Oz

Lumini accesi nel buio... fiammelle vive nella notte... scintille di anima e pensiero...

Eccomi

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lunedì, 28 gennaio 2008

rossi


Insomma voi, ora, che aggettivo siete?



Il mio regno! Il Mio Regno per un aggettivo!
Avanti… fatevi avanti. Il Regno di Oz non è poco.

Magari a voi non interessa, ma è tutto quello che vi posso dare qui e ora, in questo post-o.
Io ne faccio una malattia… degli aggettivi.
Me li tengo tra le mani come sassi di fiume, me li rigiro in bocca come caramelle alla frutta. Li uso anche fuori luogo, soprattutto quando sono nuovi nuovi,  come belle scarpe appena comprate indossate in casa nell’impazienza di usarle.
Li colleziono, maniacalmente, li consumo. Li secerno.
A volte li rubo, persino. Lo confesso.
E’ una debolezza che ho dalle elementari: l’aggettivo qualificativo.
Mi esaltò subito, appena me lo presentarono, molto più dell’astratto comune sostantivo.
Il mondo si fece a colori, l'anima tridimesionale

Vuoi mettere come qualifica? Come specifica, come dipinge, come esala, come massaggia, come appanna, come lucida, come indora, come diminuisce, come rabbuia… quanto e come dice l’aggettivo del banale cosa.
Ecco. A volte eccedo. Eccedo per necessità. Eccedo nell'uso forsennato (dicono!) di aggettivi. Eccedo nell'abuso. Allora (per pendant) eccedo anche con i miei raptus di essenzialità (sempre dicono!) A quanto pare mi muovo per eccessi.
Nei raptus di essenzialità pretendo di poter fare a meno degli aggettivi, li escludo come insessenziali per via di quel loro aspetto apparentemente giudicante: bello-brutto grande-piccolo alto-misero, no basso, no misero.

Poveri aggettivi incompresi. E povera me. Incompresa dai miei aggettivi.
Spesso mi costringo a non usarli, mi trattengo, me li mordo sulla lingua. Mi autodisciplino perché ho scoperto non tutti sanno apprezzare il mio gusto per l’aggettivo.
Mania! Mania la chiamano. Figuriamoci. Come se io non potessi farne a meno. Ma io posso smettere quando voglio …

Il fatto è che non voglio. Avete visto quanti pochi aggettivi ho usato per questo post, meno di una manciata, quasi nessuno.
Se voglio ce la faccio.  Guardate, ce la sto facendo, sono brava (lo so, lo so è un aggettivo), sto buona ... (aridaje!)
Ora però, miei cari commentatori, non fatevi pregare ancora, ho bisogno di un aggettivo, almeno uno.
Lasciatemi il primo che vi viene in mente, fate voi.
Meglio sarebbe un aggettivo che vi specifica e vi qualifica, qui e ora in questo istante, o in questo giorno o in questo periodo.
Un aggettivo che sia puntuale, circoscritto, corrispondente… (aiuto, ricomincio) che dica come siete e come sentite di essere … chessò: stanco, sospesa, ardente, fiacco…. pensante, dormiente bloggante, inquieto.... plumbeo, ameno, asinesco...  letteraio, parolante, verbatile... scazzata, serafico, voglioso, guardingo...  lontano, lagnosa, splendente...  vicina, ormonale, taciturno... (aaaargh!)

o Pato

Postato da: farolit a 01:29 | link | commenti (44) |

domenica, 20 gennaio 2008

uominieelefanti


Elogio della delusione


Voi pensate che non ci riuscirò. Pensiero legittimo, ve lo lascio. L’avrei anch’io al posto vostro.
Si possono amare le delusioni? Si può amare una roba che quando ci pensi ancora ti brucia o forse è solo la sensazione del bruciore, non è bruciore vero. É solo il  decorso che è lungo. Apnea e risalita.
C’è qualcuno che mi può dimostrare che non siano necessarie?
Che esiste anche una sola vita umana che non ne abbia mai conosciuta nemmeno una?

Sfoglio il mio catalogo di delusioni, non lo faccio mai… Sorprendente! Ma quante! E quali! Ogni tempo a saputo darmi le sue, meraviglie delle meraviglie, grandi e piccole, belle e pessime.
Potrei dire che non c’è cosa che non mi abbia deluso.
    Mi ricordo il mio primo pianto d’amor ferito, il mondo terremotato visto attraverso i miei lacrimanti occhi da vitello scannato “com’è possibile sopravvivere a questo dolore?” e quel sorriso malinconico (insopportabile, incomprensibile) di qualche adulto a consolarmi con parole pratiche  “col tempo passa tutto, si guarisce”.
Il vitello orripilato non ci credeva, ma fu vero: guarì. E non una volta, mille.

Nella delusione c’è sempre insita una verità.  E nella verità una possibilità: la conoscenza delle cose, spesso del proprio limite.
   Nel catalogo c’è pure il ritratto di un’ambizione dalla testa grande e dalle gambe corte corte, quasi come bugie. 

- Ma dove vuoi andare?
- Lontano lontano…
- Così di corsa, lontano dove?
- Lontano…
- Attenta che cadi!
E cadde e mai s’alzò.

    E questo muro silenzioso chi fu ? Aaah l’amicizia tradita. Una lapide da Giudecca. Fidarsi è bene, sapersi fidare è meglio. Giàggià.
    Ma guarda cosa c’è qui... tutto quell'enorme origamo, quel mastodontico castello di carte e nelle carte gli anni e negli anni città di parole e nelle parole continenti di speranze. Quell’enorme costruzione andata in fumo per disgrazia, per disincanto o forse (Provvidenza!) fu un mandala del Destino che sembra punire, invece salva.
    E quella monetina piccola piccola? L’avevo lanciata perché dicesse “testa”, testa! Ero così sicura che ci ho scommesso la mia testa e invece… “croce”, e bella pesante pure. Mai sottovalutare una piccola monetina.
   Il fotogramma di quell' incredibile giorno (ecco dove era finito…) in cui strane congiunture si apparecchiarono in modo che il nugoletto di piccole aspettative trattenute si espandesse a dismisura, come il pallone di una mongolfiera riempito improvvisamente di elio che comincia  a staccarsi dalla terra e salire su su verso il cielo, sempre più in alto e sempre più grande, sempre più grande sempre più grande… BAM! Precipizio.  Esequie per Wil Coyote.
    E questo cos’è? Ah il mancato gesto… (sottotitolo: ”la cosa che non hai detto e non hai fatto, lì al momento giusto” avresti potuto, avresti dovuto, le cose sarebbero andate in modo diverso e invece cazzi) è rimasta solo la sagoma sbiadita come un buco triste, gran peccato! Ma non tutti hanno senso del ritmo.
  Mi pare giusto, vicino gli sta il suo contrario l'errore evitabile “proprio quello che non avrei mai voluto sentire, vedere, sapere… una macchia d’unto, la cosa sbagliata detta o fatta al momento sbagliato” (ma  non potevi stare zitto, evitare di fare quella mossa, di dire quella frase così tanto fuori luogo?). Il Tatto chi non ce l’ha non se lo può dare.
   E quel mazzetto di figurine raccolte cos’è? Ma quante sono?Ah sono tutte promesse non mantenute … una, due, tre, dieci... venti... mille! Ci sono anche le mie, non tante ma ci sono, uff... me ne ero dimenticata… che silenzio tristissimo fanno.
   Ecco qua! Aaaah ecco dov’era! Un grande classico: la risposta che non arriva. Chiusa nel suo apposito astuccio di aspettative tradite. Ed io ad aspettare, aspettare, come una povera crasta.  Ma certo che non poteva arrivare chiusa qui dentro. Le risposte hanno bisogno di spazio. E invece questa è stipata in mezzo ad altre cose che non la lasciano muovere, attaccata da un lato ad un container di  silenziacci  (quasi tutti d’indifferenza) e dall’altro a un treno di no, vagoni di no. Ma che significa davvero no? Che roba è no? Bho?
    Che tenerezza… guaaarda il MegaPoster del Grande Ideale!  Mica lo sapevo che era costruito al computer, nella foto mi pareva vero, ma ero giovane, credevo a tutto.   
   Guarda guarda la scatola di “The Magic Moment” con tutte le istruzioni per il trucco,  quanto mi piaceva giocare alla magia di cose-persone-parole-emozioni... incantoe&verità. Roba di vetro. Un male però, poi.
   Miiii c’è pure  la bella statuina del Futuro visto dai vent’anni… un posto magnifico pieno di spazi, libertà,  opportunità, sogni realizzati, giustizia.
   Massì questo lo tiro fuori e me lo piazzo sul comò, ormai è vintage! E meno male che ci sono i ventenni, i vent'anni e loro monumentini di grandezza.
   Uuuuh eccola qua la prima Sconfitta Annunciata: l’odiosa Maratona delle Giovani Marmotte... Pussavia! rimani là dove ti ho lasciata, nella mia pubertà e in tutto ciò che s’aspettano gli altri da quella che non sono.
Tante ce n’è di delusioni nella mia collezione. Chiudo l’album e penso sorridendo di me.
Dentro ogni delusione è tutto un fiorire di illusioni. Un giardino di meteore e comete. Dietro ogni delusione è sempre vivo il ricordo di un sogno, dello slancio verso una possibilità data a noi stessi, anche solo  immaginata, attesa, sperata. Una possibiltà che ora non è più necessaria, e che allora fu ingenua o solo sfortunata. Eppure incredibilmente si sopravvive alla delusioni, quasi tutte. Nuove illusioni arrivano quasi sempre a sostituire le vecchie, senza cancellarle. Compensandole spesso, persino restituendogli senso.
La delusione è un’occasione unica, quasi più dell’illusione che l’ha generata. É l’altro lato del volo, della libertà, del cielo sfiorato col pensiero e con la pancia.
É il luogo in cui la sensibilità affina la sua cassa di risonanza  e il desiderio apprende la sua complessa grammatica. É la palestra della forza d’animo. É lì che si impara a cadere.

Ci si tuffi, dunque, nel mare della delusione quando arriva (solitamente subito dopo lo slancio, dopo il bel volo spiccato verso qualcosa di più alto... con doppioaxel e triplotolup per i virtuosi)!
Precipitando nel tuffo si faciliti l’impatto con la sua dura superficie,  si nuoti bene, dentro, apprendendo l’apnea faticosa con bracciate profonde e cadenzate fino a che il fiato quasi non venga meno;  poi,  compensando il respiro e i pensieri  e fidando nel principio di Archimede,  si riemerga, fuori, a galla, nel battito ritrovato, vivi ancora.
Sempre si torna alla luce che si sanno più cose.


im still  here

Postato da: farolit a 00:04 | link | commenti (26) |

lunedì, 14 gennaio 2008

boccarosa

Intervista all’ultima mangiatrice di uomini

 

GioryLista -  Famelia, anzitutto grazie per avermi ricevuta. So che non concede volentieri interviste…

Famelia
-  Prego. Sì, è vero, non amo molto parlare di me

GioryLista
- Neanche che si parli di lei?

Famelia
-  Mi è indifferente, dite pure quel che vi pare…  purché ciò non interferisca con le mie cose…

GioryLista
-  Ama vivere appartata, perché?

Famelia
-  Làte biòsas…

GioryLista
-  E cioè?

Famelia
-  Vivi nascosto, è un consiglio degli antichi, sempre valido, tiene ancora

GioryLista
-  Dice che questa poca visibilità giova alla sua vita?

Famelia
-  Massì,  io mi nascondo spesso, adoro confondermi con la carta da parati …

GioryLista
-  E perchè? Così corre il rischio di non essere vista o, peggio, di essere sottovalutata

Famelia
-  Il rischio di sottovalutare appartiene solo agli stolti. Io non sottovaluto mai niente, nemmeno la carta da parati. Anche se, confesso,  adoro essere sottovalutata… le soddisfazioni che mi prendo sono sempre doppie…

GioryLista
-  Lei è un tipo eccentrico Famelia, questo si sa. La immaginavamo in una casa di stile dannunziano... e invece la ritroviamo in un habitat molto essenziale, accogliente sì, ma senza fronzoli…

Famelia
-  I fronzoli a che servono?

GioryLista
-  Pensavo che per una "mangiatrice di uomini" i fronzoli (cuscini, candele, profumi, guepiere..)  fossero essenziali!

Famelia
-  Jamais. E poi, cara ragazza, sappi che  io non mangio, io degusto…

GioryLista
-  Il concetto è lo stesso, se ne nutre

Famelia
-  Ma no, assolutamente no, io prima di mangiarli li cucino. Tranne qualche raro caso di carpaccio occasionale e piccole cruditè… Insomma sono una cuoca, una cheff! Per questo la mia cucina casa è così essenziale, qui c’è solo quello che serve:  moi même.

GioryLista -  Bene! Allora potrà darci qualche tua ricetta speciale, qualche utile consiglio di cucina, le nostre lettrici saranno contente …

Famelia -  Non posso lasciare ricette personali, del resto i gusti sono gusti; quello che piace a me non è detto che piaccia a un’altra. E poi un bravo cuoco (che sia alta cucina o cucina casalinga) è soprattutto un esperto di alimenti, di materie prime. Quelle fanno la differenza, fanno il piatto. Se manca la qualità della materia prima non c’è tecnica che tenga

GioryLista - In che senso?

Famelia  - Insomma il vero talento è quello, riconoscere la bontà e la varietà dei materiali, la qualità! Riconoscerla e saperla trattare.  Ci sono uominizucchina e uominifagiano ci sono uominicernia e uominimozzarella. Uominiostrica e uominicarciofo. Ci sono uominicinghiale e uominipatata...  Insomma non possiamo certo cucinarli tutti allo stesso modo. E neanche mangiarli alla stessa maniera.  E poi ... ci sono uomini che mettono fame e uomini che la fanno passare. Uomini pesanti da digerire, uomini cotti e mangiati. Uomini da divorare, uomini da piluccare. Uomini da centellinnare.
Poi certo, capisco, bisogna mangiare anche per nutrirsi e allora, nell’urgenza della necessità, ci si può anche contentare di  uomini precotti o  scongelati alla bisogna:  uominiminestrina riscaldata thats’amore. Ma non può essere questa  la regola. Io sono dell'idea che bisogna gratificarsi col cibo e per gratificarsi bisogna conoscerlo.  Amare la genuinità degli alimenti…riconoscerla, rispettarla!

GioryLista -  Rispettarla? Che significa?

Famelia -  Significa che bisogna saper chiedere dall'alimento di essere se stesso. Una zucchina è una zucchina non sarà mai un'arrosto. Meglio prenderla per tale, valorizzare il suo potenziale di zucchina, ma non chiederle di trasformarsi in altro...

GioryLista -  Il fatto è, cara  Famelia, che qui ormai neanche più le zucchine sanno di zucchine, con tutto quello che costano!  E che l'arrosto è spesso così anabolizzato che appena lo metti sul fuoco si sgonfia e  se lo assaggi sa di caucciù. Saper distinguere gli alimenti e  i sapori  è un talento che va perdendosi mi creda…

Famelia -  Massì...  ormai tutto è così uniformato: l’offerta, i tipi di alimenti disponibili, il  gusto. Insomma per recuperare un po’ sapori e varietà l’unica è prodursi da sè la materia prima.  Potendo.  Tenere un piccolo vivaio di pollame o di pesci, di cacciagione varia.  Un orticello di verdurine fresche, un frutteto ben esposto, in tutte le stagioni, ai caldi raggi dell’amor…

GioryLista -  Davvero ammirevole…

Famelia -  No. Ci vuole solo vocazione e applicazione. Passione

GioryLista -  E tempo…

Famelia -  Guardi l’unico tempo a cui concedo di esistere è quello di cottura.
Scriva: "è fondamentale imparare i tempi di cottura. Sono tutto. E variano da alimento ad alimento." Un uomobrasato non ha gli stessi tempi di un uomoallacoque.  Ha presente cos’è un uomoriso quando lo fai sobbollire a lungo, oppure come mi si bruciacchia rapidamente un uomofritto alle prime vampate di passione. Roba che se lo tieni un minuto di più sotto la fiamma, puff! È bello e bruciato. E ti salta la cena.
Anche con gli uomini da scongelare bisogna stare attenti ai tempi. Ché li credi croccanti e morbidi ma poi ti trovi l’interno duro, crudo e freddo. Sconsiglio a tutte le impazienti degustatrici il microonde! Nessun uomo cibo scaldato artificiosamente sarà mai nutriente.

GioryLista -  Allora lo vede che il tempo è importante?

Famelia -  Sì,  nel senso dei  "tempi", della "tempistica". Ci vuole il senso dellà stagionalità. Le passate di tonni. Le fioriture di broccoli. E vanno colt in quei tempi. Inutile pretenderli fuori stagione. E poi bisogna saper gestire bene i tempi di cottura. Per i quali  ci vuole pazienza, fiuto, occhio. Vigilianza.  Agilità. Ritmo. Esperienza. Il Tempo come categoria assoluta non c’entra. Mentre cucino e mentre mangio il Tempo non esiste. Si sospende. Oppure lei quantifica i minuti di durata dell’amore?

GioryLista -  C’è chi lo fa …

Famelia -  Che abominio! Mangiatori di minestre precotte, peutêtre. Ma certo non io. E certo non con me. Io non lo consento

GioryLista -  Lei si lascia mangiare?

Famelia -  A volte, sì, certo. Spesso fa parte della ricetta

GioryLista -  Spesso? Non sempre?

Famelia -  No, non sempre… Le ripeto , dipende dagli altri ingredienti  e dalle papille gustative altrui

GioryLista -  Allora se proprio non vuole darci una ricetta,  può dirci almeno quali sono i suoi gusti? Insomma i suoi uomini cibo prediletti?

Famelia -  Faccio prima da dirle quelli che non mi piacciono

GioryLista -  Bene

Famelia -  Non amo gli uomini troppo pasticciati, le accozzaglie fusion pretenziose, quelle in cui non distingui un cappero da un bottone.  Non amo neanche certi uomini ultrasofisticati in cui si perde anche il ricordo della materia prima di partenza. Quelli pseudoelaborati, che si parlano addosso, narcisi e/o intellettuali. Quelli che odorano di una cosa e sanno di un'altra. Una pappa informe. Preferisco allora uomini semplici ma genuini, cibi di cui riconosco il sapore. Insomma per me  le sarde devono sapere di mare, non di besciamella. Mi spiego?

GioryLista -  Il concetto è chiarissimo… ama gli uomini naturali

Famelia -  Sì, biologici. Credo che  oggi si dica così

GioryLista -  Lei è davvero l’ultima mangiatrice li uomini! Ma non tutte abbiamo il suo talento. Lei ci pensa mai a noi donne comuni, costrette alla nostra quotidiana minestrina riscaldata?  Noi la invidiamo molto… cosa non daremmo per un' ora d'amore ...

Famelia -  Ragazze, datevi da fare…

GioryLista -  Ma se manca la materia prima?

Famelia -  Createla, partoritela!

GioryLista -  E’ troppo difficile, ci sbrighiamo prima a farci piacere la minestrina…

Famelia -  Ma no, ma no… siete solo impigrite nel tunnellellelle delle minestrine, dovete uscirne! Non è divertente. E nemmeno così nutriente, è una fiction di nutrimento. Il corpo e l’anima hanno bisogno di cose buone davvero… E poi  certe minestre sanno essere squisite, specie in certe fredde sere d'inverno

GioryLista -  Senta, una domanda a titolo personale… Mi hanno portato un tocco di manzo dalle campagne. Io, non sapendo che farne, l'ho congelato. Potrebbe dirmi come cucinarlo?

Famelia -  E lei arriva a questa età e mi fa ancora queste domande? Lo lasci congelato che è meglio…

GioryLista -  Ma no, guardi ci tengo…

Famelia -  Se lei ci tenesse l’avrebbe già scongelato. Del resto, si sa, la necessità vera rende creativi, coraggiosi, tira fuori il talento, quello che c’è. Un qualche talento c’è sempre. Magari tenuto rinchiuso in un pavido cassettuccio dell’inconscio. Lasci perdere come si cucina il Vitello delle ande o il  bovino della Gallura. Non chieda me. Non ne ha bisogno

GioryLista -  Insomma non ci vuole rivelare nessuno dei suoi segreti

Famelia -  Il segreto non c’è, Mademoiselle

GioryLista -  Allora come fa a conquistare questa moltitudine di uomini?

Famelia -  Lo voglio. Semplicemente lo voglio. E lo vogliono anche loro. E poi non è una moltitudine

GioryLista -  Non faccia la modesta, il catalogo è questo!

Famelia -  Guardi che molti sono ripetuti

GioryLista -  Ma son già milletrè

Famelia -  Non esageri, sa bene che la quantità non fa la qualità…

GioryLista -  Lei è una leggenda, è l’ultima mangiatrice di uomini. Estinta lei finirà un mondo

Famelia - Esagera, lo fate sempre voi giornalisti. Nulla di ciò che è istinto si estinguerà. Confido nel fatto che la fame rimane comunque e sempre.  Soprattutto se il cibo scarseggia

GioryLista -  Ma un intenditrice come lei... è un peccato. Non le spiace estinguersi senza lasciare eredità?

Famelia -  Molti mondi sono destinati all’apparente estinzione. Ma non è mai tutto perduto. Tutto torna, nel bene e nel male. La storia lo insegna. È tutto un rincorrersi di età dell’oro e del carbone, di momenti di luminosa conoscenza e declini bui, imperi romani e medioevi, rinascimenti, età della peste, della ragione. L'amour va e viene tra barbarie e nobilità .Chi si ciba di uomini continuerà a farlo. Chi li degusta avrà la sua stagione per farlo.

GioryLista -  Insomma siamo sempre in tempo

Famelia -  Più o meno, è il tempo che è sempre in tempo… per noi

GioryLista -  … mmm…ma che odorino, cos’è?

Famelia -  Zuppa di Tartarugo

GioryLista -  Ma che bontà!  Sembra squisita …

Famelia - Lo è

GioryLista -  Lo mangia stasera?

Famelia -  Oh oh oh! Ma no, no  ragazza mia... che ingenuità!

GioryLista -  E allora quando?

Famelia -  Nell’Aprile del 2008

GioryLista -  Chiribbio! Non le sembra tardi

Famelia -  Sì, ma la cottura del carapace è una cosa lentissima, lunghissima. Le ho detto.  E' un piatto per appassionate.

GioryLista -  Immagino, una fatica pure farlo a pezzi!

Famelia -  Dispiace sa? ma è necessario...

GioryLista -  E stasera cosa mangia? Cos’altro bolle in pentola? 

Famelia -  Non ho molta fame. Smangiucchierò Fleurtarelli  Verdi Fritti alla Fermata del Cell

GioryLista -  Tra le lenzuola?

Famelia -  Tovaglie, lenzuola… telefoni...  ognuno apparecchia come  meglio sa.
E buon appetito.

Postato da: farolit a 00:21 | link | commenti (27) |

venerdì, 04 gennaio 2008

madamina GreatWar

Finzioni necessarie, tante ce n’è. Non ci si stupisca. La verità si serve anche di quelle.

il balletto del corteggiamento
Tutta l’indispensabile procedura del dejàvù, dejàecoutè. L’utile retorica dei ruoli ripetuti a memoria. Eppure arriva sempre il mattino dopo. “E poi?”    Chi siamo poi?


il mettere ordine
Questa gran pretesa,  questa presa in giro di noi stessi, lì nel cassetto con le mutande messe in riga per colore.  Non dura nemmeno un attimo, eppure… si deve almeno fingere che l’ordine sia possibile. Mimarlo. Almeno quello nel cassetto. Temperare le matite. Fare la barba, ogni giorno. E dirsi che “sì,  l’ordine apparente c’è…”  Allora c’è tutto, anche se non c’è niente.


stare bene

E’ la finzione più crudele, forse la meno necessaria. Quel darsi un tono sotto lo stucco, quell’allargare il sorriso un po’ oltre la giusta misura, per distrarre dall’occhio che, invece, è più stretto e supplica “non guardarmi”.  Mentre le parole prezzolate  dicono “tutto a posto”, al posto della voce che dice “taccio”. Forse sarebbe meglio star male e basta. Ma chi ce l’ha il coraggio, a parte me?


non dire ciò che si sente
Ci si ostina a dire ciò che si “pensa” come se fosse la stessa cosa di ciò che si “sente”. Questa finzione spesso sfugge a noi stessi.  Allora diciamo quello vogliano sentire dire di noi.  E intanto quello che siamo “sente” altre cose. Vive per noi una vita diversa, ineffabile e nascosta. Quasi senza di noi.


le ragioni di carta
Altrimenti dette “alibi”. Vestitini di carnevale per le paure. Spesso striminzitelli, quando si è poveri di fantasia o di talento. A volte invece lussureggianti, ingegnose. Ma tutte altamente infiammabili e caduche. Le indossi una volta (l’unica volta necessaria) e non valgono più.  Finiti i cinque minuti utili le getti via. E rimani più nudo di prima.


le sostituzioni
Sono una finzione tra le più gratificanti in apparenza. E spesso funzionano perché ormai viviamo di sentimenti sostituibili intercambiabili, in apparenza, claro. Il pezzo che manca è prontamente sostituito da un altro pezzo, non uguale, ma “facente  funzione”.
Aver chiara la funzione è fondamentale per l’efficacia delle sostituzioni,  perché siano ben fatte, perché almeno in apparenza diano questa sensazione. Lucia o Maria, Dario o Mario... nella scacchiera ci siamo tutti. Purché la casella che ci occorre non rimanga vuota ci legittimiamo gli uni con gli altri a scambiarci i nomi, nomi simili nei giorni simili.  E tu chi sei?  Che giorno è?  Voglio Aaannaaa!!!


i ricordi inventati
Costruiti nei dettagli. Perfetti come verità. Più esatti delle imperfette verità. Manipolati e precisi nei dettagli come statue del Museo delle Cere. Ripetuti a memoria. Mirati e rimirati per "prendere tempo", utili a consolare o a recriminare. E  a non volere sapere altro. Inventati da  chissà quale furbastro avvocato dell’anima che escogita perdoni,  pretende assoluzioni che nessuno ti ha mai chiesto, né dato.

l’àncora delle abitudini

La rassicurante solida àncora delle abitudini buone e cattive, messa per tener ben ferma la scialuppa di salvataggio che pare salvarci sempre. Eppure,  a volte, ci cola a picco.  Ci lascia  fermi, persino nell’utile tempesta, immobili nella barcuccia in mezzo al mare, senza farci “cambiare” né meta, né tempo, né pensieri, né emozioni.  Senza farci sperare.


indifferenze ostentate
Non emettere un lamento. Non fare domande. Produrre omissioni emotive sedando il dolore. Lì dove il dente duole l’anestetico verifica con successo la sua efficacia. A volte è  troppo efficace per non svelarsi, quando pietrifica il male e l’anima che lo manifesta.
Insomma se il dente fa male  fa male. Ostentare il contrario significa che fa tanto male.

incolpare gli specchi
Demoniaci ladri d’immagine.   Disonesti, soprattutto quelli che ieri ti restituivano un’immagine migliore.  Gli stessi che oggi ti riflettono quel mostro di  Dorian Gray…
Via, dunque! Lontano dagli specchi, lontano dal cuore.

i buoni propositi di parole
Finti più di monete false. Meglio farne di cattivi. Meglio dire bugie. Meglio bestemmiare. Meglio non farne.

avere cura
E’ la finzione più subdola.  Si capisce quando nell’aver cura si sé o di chi amiamo non c’è fatica, nè  altruismo. Come un giocattolo regalato a un bambino che chiede “tempo".  Non vale. Non voglio il giocattolo, voglio giocare con te.


rimuovere lo que duele
Fingere che rimuovere (spostare un dolore da qua a là, occultandolo come un oggetto) sia davvero la stessa cosa che dimenticare. Troppa facilità torna contro, sempre. E’ come buttare qualcosa a mare. Pluff! E non la vedi più. Anche per lungo tempo. Poi un giorno basta un soffio  e,  pluff! ,  tutto l’indimenticabile  riaffiora. E ti schianta.
Allora è meglio smaltire lo que duele, un pezzetto alla volta, tutto tutto, finchè non duele più.

non vedere
Terribile finzione "fingere di non vedere".
Soprattutto il dolore altrui, per metterci al riparo dal nostro. Entrambi mendicanti di aiuto. Allora è meglio rigare dritto, sguardo avanti, fisso in un apparente punto di priorità.  E non distoglierlo (come se la concentrazione su qualcosa di più importante fosse vera), anche se la coda dell’occhio intercetta e sa.  Sa che, dentro, qualche parte di noi lancia la sua monetina nel pozzo… che cade, risuona e dice “fermati.  Guarda”



Il mio bisogno di autenticità spesso si deve arrendere alla necessità di certe finzioni. Riesco a capirle solo quando sono una necessità di sopravvivenza, di convenienza virtuosa, di transizione.  Ma sostituirle al vero permanentemente non giova.  Pirandello docet,  siempre.
Il mio augurio per ciò che saremo è quello di liberarci sempre più dalla necessità delle finzioni, di ...

saper essere davvero migliori il mattino dopo.

non temere il disordine dei cassetti, compresi quelli interiori, guardali senza ansia, con materna clemenza.

avere il coraggio di stare male, perché a volte è davvero necessario per tornare a stare bene. Saper stare male e ammetterlo. Stare male e chiedere aiuto. E lasciarsi aiutare come si può.  Fidarsi.  Avere il coraggio di stare bene.

cominciare a dire quello che si “sente”
e non il pensiero ricostruito dal senno, la didascalia di noi stessi;  ma ciò che si sente davvero: male, bene, tristezza, mancanza, amore quando c’è.  E c’è più spesso di quanto il nostro "misero" pensiero non sappia “dire”,  a parole sue.

indossare le buone intenzioni, come vestiti magari non belli a vedersi, magari di taglio grossolano, ma di stoffa buona, resistente a tutte le intemperie a cui verranno ineluttabilmente sottoposte.

limitare le sostituzioni di persone e sentimenti. Limitarli al sostituibile. Sapendo bene che non si sostituisce l’insostituibile. Coprire il buco con un coperchio  significa non vederlo, non significa che sia sparito.  Sapere che l’insostituibile è ciò che vogliamo davvero essere e avere.

coltivare una memoria onesta,
anche quando non ci fa comodo.  Senza censure del bene o del male.  Serbare ricordi utili,  senza rimpianti o rimorsi.  Allargare il loro numero, essere più generosi col passato.

scommettere nel cambiamento possibile, trovare il coraggio di togliere l’àncora delle abitudini quando questa ci  immobilizza  nella stasi che non vogliamo più essere. Riconoscere la speranza non come voglia vaga, ma come necessità concreta.

sbilanciarsi, esporsi, rivendicare le emozioni e gli attaccamenti,  correre il rischio di essere di parte, maldestri, equivocabili. Essere nei fatti ciò che ci sta a cuore,  senza la misura che ci protegge dalla delusione.

avere cura di sé e di chi si ama.  Farlo davvero. Donare tempo, ascolto. Essere puntuali all'altro, secondo le necessità vere, non posticce. Non arraffare quello che viene donato, né mendicarlo. Condividerlo. Ed essere grati alla cura, nel dare e nel ricevere.

eliminare i buoni propositi. Sostituirli con gesti concreti piccoli, effimeri, quotidiani, rigorosamente non eclatanti.  Riempire il tempo e lo spazio di gesti. Sottrarre i propositi alle parole, coi fatti.

ascoltare gli specchi senza pregiudizi sulla loro onestà,  guardare in faccia l’immagine che ci mandano, chiederle “perché”,  ascoltare la risposta, tutta, come risuona, se fa bene,  se fa male.  Se è falsa rompere lo specchio,  se dice la verità (e se la verità fa male) non scappare, ringraziare sempre lo specchio.

trasformare il dolore. La cosa più difficile.  Renderlo capace,  utile come il bisturi del bravo chirurgo. Avere la pazienza, il talento per sostenerlo, accoglierlo senza mai negarlo, dargli casa e nome. Dargli un senso, una via. Nutrirlo con intelligenza, non temerlo. Vederlo fiorire un giorno nella compassione.

Postato da: farolit a 15:53 | link | commenti (34) |