e che io torni presto al sano cinismo degli incontri reali quelli in cui, ahimè, le mie parole sono sempre meno amorose (non possono esserlo, capitemi, devono corrispondere al dialogo mitocondriale, roba dalla rotula in giù!) e sempre più pratiche e brutali.
(justa a little bracket of mea culpa. Troppi fanculo ho servito quest’anno: quattro. Quattro sono troppi, troppi davvero. Lo so, lo so da me. Razzolo male. Inutile poi fare i bei post sulle belle parole d’amore, queste sconosciute. Ma sono un essere umano anch'io e giuro che nelle condizioni in cui mi vengo a trovare fanculo a volte è una parola d’amore, a modo suo. Tanto incompresa quanto necessaria. A modo suo fa bene, tempra.)
Vabbè ho capito, riconosco i sintomi della zitellitudine protratta, voi che sapete..., o commentatori, ditemi qui e ora se riuscite ancora a dire e ad ascoltare parole d’amore fatte a mano, io intanto me ne ritorno al mio sobrio silenzio sognante.
Lo ascolto, mi ascolto cantare amorevoli parole come il Cherubino delle Nozze di Figaro piiirupiiirupì
Voi che sapete che cosa è amor, bloggers vedete s’io l’ho nel cor…
Parlo d'amor vegliando, parlo d'amor sognando…, all'acqua, all'ombra, ai monti, ai fiori, all'erbe, ai fonti, all'eco, all'aria, ai venti, che il suon dei vani accenti portano via con sé...
E se non ho chi m'oda, e se non ho chi m'oda…parlo d'amor con me.

- Perché hai portato anche lui?
- È troppo grande per lasciarlo a casa. O forse è troppo piccolo
- Ma chi è?
- Il mio Edipo
- E non c’è modo di liberartene?
- No. Cioè… a mia madre non è il caso di lasciarlo, a mio padre nemmeno. Quando sta con loro cresce ancora di più. Lo ingozzano, guardalo è già il doppio di me… il mio grosso grasso Edipo.
- Vedo…
- Non ho alternative, lo porto con me, ma lo ignoro. Ignoralo anche tu
- Abbatterlo?
- Ci ho provato… ripetutamente. Resiste. E poi quando penso di averlo fatto fuori, magari per qualche gesto definitivo e assai simbolico, quello riappare, redivivo. E mi accorgo che si era solo nascosto bene. Gli Edipi fanno così.
- Tutto questo è ridicolo, sei grande!
- Che significa "grande"?
- Hai un età
- Aaah sì, anche il mio Edipo ce l’ha, tra un po’ mi chiede i contributi.
- Insomma non puoi portarlo sempre con te, non quando sei con me
- Non sono io che lo porto, è lui che mi segue. E poi perché no? Bando alle ipocrisie, chi non c’ha un Edipo da qualche parte? E poi ognuno si faccia gli Edipi suoi. In giro ce n’è di ben più gravi del mio. Grandi, grossi, invadenti. Dannosi. Il mio tace, almeno in pubblico. Non da fastidio a nessuno. E’ un Edipo discreto, educato e anche inoffesivo.
- L’hai travestito bene
- Guarda che fa tutto lui. Anche i vestiti se li sceglie da solo. Ti dico che io lo ignoro. Non gli do nemmeno da mangiare, per non farlo crescere. Lo tengo stordito e debole alla faccia di Laio e Giocasta. Ma quello furbo riesce sempre a sgraffignare qualcosa dalla dispensa. dell’Es…
- Da che?
- E poi ci sono quelli…
- Quelli chi?
- Loro, i creatori. I genitori di me e dell’Edipo. Loro lo nutrono, non lo fanno nemmeno a posta. Non si rendono conto del delitto criminale. Purtroppo credo che sia ancora legale per un genitore nutrire l’Edipo del figlio.
- Ma come proprio loro? Quelli della loro generazione?
- Mais oui… mes parents… mon père et ma mere: les fils des fleurs
- E la contestazione?
- Era tutta un’indigestione del loro Edipo. Poveretti… in effetti gli Edipi di una volta erano micidiali, tremendi, tirati su a olio di fegato di merluzzo e complessi di colpa. Roba da andarsene di casa a 8 anni. Gli è venuta su una bella ribellione come si deve… potente, sana, addirittura generazionale, col megafono. “Edipi di tutti i nati dopo guerra, uniamoci!”.
Mica come il mio, poveretto, cresciuto a merendine che ancora oggi se ne sta buono buono, solo soletto, non ha pretese, non parla, non chiede. Tace e precarizza come me. Een avrebbe da incazzarsi! Invece invecchia davanti alla t.v. e non ha cuore di accopparlo ‘sto Laio.
- Il Laio di oggi era l’Edipo di allora
- Cambiano i Lai e gli Edipi. Figurati che cosa dovevano essere gli Edipi precedenti, i nati nella Guerra.
- Macchine da guerra… credo, con certi anticorpi de paura….
- Ma gli Edipi dei tuoi genitori non volevano mettere fiori (definitivi!) nei cannoni dei loro padri?
- Tutte bellissime intenzioni… sì, come
- Ma davvero?
- Sì, appartengo ad una categoria umana allevata per vivere nel mondo come dovrebbe essere, non com’è realmente. Siamo pronti per Utopia o per l’isola che non c’è. Il mondo com’è ci è estraneo. Il mio Edipo è ingenuo, un buon selvaggio al limite della demenza.
- Grave
- No, non sempre. Faticosissimo piuttosto. Abbiamo solo la solidarietà per stare al mondo. A parte questo non ci hanno dato altri strumenti per sopravvivere, né di difesa, né di aggressione. Ci hanno piazzato nel mondo così com’è assurdo, ingiusto, tendenzialmente costruito sulla sopraffazione mors tua vita mea, homo homini lupus, in mezzo a individui non persone… come hanno fatto il loro padri. Ma togliendoci pure l’esaltazione della ribellione. Mi sa che si sono fottuti pure quella, insieme alle pensioni.
- Che paradosso! Che fregatura!
- Sì e no. Certo ci hanno ingannati due volte. La prima quando si sono illusi e autoigannati (avanti Edipi alla riscossa…) e, illudendosi, ci hanno ingannati. In buona fede. La seconda, più grave, quando hanno preso il posto dei loro padri, del loro Lai e in questo loro sono stati peggio: ci hanno scippato il futuro.
- Ammaziamoli allora!
- No, non possiamo nemmeno prendercela con loro. Infierire su quella sconfitta. Poveretti… si credevano migliori. Guardali là a coltivare il candido orticello. Hanno preso il posto, le scrivanie, le cravatte dei padri. Le parole sorde e le espressioni mute. Il potere cieco. La saggezza vile. Il buon senso finto. L’amarezza segreta. Psicofarmaci. Mentre i figli ancora li guardano, attenti, dovendo finalmente credere ai loro occhi. Loro abiurano, revisionano. Si ritirano soprattutto. Pensione, pensione, pensione. Tanto paga figliuccio (chissà come, chissà quanto). Si convertono che non si sa mai. Ecologizzano. E poi volontariato, cchiù volontariato pi' tutti: cani, bambini africani, piattole cinesi. I figli e i loro Edipi smilzi e fiacchi stanno in qualche parte del rimosso, taciturni come parti insolute. E irrisolvibili. Come certi vecchi Bartezzaghi difficili e incompiuti a cui, per risolversi e compiersi, manca solo la combinazione di tre quattro parole giuste.. che o le sai o non le sai. Ed è ormai è chiaro Pa’: non le sai.
Lo schema rimane irrisolto.
- Povero Edipo….
- Già, te lo dicevo che è un caso umano... Ma tu non ci pensare, non lo guardare che se t’impietosisce è peggio. Gli ho appena tolto una lunga catena di sensi di colpa…
- E cos’è quella cosa che gli pende…?
- Un residuo di cordone ombelicale. Qualcosa per ritrovare la via di casa prima di morire di inedia. Edipo-Frankestein, la creatura, ha bisogno di tornare dal suo creatore, ogni tanto, giusto per ricordarsi come mai si trova così aldifuori del mondo… nel mondo. E così nel proprio mondo fuori da questo mondo. Ha seri problemi d’identità e di appartenenza, povera bestia…
- Brutta storia…
- No, credimi, ce n’è di peggiori
- Dici?
- In fondo io e il mio Edipo, seppur smutandati, continuiamo a vedere il mondo come dovrebbe essere, continuiamo a vivere in quel mondo, soprattutto.
- Siete più realisti del re?
- Sì, è il nostro modo di ucciderlo
- Cioè?
- Siamo i figli dei figli dei fiori…
- E dunque?
Edipo - Dunque sognamo
la risposta nel vento ...