Lumini accesi nel buio... fiammelle vive nella notte... scintille di anima e pensiero...
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Camminare o semplicemente attraversare il suolo, in un qualsiasi punto della mia città, è una esperienza utile e istruttiva.
Molti la trovano detestabile per via delle troppe buche e del manto stradale tutto rattoppato e bitorzoluto, perpetuo sintomo di una pessima amministrazione.
Ma non è così. Non è solo così. Questa è l’evidenza più esteriore, come sempre.
Sotto c’è altro. Nel suolo dico. C’è un’altra storia, più autentica, una storia che nessuno vuole sapere, che nessuno vuole ascoltare sebbene ci riguardi molto di più della cosa impossibile che tutti vorremmo: un manto stradale, omogeneo, uniforme e possibilmente disteso in un agile rettilineo. Normale. Sano. Atto ad una città vera e funzionale.
Ai miei concittadini - abitanti di un villaggio che loro si ostinano a chiamare, provincialmente, città - è difficile spiegare l’evidenza che affiora dal suolo. Eppure là sotto, tra quattro cinque torrenti infossati che al primo acquazzone rinascono e ribollono di fogna e di montagna, sotto i 70.000 morti dell’ultimo terremoto, là , ma ancora più sotto, in quella faglia profondissima nel tempo e nello spazio che sa sempre come spezzare le montagne e
Sotto c’è
Del resto non le appartiene, perché dovrebbe.
Non le appartiene, nonostante l’uomo urbano faccia di tutto per imporle questo superbo (ottuso!) segno del suo dominio razionale. L’uomo questa creatura ridicola e presuntuosa che costruisce case vicino ai vulcani, grattaceli sulle macerie di terremoti, ma anche sulla sabbia, sulla bellezza.
Con speranza o incoscienza sorprendenti, con onnipotenza comica, lui può.
Lui può fare castelli organizzati ai bordi del mare, sono più facili, vengono meglio, tanto l’onda anomala non arriva, o toh arriva… e noi lo rifaremo marcondirondirondello.
E non sono forse anch’io questa creatura ridicola che prova a squadrare la natura delle cose col righello della ragione? E il righello non basta, semplifica troppo, ignora la complessità necessaria della natura delle cose, che è una complessità che va’ rispettata, assecondata. Altro che tunnel, dighe e ponti. No. Ponti no.
Penso all’architettura giapponese ispirata al tao, all’idea che la natura vada assecondata (tutta, pure le scoregge, pure i dossi e le cunette) così com’è, senza forzarla nella sua struttura, perché lei sa, sa molte più cose. E noi siamo parte di queste cose. Non viceversa. E, così, i giapponesi tao non fanno mai una strada dritta dove il terreno non sia già pianura, non osano bucare la montagna, cementare il fiume. Perché la natura prima o poi viene a dirtelo che ti sei fatto gli affari suoi e te li sei fatti male.
É come l’inconscio represso.
La natura sotterranea della psiche affiora prima o poi e può farlo in mille modi, ad esempio con i bitorzoli che foruncolano il manto stradale. Oppure spesso collassa con alluvioni e smottamenti che si portano via pezzi di baracca, macchine, mucche, nonne, interi paesi. Qualche volta esplode con terremoti urbanissimi a cui tutti facciamo finta di non credere.
Ma torniamo al suolo della mia città, alle zolle di terra smottate nelle aiole, alle vie tortuose che seguono declivi invisibili di colli sotto asfalto, ai ciuffi d’erba che colonizzano ogni spiraglio di mattonella cementata; torniamo al mare che incombe onnipresente, vivo, da tutte le finestre della città accroccate sui declivi come branchi di anime pascenti di quella necessità marina.
Questo luogo parla così bene, scrive una lingua che i provinciali fingono di non capire, ma ce l’hanno nel dna. Come la risposta a una domanda.
Si può andare contro la natura? Contro la propria natura? Contro la natura delle cose? Certo che no.
E allora guido, cammino, e seguo il senso che sta sotto il suolo, capisco la buca e il bitorzolo.
Un po’ meno la linea retta.
stepuàn
stepciù proudmary
steptrì summerinthecity
laststep rockmebaby
