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martedì, 25 marzo 2008

Nella Terra del NonSenso accidenti! Ecco dove siamo…
Milagro pensava questo camminando col suo  stupido kit di etichette per ridare nomi le cose e pensava anche che aveva già finito le stupide etichette.

Thò, ne posso chiedere una a quel tizio laggiù... Che fa? Ah, guarda con quale gesto rapido e naturale alza la maglia dal braccio e con una sola mano stringe il laccio emostatico. Poverino! Sta facendo l’insulina, si vede che c'è abituato per farsi un’iniezione così  in pieno giorno, sui gradini della piazza municipale, accanto alla fermata del bus e senza chiedere aiuto.
Ecco sì, lasciamolo in pace ché ora mi pare un po’ stordito.
E avanti in dietro. Raccoglie un altro tassello di un mondo che scompare.
Milagro vuole trattenere il mondo che scompare. Non per ostilità al divenire, ma per incapacità a stare nel senso di quella direzione, in quel tipo di divenire.
Le cose, indifese, si sostituiscono così rapidamente, troppo rapidamente e malamente. Come quella volta che arrivò il tram e in una sola notte sparì un intero viale alberato; al suo posto apparve un fossato di cemento, sempre mezzo allagato, roba da metterci dentro coccodrilli. 
Ora cammini per strada e dove ieri c’era un panificio c’è un ennesimo franchising  di perizomi di acrilico. Un altro ologramma, ma più brutto, identico a mille altri.
Milagro si aggira nel suo barrio cercando il Senso, facendo l’inventario del senso e del nonsenso.
Per mestiere e vocazione, ogni giorno fa la conta delle sparizioni e delle sostituzioni per vedere se i sensi nuovi pareggiano con i sensi vecchi . E oggi non pareggiavano. Così a occhio, a pelle, a senso.
La vecchia rosticceria aperta anche di domenica che salvò molte cene del nonno vedovo e del giovane zio studente è sostituita da un bar con tavoli di plastica nera e karaoke dei poveri, tristissimo.
L'osteria monostanza delle due vecchiette da cui si andava a prendere il vino per cucinare è rimasta tale, solo le due sorelle non ci non più. Le hanno sostituite due fratelli, lasciandone il nome,  per rispetto e buon augurio, come si fa con le barche. Hanno fatto bene. E Milagro fa una bella ics di assenso sull’elenco del Senso. Anche il vecchio lavagista solitario che non salutava le donne per via della moglie gelosa è stato sostituito da uno nuovo, più ciarliero e con almeno quattro lavoranti mistocingalesi.  
La pasticceria è la spina dolorosa.
Milagro s'accende una sigaretta, appoggiato come il gatoMaula al muro dell’angolo, si garantisce un tempo sospeso, un segmento di pensiero esclusivo, dedicato alla pasticceria e alla sua prossima estinzione. Ultimo baluardo della storia di quella via.
La pasticceria  è li da 1963 e, tra un po’, un pezzo alla volta, chiude. Nessuno a raccoglierne l'eredità. Il figlio ingegnere del padre pasticcere non vuole sapere di far biscotti e cannoli. Ma il pasticcere padre scavalca la malattia che se lo divora e, fin che c’è, crea cannoli, come poesie, pieni di senso e d'amore; e fin che c'è, pensa Milagro, quel senso va mangiato e pregato. Amen.
Spegne la sigaretta, raccoglie la cicca e la butta. 
Nonita  non c'è più. Morta anche lei cinque anni fa. Stava all’angolo seduta sulla soglia di casa, era una  di quelle che pretendevano un saluto da tutti "vieni qua, vieni da Nonita!"; seduta su una seggiolina, davanti all'uscio di casa, fuori nel marciapiede nei giorni di sole, incorniciata in un trono di piante rigogliose che obbedivano alla sua regalità ... era l'imperatrice di via Argentieri, Nonita, nulla le sfuggiva ... neanche l'andirivieni dei topi dalle magnolie al cassonetto. Eravamo tutti battezzati e censiti nel suo Regno - considerava Milagro - quando se ne è andata, con giusto preavviso, il suo trono rigoglioso si è estinto e, con lei, un intero regno: il Regno di via argentieri, senza eredi. Dov'era la sua reggia ora c'è l'asettico sportello di un'agenzia di trasporti rapidi. Ogni tanto fa una cosa buona: non paga pizzo, e gli bruciano le macchine. E con le macchine bruciano anche gli alberi innocenti che hanno solo la colpa di essere nel posto sbagliato al momento sbagliato. Vennero in 10 i pompieri a salvarlo quella notte, povero Gillo! Milagro conosceva gli alberi uno ad uno, per nome. Povero Gillo! Lui così discreto e modesto, mai una fronda di troppo, proprio lui crocifisso al rogo! Bruciato vivo dal Non-senso. Pace all’anima sua.  
Lo scalpellino scultore cimiteriale che abitava accanto al portone riappare nei giorni che somigliano all'infanzia; ma non fa impressione perchè  pure da vivo pareva un fantasma, bianco bianco, ricoperto di polvere di marmo, era una statua animata e incantava i bambini del barrio con quel suo essere un personaggio fiabesco, lì sulla soglia della bottega sempre aperta, entrarci era come entrare in un disegno. Non se ne voleva uscire. Al suo posto ora c'è  OroFuso un imperscrutabile laboratorio di oreficeria, buio, blindato, inacessibile.
Pure la cartoleria all'altro angolo dove si andava per fare due chiacchiere e sentire l'odore di carta, di legno di matite,  di gomme e di inchiostri (odori di premessa creativa per chi scrive e o disegna) è sparita; sostituita dall'ennesimo QuiquoquakBar, pretenziosità in simil Ahi!Tec che ha cominciato simil-lounge e poi si è rassegnata al richiamo della tamarrica natura con notturnodiurno bertucciaio di bivaccanti giovini  con occhiale a specchio, ciuffo gellato, cappuccio pellicciato, musica unz-unz e puzzo di arancini al gatto rancido fritto.  Il caffé lo allungano con il latte, direttanente dalla busta.
Rimane ancora il tipografo sempre operoso, innamorato perso del suo lavoro. La sua mitica bici,  una tandemblu mai vecchia, sporge dalla bottega sempre aperta. Milagro ci fece rilegare la sua sudata tesi anche se si laureava in un'altra regione. A volte, Milagro passandogli  davanti deve trattenere il raptus di entrare ad abbracciarlo. Accanto c'è l'officina. Un tempo c'era l'elettrauto, un signore magro, molto educato e maliconico, salutava sempre, con la sigaretta tra le labbra. Un giorno lo trovarono morto impiccato proprio lì; dicono avesse molta solitudine, una moglie separata e sopratutto una figlia grande che lo ignorava. Ora, al suo posto, c'è un meccanico che si porta dietro il figlio piccolo, gli insegna a truccare i motori per le gare clandestine. Ah ecco, Milagro  segna: "bisogna benedire i bambini!”

 Nella piazza vuota e bianca si andava le domeniche pomeriggio,  ginocchia nude, a pattinare con gli zii che si divertivano a fare divertire i nipoti, mentre i genitori stavano con i nonni. Ora bambini vanno a pattinare tutti bardati di protezioni ninja, col padre separato che monta di servizio ogni finesettimana, puntuale e rassegnato, come un lavoro inevitabile, una delle cose da dover fare.
Tra uno spacciatore e l'altro,  il polacco alcolizzato dorme sulla panchina, sotto la magnolia imbrattata dall'uniposca di qualche ragazzetta che vuole imparare parolacce sul ramo come un quaderno, invece di imparare tizio o caio àiloviù. Milagro fa l'inventario delle bottiglie rotte e dei fiori nuovi, dei rami spezzati e di quelli spuntati. Facendo il bilancio dei punti di compensazione del senso e del non senso, del bene e del male,  sa di stare nel punto di mezzo.

Bisogna chiedere scusa agli alberi. Bisogna giudicare gli ignavi. E punirli. Bisogna santificare le nuvole e i tramonti. Bisogna tenere presente quel traffico di macchine e di navi, di anime e di barre d'uranio lì accanto. E tutti i pesci in fondo al mare chi li ringrazia?
Inventariare il senso e il non senso di ogni giorno garantiva l'Equilibrio di tutto quell'universo ingovernato, l'Entropia dell'Anima passava da lì e Milagro ne era custode segreto.

Davanti al portone di casa getta l'occhio di saluto nella guardiola il vecchio usciere che a una certa ora, la sera,  lascia il suo pappagallino libero di volare per la stanza che è tutta la casa del vecchio, che è tutto l'universo del pappagallino; Ciccina va su e giù per due tre voli e poi si posa sulla spalla a picchettargli l’orecchio, a sussurragli cose amorose. Il vecchio chiude il garage e patisce meno la solitudine. Milagro segna una ics buona ed entra nell'androne.
Anche nell'antico bislacco palazzo di Milagro, rifatto a metà e per l'altro fatiscente, i sensi e i nonsensi si giustappongono come in un sogno lucido. Il senso è in apparenza cascante come le portefinestre i controsoffitti, le pareti sbriciolose e tubi fradici del 1921 a cui si da sempre una mano d'intonaco bianco per fingere che non sia così e imporre la contemporaneità a quel luogo che è un anello del passato, come i marmi sberciati dell’androne e le scritte sotto il muro "viva la fica" pronte ad affiorare al calore del ricordo come scritte con l'inchiostro simpatico. Come l'odore di legno vecchio e polvere, di carte accumulate insieme ai sogni di sette generazioni... e libri e cartoline e foto e certificati.
I morti sono ancora tutti là:  il medico, l'avvocato, l'ingegnere, il professore.
La moglie del medico, dell'avvocato, dell'ingegnere, del professore. La governate dell'uno e dell'altro. E c'è pure  il morto del figlio: il figliomedico morto ammazzato, di quello non si parla mai, ma è il più vivo di tutti.
Milagro li vede, su e giù per le scale, a casa loro. Salutano alzando il cappello, col giornale sotto braccio e un sorriso di buona creanza. Salutano ignorando il presente, non vedono che il vecchio studio di ortodontista è stato anche ambulatorio boudoir dell'exelettrauto mago Zàitanus, e che ora  è redazione di un finto giornale, più fantasma del fantasma, con quel caminito illusorio di aspiranti giornalistini che non salutano quasi mai. I morti invece salutavano sempre. Mantenevano la buona educazione del saluto. Anche gli altri morti, quelli più remoti, quelli che Milagro non aveva mai saputo e che non riusciva vedere: il morto che veniva a prendere la spazzatura, quello che portava il ghiaccio, quello del carbone, quella che lavava le lenzuola, quella  che cardarva la lana dei materassi, quello che portava le uova. I morti prima che nascesse la tv, dunque prima che nascesse il mondo. Milagro li salutava tutti, perché salutare i morti si deve, per buona creanza di vivi.

Quando Milagro entra nell’ingresso l’anzianissima casa lo accoglie con un  lamentoso sospiro, il solito bisogno di cedimento definitivo. E Milagro sempre carezza lo stipite e le risponde “coraje vieja, coraje...”
Il gattoMaula  invece , contrariamente alle sue abitudini,  stavolta non gli si precipita incontro loquace e curioso “o beeeene, sei tornato, mi fa tanto piacere, come va? che si dice la fuori? che hai fatto? che hai trovato? che mi dici? che mi hai portato? “, ma  accenna un saluto indaffarato e vago, da lontano. Non vuole distrarsi, da giorni è intento a discutere con Dio gli interessanti risultati di fine campionato tra “anime sante e anime in pena”; c’è stato un inevitabile pareggio perché le prime nel bel mezzo della partita, proprio mentre vincevano, si sono messe ad aiutare le seconde e le seconde, incoraggiate  a diventare come le prime, cambiavano presto schieramento. Dio perplesso meditava di rifare il regolamento perché quel gioco non aveva Senso; e il gatto Maula, invece, proprio in quel momento, gli stava consigliando di riflettere e di prendere tempo, facendogli notare che un gioco in cui tutti vincono è interessante, anche se non ha Senso.

Milagro posa le chiavi e  il cappotto, e, mentre entra nel corridoio, percepisce le orecchie di Almagro che lo stanno seguendo, come pensieri, dal soggiorno. Va allora, Milagro guarda suo padre. Seduto di fronte, a l'altro lato del tavolo, guarda Almagro come da una sponda, come in uno specchio. Sono seduti l'uno davanti all 'altro, stanchi e senza parole.
Almagro  vorrebbe andare in pensione, è snervato, non trova più energie,  lavora da sempre, per tutti: per sé, per il padre, per il figlio. Per il mondo intero. E ora conta i giorni che mancano alla pensione, con un peso indicibile. Giorni come macigni. Deve resistere, ancora una volta, come sempre, perché persino la pensione ha il suo prezzo. E non può nemmeno aiutare quel suo povero figlio, come vorrebbe, come sarebbe giusto.
Milagro lo guarda e sa.  Milagro vorrebbe lavorare, ha energie buone da spendere, tanti semi buoni da piantare, e ancora speranze persino... Milagro ama il lavoro del padre,  e quella sua stanchezza grande. E anche lui vorrebbe, ma non può aiutarlo, questo suo povero padre.
'Ti ho preso le sigarette
' gli dice. Almagro prende il pacchetto in mano. In silenzio.
Sono uno davanti all'altro, entrambi dal lato insensato dello specchio.
Vorrebbero tendersi le braccia l'un l'altro, per scambiarsi di posto. Volentieri Milagro direbbe "descansate padre, continuo io", volentieri Almagro risponderebbe "adelante figlio, me descanso, continua tu". Ma non possono farlo, sono nella terra del NonSenso, accidenti, non si può.  Non possono nemmeno dirselo, perché ogni parola aumenta il peso e l’evidenza di stare in un  paradosso privo di senso. Allora stanno in silenzio. Rimangono fermi a guardarsi, senza potersi  aiutare. Stanno zitti, per troppo amore e per reciproca amarezza. E per rispetto dell' Entropia dell'anima, perché il senso delle cose si complica sempre quando uno vuole cercarlo davvero, magari nel confronto. E a nessuno conviene farlo nei termini giusti, onesti, con tutte le ragioni di ciò che è stato. Milagro ha pietà, e tace. Ma dentro ha la domanda. E se la fa, spesso. Sempre tacendo. Almagro finge di non sentire, di non riconoscere il rumore nella testa di suo figlio.
Milagro si chiede il Senso di tutto questo.  Sì, si chiede dov'è stato l'errore? Dov'è l'inghippo? Chi lo ha voluto figlio in eterno?  Almagro, pover’uomo? Almagro, sei stato tu? Chissà chi ha preteso che il testimone non fosse più trasmesso… A chi fa comodo che sia così? Che si viva fermi nella terra del NonSenso. E squilla il telefono: l’ennesima vantaggiosissima disperata promozione pubblicitaria. Milagro non ce l'ha fa a trattarli male questi dei callcenter, potrebbe benissimo essere uno di loro.

Così va in cucina apre il frigo e scongela un sogno, uno dei soliti. E se lo gusta alla salute del callcentrista. E, mentre mangia e pensa al callcentrista, con la mente comincia scrivere una lettera di Senso, da questa parte del mondo, a suo padre.

 "Almagro,
mi  hai nutrito di troppi sogni, di soli sogni, me li hai dati come fossero veri, come se appartenessero al mondo e poi… poi mi hai lasciato solo e mi hai detto ‘svegliati! svegliati in un altro mondo’.  No, non mi hai mai detto che m’avresti svegliato. E nemmeno che dormivo. Mi hai chiesto direttamente di rinunciare ai voli. Me lo hai chiesto mentre ero in volo. Ora insisti che sono rimasto bloccato nello sviluppo, che è una colpa sfortunata, e che è per questo che sono incapace di ammazzarli tutti i sogni e passare il guado dall'isola che non c'è al mondo vero. Dici.
Ma quel tempo della nostra comune infanzia, padre mio, quel tempo condiviso a mangiare le stesse cose, sogni per lo più, è esistito e ci lega ancora intimamente.
Almagro, fingi di non sentire, lo so che mi senti. Scartavetri quel mobiletto trovato al mercatino. E nel gesto che fai trovi una risposta per te. Ragioni ancora  come se il modo fosse quello dei tuoi 20 anni. Con quelle certezze in bianco e nero da poter seguire senza esitazione: tutte cose da fare, dici.
Anche se da ragazzo ti è mancata tanto la libertà di “essere”,  magari anche solo in quel talento per la musica che ti sei negato, anche se tu sapevi bene di averlo e che era più di un sogno.
Certezze in bianco e nero.
Quel mondo dei tuoi vent’anni non c'è Almagro, non c'è più.  Non ci sa essere. Dissolve. Scompare pezzo a pezzo,  anche se mi hai dato gli occhi per guardarlo e per sentire di perderlo nell’enorme cassa armonica del mio pensiero. Mi hai fatto un'anima per un'età di mezzo, per un'era di passaggio. E io posso  fare solo questo: il  testimone di un mondo scomparente, sommerso, eppure ancora visibile.
Io appartengo al mondo di mezzo, in mezzo al Senso e al Nonsenso: io appartengo a quelli che, ancora ieri, senza saperlo,  scrivevano a mano le ultime lettere col francobollo, ai primi che impararono a  mandare una mail.  Io sono di quelli che ancora non sanno l'inglese e che ancora leggono poesie.
Sono un  mangiatore di sogni, Almagro, non di pane.
La performance per stare in questo mondo ce la siamo persa strada facendo.
Almagro, te lo devo  dire questo non è il migliore dei mondi possibili, l'orticello da coltivare non c'è. Non c'è nemmeno la parola “coltivare” in questo mondo. E non è mica un rimprovero. Lo dico perché ogni coerenza che ti aspetti e che non trovi, ogni corrispondenza di fatto che pretendi di trovare dove e come dici tu...  ogni cosa che non corrisponde al tuo alto Senso (che è un senso di fatica premessa e di merito conseguente ) è per te un rimprovero. Una mancanza personale.  Sei stato educato così, non da me però. Io ai rimproveri non ci credo, sono stato educato da te. Mangio sogni.

Lo so, mi hai dato tutto quello che non hai avuto, tutto quello che ti è mancato: la libertà. Dono grande. Mi hai dato la libertà, e non mi hai detto che non c’erano più rivoluzioni da fare, non mi hai detto che avrei potuto usarla solo nel sogno. Hai omesso. Hai esaurito tutte le rivolte e poi ti sei seduto. E ora in questo mondo è quasi impossibile la libertà, nessuno la riconosce, persino la parola è un equivoco. Non la capisce più nessuno.
Non vuoi che te lo dica ma io te lo dico lo stesso che in questo Tempo, in questa terra di mezzo, la libertà è grandissima sterile fatica, raramente condivisa. Non ci si guarda più negli occhi nemmeno tra liberti.
Dove posso andare io con la mia libertà? Non mi hai dato un modo possibile per stare nel Senso di questo mondo: il senso della convenienza, il senso dell'utile, ad esempio, mi sarebbero serviti. Che male c’era? 
Lo so,  l’opportunismo è una bestemmia  per noi.  L'opportunismo caino dei tuoi pratici fratelli. Allora guarda Almagro, guarda! Guarda davvero! Io non ho potuto costruire nulla con queste mie mani. Ho potuto soltanto continuare a essere nel tuo segno. La tua gloriosa sconfitta e la mia vittoria di Pirro sono la stessa cosa. Invisibili entrambe. Anche se non voglio, io posso appartenere solo a ciò che tu mi hai dato e ciò che mi hai dato esiste solo per me e per te. Questo lo sai, non ce lo diciamo per non farci male.  Va bene, pa', sto zitto. Continuo l'inventario, so obbedire. Io sono l’eterno figlio senza figli, indosso questa parte come se davvero mi corrispondesse. Il patto è questo. Ti amo Almagro. E fingo che a fallire per troppi sogni sia stato io.”

Postato da: farolit a 13:06 | link | commenti (29) |

lunedì, 03 marzo 2008


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gni tanto vengo assalita.
Sono momenti in cui non me lo aspetto.
Niente può preannunciare l’arrivo implacabile di certi assalti.

Magari sto salendo le scale, le scale che oggi sono di casa mia, e che furono le scale di casa di mia madre ragazza, di mio nonno medico, di me nipote piccola in visita al nonno medico. 
Sì, magari sto tornando a casa, stanca, trascinando il fardello del mio corpo verso qualche tregua agognata, il letto o il bagno, prima ancora di aprire la porta di casa ecco..., violento, improvviso, l’agguato: un odore esatto dal passato, un misto di Atkinsons Lavender, di carta ingiallita di libri di scuola anni sessanta, e di biscotti sospiri di monaca che si tenevano in una scatola di latta speciale sopra il carrello.
Boom! Stùnk! Mi arrendo.

L’agguato mi paralizza come un siero potente ad effetto immediato: sono teletrasportata verso i miei otto anni smarriti.
 Quando la Domenica si attraversava lo Stretto (odore di naftasalsedineesporiciziadicaronte) per venire da questo lato, a trovare i nonni,  in questa casa che mai avrei pensato di abitare un giorno della mia adultità.

  Altre volte sto passando in corridoio e mi prende alle spalle un misto di sapone da bucato a mano marca Sole e acqua contenuta in cisterna di ferro...  l’agguato primaverile e rassicurante di  campagne prese in prestito da qualche mio genitore in fuga dall’altro.

   E magari a casa di un'amica,  in un punto insospettabile della sua cucina, accade che vengo sopraffatta da un ricordo inconfondibile che sa di pane, di fumo di sigaretta esportazione con filtro, di latte zuccherato e di last al limone:  è l’odore di Rosa, è lei, le sue mani totali quando mi accucciavo la sera con la testa sulle sue gambe stanche e mi carezzava la testa e l'orecchio sinistro  finché non m’addormentavo.
  Posso anche starmene placida a leggere sprofondata nel
mio quieto letto, inabissata nella notte fonda che ecco... arrivano, bel belli, i fragranti fantasmi di pubertà che sanno di banchi vecchi verdini, di libri scolastici nuovi, di  cartolerie settembrine da scuola che inizia, un nuovo ciclo, l'io trepidante nel sentire di prendere lo slancio e non sapere per cosa, perché,  eppure senza malinconia per ciò che si lascia.
   C’è poi anche l’odore di A. e quello lo tengo per me, insieme al suo rosato oppiomiele.
Son sicura che m’assale pure lui, a grandissimo tradimento, pretendendo di portarmi nella piena epopea tardoromantica dei nostri ventanni.
Ma in quel caso la neoilluminista che in me simula indifferenze che fanno ancor più tenerezza.

Non c’è immagine che possa restituire l’emozione potente di un odore che viene dal passato.

   La memoria olfattiva ci restituisce intatto il senso di ciò che eravamo, ce lo fa ripercepire. Questi sensi ritrovabili, questi noi fiutati nell’aria apparentemente identica del giorno per giorno o scovati nel fondo di qualche cassetto, nel retro di qualche giardino, nella scia di comignoli di paesini lontani, nella culla teporosa che abitammo… questi sentimenti che fummo sono ancora là, intatti e belli. Senza il tempo che ce ne separò.
Doni invisibili da trattenere.  A cui essere grati.  Noi e zio Proust.


Ora, odoroso cyberpassante, se ti va, 
regalami un odore che ti ricordi di te

(alla faccia di questo luogo così inumamente inodore)

Postato da: farolit a 00:28 | link | commenti (47) |