Sono una collezionista, spesso involontaria.
Di molte cose… di nuvole, di sguardi, di sassi di mare, di delusioni, di equivoci.
Di adornos, aggettivi, calze di filanca, spine senza rose, rose senza spine, maschi usati, brillocchi nuovi, racconti di sogni, meteropatismi, tappi di bottiglie di vino da me bevute, lettere mai spedite, cappelli, cose di colore rosso, silenzi volontari e involontari, giornate oziose, macchie sui muri, occasioni di gentilezza, canzonette rassicuranti, pezzi di carta, frasi preziose, smascheramenti, punti di vista, pregiudizi superati, stupori, pernacchie tempistiche, buoni consigli, bottoni smarriti, traspies, suoni nuovi, dettagli significanti, ritorni, abbracci, domande chirurgiche, risposte taglienti, lune, amiche molto belle, dichiarazioni tardive, labirinti, telefonate, valutazioni mediocri, considerazioni da blog, ombre, baci dati e mancati, riscritture di finali storie, odori umani soprattutto. Film fatti in casa, ricette fameliche, età interiori, sonni omerici, dialoghi immaginati, considerazioni perìporniche, pause, riserve, risposte utili, delizie domestiche, piedi nudi, nuotate sottacqua, simboli, rimedi, scelte, luoghi del tempo, passi, (bio)diversità, giorni di soledì, vezzeggiativi ribattezzanti, litigate terapeutiche, borsecalde, pigrizie, oroscopi inventati, segreti altrui, passeggiate pomeridiane nei cimiteri, finestre illuminate, androni di palazzi, direzioni immaginarie di orchestre reali, trashologie, cazzeggismi di primo livello, ologrammi, libridini, piante rinate, pacche sulle spalle, trucchi sapienti, azzardi, verità ben assestate, pianti lunghissimi, corpo a corpo sul divano, specchi, regole inventate e rispettate, pezzi che mancano, conversazioni impossibili, incoraggiamenti a perfetti sconosciuti, gravi ignoranze musicali (tipo i Pink Floyd)… vabbè non posso fare un post per ogni categoria che colleziono. O forse sì?
Sono anche una collezionista di gesti. Perfetti e imperfetti.
Come spiegarlo il gesto?
È una questione di cadenza, di modo e di tempo uniti dall’istinto.
È una questione di anima, come sempre. Io li scruto i gesti dalla mia invisibilità furtiva. Sempre.
Li nomino quando li riconosco. Li interrogo quando mi arrivano nuovi, estranei.
Certi modi di stare distanti col corpo, preservando la pelle o con una lontananza degli occhi che ti stanno davanti e guardano altrove. Certi modi di non mescolarsi con niente.
Certi modi di creare una vicinanza con le mani, con le labbra, con gli occhi che ti vengono incontro. Certi modi di essere per l'altro nell’inflessione della voce.
Avete presente uno che butta una carta a terra, mentre si lamenta di quanto non sopporta le ciarle dei suoi vicini di poltrona a cinema?
O la cura con cui il nuovo inserviente del bar ricarica i tovagliolini nel portatovaglioli?
Il modo che ha il vostro amico di muovere il pacchetto di sigarette quando fa una considerazione a cui non crede nemmeno un po' e per cui non è necessario replicare.
Il movimento leggero del capo con cui il giornalaio vi saluta anche se gli passate davanti e non comprate nulla.
Il modo di indugiare della mano sulla maniglia della porta che non sa aprirsi del tutto ma non vuole chiudersi, aspetta.
I gesti dicono. Fanno. Possono. I gesti curano o feriscono.
Costruiscono continenti o li distruggono in un nanosecondo. Ritraggono intenzioni. Svelano mondi interiori, intelligenze, insicurezze. Mediocrità, profondità. Dicono tutto. Più e meglio delle parole.
Ci sono gesti che ci innamorano, gesti potenti, gesti ignobili, gesti rassicuranti, gesti consueti, gesti inconsueti, gesti gentili, gesti volgari, gesti ridicoli, gesti divertenti, gesti esclusivi, gesti escludenti, gesti sprezzanti, gesti accoglienti, gesti illuminanti, gesti irreparabili, gesti riparatori, gesti attesi, gesti mancati, gesti miseri, gesti orripilanti, gesti perfetti.
Il gesto perfetto poi... che lusso! È come un’opera d’arte gettata nell’immanente.
È il punto in cui l'istinto cadenzato del modo e del tempo di dentro, prende forma, fuori, nella bellezza.
Ecco io davanti al gesto perfetto m’inchino, sto zitta (finalmente!) e cedo il passo.
Gli riconosco una superiorità di gran lunga più grande rispetto alle parole.
E rimango incantata, ammirata, quando un gesto sostituisce una risposta.
O quando, addirittura, fa una domanda, e incoraggia un altro gesto. Lo pretende.
Accade di rado ovviamente, sempre più di rado. Ma accade.
Ce ne dimentichiamo perchè siamo così tanto abituati a sostituire i gesti con le parole, come se le parole davvero potessero tutto: nnamo, dimo, famo... faremo, saremo, fummo, mai, qui e blàblàblà… Tutto da verificare.
Ci sono volte poi che io le parole le prendere a sberle, tanto sono inutili, messe lì solo per comparire e farci fare buona figura, ma senza significare neanche un po’...
Le parole che riempiono il vuoto con il loro rumore, ma quando le assaggi non sanno di niente. Sanno sempre di vuoto.
E intanto... tra i tanti gesti di ogni giorno, ci sono gesti bellissimi, veri, pieni di sostanza.
Gesti quotidiani che cadono nel vuoto dell’invisibilità... sotto i nostri occhi assuefatti.
E bisognerebbe imparare ad ascoltare i gesti, ad assaporarne il significato, udire il movimento dell’animo, della sua azione attraverso il corpo. Il gesto non mente, compreso quello del buon attore. È un segno affidabile, una guida sicura delle intenzioni, dei desideri più intimi e autentici.
Ed è importante riconoscere il gesto autentico, che è bello solo quando incarna il significato, quando coincide col significato, quando “è” il significato. Altrimenti il “bel gesto” fine a se stesso è solo aria fritta, balletto, pantomima. Ridicolume irritante. (troppe rose di scuse ho ricevuto! troppe... per amare ancora le rose) Il finto bel gesto, il gesto fine a se stesso, vuoto …. è la cosa peggiore, è l’ostentazione di qualcosa che di fatto non c’è, la certificazione della sua mancanza. Meglio la solita fiction delle parole allora.
A volte credo che l’amore sia tutto fatto di gesti, senza neanche una parola.
E credo che, nell’amore, persino le parole siano gesti.